Terre rare e autonomia strategica: cosa si cela dietro l'accordo UE con l'Australia

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  Francesca Rosti
  24 marzo 2026
  5 minuti, 37 secondi

La Presidente della Commissione Von der Leyen è attesa a Canberra tra il 23 e il 25 Marzo 2026 per la possibile conclusione e firma del nuovo accordo di libero scambio con l’Australia.  I tentativi di chiusura di questo accordo risalgono al 2018, quando UE e Australia sospesero le negoziazioni a causa di una mancata intesa sui volumi di importazione di carne.

L’accordo, sebbene non ancora definito interamente, presenterebbe zone di luce e di ombra, con molti potenziali ritorni ma altrettante insidie.

Cosa significa un accordo di libero scambio con l’Australia?

La firma di un FTA (Free Trade Agreement), o accordo di libero scambio, comporterebbe l’eliminazione o, più comunemente, l’abbassamento delle tariffe d’importazione con il Paese contraente. L’accordo si applica in modo bilaterale, presentando vantaggi per entrambe le parti volti a un volume più ampio di scambi commerciali, in entrata e uscita.

L’accordo non è onnicomprensivo, ma riguarda una serie di prodotti e settori, che vengono definiti e messi nero su bianco. Una volta decisa, l’abolizione - totale o parziale - delle tariffe d’importazione avviene solitamente in modo graduale, per permettere ai mercati interni di adeguarsi nel tempo.

Gli elementi che hanno richiesto maggiore attenzione nel round di negoziati del 2018, e che saranno centrali anche in quelli attuali, sono il settore agricolo, quello dei minerali e dei beni industriali. Bruxelles e Canberra tenteranno di non finire nell’impasse, come fu per le trattative precedenti, terminate per il disaccordo sulla carne. Per il governo australiano sarà dunque fondamentale ottenere una garanzia sui volumi degli import di carne bovina e ovina, ma anche su prodotti caseari, riso e zucchero.

Nonostante il Ministero australiano degli Affari Esteri e del Commercio dichiari come obiettivo l’ottenimento di una liberalizzazione totale delle tariffe per il settore agricolo, le negoziazioni si preannunciano particolarmente travagliate. L’agroalimentare è, infatti, uno dei compartimenti di punta dell’UE, sul quale molti dei Paesi membri non sono disposti a fare concessioni, temendo la concorrenza esterna.

L’UE, di contro, cercherà nuovamente di porre un tetto massimo alle importazioni di prodotti di origine animale - elemento che minaccia nuovamente di far fallire l’incontro - e, soprattutto, ottenere più garanzie sull’importazione di minerali critici e terre rare.

Critiche

Le critiche principali giungono proprio dal settore agricolo, che ha accolto con preoccupazione la notizia della riapertura dei negoziati. Copa Cogeca - la principale organizzazione europea di associazioni di agricoltori - ha messo in guardia sui grossi squilibri che l’accordo potrebbe condonare.

In primis, la discrepanza di dimensione tra i due mercati finirebbe per beneficiare in modo unilaterale il partner oceanico. Il fatto che l’UE conti circa 450 milioni di consumatori, mentre l’Australia appena 28, sottoporrebbe gli agricoltori europei a una competizione interna ancora più intensa, a cui si aggiunge la prospettiva di uno sbocco di mercato, seppur nuovo, scarsamente attrattivo nel lungo termine.

Un secondo elemento di controversia è il tema delle indicazioni geografiche. Questo riguarda, in particolare, quei produttori australiani che utilizzano denominazioni di prodotti tipicamente europei per la vendita sul mercato interno. Bruxelles e Canberra dovranno decidere se permettere loro di continuare a utilizzare gli stessi nomi, oppure imporre ai produttori australiani di modificarli. Le associazioni europee avvertono che se così non fosse, i produttori dell’Unione potrebbero veder sorgere un nuovo tipo di concorrenza, danneggiando ulteriormente la popolarità dell’accordo.

Le categorie del settore, ancora in lotta contro la recente approvazione dell’accordo con il Mercosur (anche questo accusato di svantaggiare i produttori agricoli UE per favorire i prodotti dei Paesi firmatari), accendono il dibattito sulla sostenibilità dell’accordo con l’Australia nel lungo periodo, dubitando dei suoi reali benefici.

Cosa ha l’Unione europea da guadagnarci?

La domanda a questo punto sorge spontanea, perché l’UE è determinata a perseguire questo accordo, nonostante i grandi rischi e le avversioni?

Il principale obiettivo della Commissione - oltre alla possibilità di avere un nuovo sbocco commerciale per i prodotti europei - è diversificare i partner commerciali, in particolare in relazione all'approvvigionamento delle terre rare. Si tratta di un gruppo di metalli essenziali nella produzione di componenti tecnologici - soprattutto per il settore energetico, elettronico e della difesa - considerati “critici” perché ad altissima richiesta, ma il cui monopolio di estrazione e raffinazione è in mano a pochi Paesi.

È proprio su questi ultimi elementi che si concentra l’attenzione: l’Australia è attualmente il quarto produttore mondiale di terre rare, mentre la Cina è il primo, con circa il 60% della produzione mondiale e quasi il 90% della raffinazione. Infatti, se l’estrazione di questi elementi si presenta laboriosa, la loro raffinazione è un processo complicato, costoso e potenzialmente altamente inquinante. L'Australia, anche se ricca di giacimenti di terre rare, dispone di scarse infrastrutture per la loro raffinazione, per la quale si affida maggiormente alle aziende cinesi.

Tuttavia, recentemente il governo australiano ha avviato una massiccia campagna di investimenti statali volti a dare impulso allo sviluppo del settore della raffinazione e alla ricerca di nuove tecnologie. A ciò si aggiunge l’accordo con gli USA, firmato solo lo scorso ottobre, che prevede investimenti comuni da 1 a 3 miliardi di dollari da destinare alle attività di lavorazione delle terre rare.

Non è un caso, dunque, che le negoziazioni per la conclusione dell’accordo di libero scambio tra UE e Australia si riaprano proprio ora. Bruxelles desidererebbe inserirsi in questa cornice di investimenti, sperando di mettere le mani sui prodotti della raffinazione australiana, tagliando la catena di dipendenza da Pechino. L’Unione avrebbe tutti gli interessi nel voler contribuire alla crescita di questo settore, laddove la sola Cina è responsabile di circa il 50% delle sue importazioni di terre rare.

Questo FTA si inserisce in una scia di patti commerciali con partner “non tradizionali” iniziata nel 2025. In particolare, l'accordo con l’India - focalizzato sui prodotti tessili, farmaceutici e tecnico-automobilistici - e con il Mercosur sono entrati in vigore proprio a gennaio, mentre sta per essere firmato quello con l’Indonesia.

Questa improvvisa accelerazione fa parte della politica UE di autonomia strategica e riduzione della dipendenza - da Cina e Stati Uniti in primis. La linea si realizza attraverso la diversificazione dei partner commerciali e strategici, ed è presente sui tavoli di Bruxelles già dal 2023. L’instabile politica di dazi di Trump e l’introduzione da parte della Cina di nuove tariffe sulle importazioni europee ha spinto Bruxelles a intensificare i suoi sforzi in questa direzione.

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Francesca Rosti

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