In un Indo-Pacifico segnato dalla competizione tra Stati Uniti e Cina, la Malesia prova a preservare uno spazio di autonomia strategica, preservando libertà di scelta senza legarsi stabilmente a una delle due grandi potenze. È in questi termini che il primo ministro Anwar Ibrahim ha presentato la posizione del Paese il 13 settembre 2026, intervenendo al vertice BRICS di Nuova Delhi: scegliere il proprio percorso e avere il coraggio di sostenerlo quando conta. Tradurre questa autonomia in politica estera significa, però, riuscire a mantenere aperte più relazioni senza trasformarne nessuna in una dipendenza. È qui che entra in gioco l’hedging, una strategia attraverso cui uno Stato combina cooperazione e cautela per distribuire i rischi tra partner diversi. Per Kuala Lumpur, ciò significa coltivare legami economici e diplomatici con la Cina, continuando allo stesso tempo a fare affidamento su una cooperazione di sicurezza più profonda con gli Stati Uniti. Questo equilibrio ha permesso alla Malesia di evitare una scelta netta tra Washington e Pechino; anche se oggi mantenerlo diventa più difficile, perché la competizione tra le due potenze coinvolge un numero crescente di ambiti.
L’hedging come strategia di autonomia
L’hedging nasce dall’incertezza. Per la Malesia, la Cina è contemporaneamente un partner economico fondamentale e una fonte di preoccupazione sul piano marittimo, soprattutto nel Mar Cinese Meridionale; gli Stati Uniti, invece, rappresentano un partner di sicurezza importante, ma il loro impegno regionale non può essere considerato del tutto prevedibile nel lungo periodo. È questa doppia incertezza a rendere poco conveniente una scelta netta. Da una parte, allinearsi apertamente con Washington potrebbe attenuare alcune preoccupazioni sul piano della sicurezza, ma rischierebbe di compromettere interessi economici e diplomatici con Pechino. Dall'altra, un avvicinamento eccessivo alla Cina potrebbe ridurre la libertà d’azione della Malesia e alimentare il timore di una posizione subordinata. Da questo punto di vista, l’hedging permette di distribuire rischi che nessuna delle due alternative elimina del tutto. Kuala Lumpur combina così cooperazione e prudenza: mantiene un rapporto economico intenso con Pechino, evita di presentare la Cina come una minaccia diretta e, parallelamente, conserva relazioni di difesa con gli Stati Uniti. Questa asimmetria è parte integrante della strategia, perché essere equidistanti non significa necessariamente essere ugualmente vicini a tutti. Sul piano marittimo, questa logica porta Kuala Lumpur a ricondurre le tensioni nel Mar Cinese Meridionale a un quadro regionale e giuridico, facendo riferimento all’Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico (ASEAN), alla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982 e al negoziato per un Codice di condotta. In questo modo, la Malesia cerca di tutelare i propri interessi evitando che la disputa venga assorbita interamente dalla rivalità tra Stati Uniti e Cina. Il fatto che questa impostazione sia rimasta sostanzialmente stabile attraverso governi diversi rafforza l’idea che si tratti di una componente strutturale della politica estera malese, più che della preferenza di un singolo leader.
Dall’Asia-Pacifico all’Indo-Pacifico
La strategia malese dipende dalla possibilità di mantenere relativamente distinti i diversi ambiti della relazione con le grandi potenze: cooperare economicamente con la Cina, rafforzare i rapporti di sicurezza con gli Stati Uniti e gestire le controversie regionali attraverso strumenti diplomatici. Questa separazione, tuttavia, è diventata più difficile da preservare. A renderla più complessa contribuisce anche il passaggio dal concetto di “Asia-Pacifico” a quello di “Indo-Pacifico”, che riflette un diverso modo di interpretare la regione. Più precisamente, l’Asia-Pacifico era associato soprattutto alla globalizzazione, all’interdipendenza economica e all’integrazione commerciale; nell’Indo-Pacifico acquistano invece maggiore centralità la competizione geopolitica e le questioni di sicurezza. Questo spostamento di prospettiva rende più difficile mantenere separati ambiti che in precedenza potevano essere gestiti più autonomamente. È in questo contesto che commercio, tecnologia, investimenti e catene di approvvigionamento assumono una crescente rilevanza strategica. Per la Malesia, una decisione economica può quindi essere interpretata anche in termini geopolitici, mentre una maggiore cooperazione di sicurezza può essere letta come un segnale di avvicinamento a una delle due potenze. Più questi piani si intrecciano, più si restringe lo spazio nel quale Kuala Lumpur può mantenere relazioni differenziate con Washington e Pechino. L’hedging continua quindi a offrire alla Malesia uno strumento per preservare la propria autonomia, ma deve operare in un contesto nel quale le scelte economiche, diplomatiche e di sicurezza sono sempre meno separabili. Il problema non è la scomparsa della strategia, quanto il restringimento delle condizioni che ne rendono possibile la sostenibilità.
ASEAN come spazio di manovra
Di fronte al restringimento dello spazio di manovra, la Malesia cerca nell’ASEAN un modo per ridurre la pressione derivante dal confronto diretto con le grandi potenze. La cosiddetta “centralità dell’ASEAN” risponde proprio a questa esigenza: mantenere l’organizzazione regionale al centro del dialogo politico e di sicurezza permette infatti di inserire i rapporti con Washington e Pechino in un quadro multilaterale, anziché gestirli esclusivamente sul piano bilaterale. È questa funzione che rende rilevanti meccanismi come l’East Asia Summit e l’ASEAN Regional Forum, nei quali la Cina, gli Stati Uniti e altri attori possono confrontarsi all’interno di una cornice regionale condivisa. Per Kuala Lumpur, la presenza di questi spazi amplia le possibilità diplomatiche e rende meno immediata l’associazione tra cooperazione con una grande potenza e scelta di allineamento. La presidenza malese dell’ASEAN nel 2025 si è inserita in questa impostazione, valorizzando il ruolo dell’organizzazione nel mantenere aperti i canali di dialogo con gli attori esterni. L’efficacia di questo approccio dipende però dalla tenuta stessa dell’ASEAN: le divisioni tra gli Stati membri possono infatti indebolirne l’azione collettiva, mentre accordi bilaterali o formati più ristretti possono ridurre il peso dei suoi meccanismi regionali. L’ASEAN offre quindi alla Malesia uno strumento per gestire la competizione sino-americana in un quadro più ampio, senza però eliminare le pressioni che quella competizione esercita sulla sua autonomia.
Un equilibrio sempre più difficile
Se l’ASEAN può ampliare lo spazio diplomatico a disposizione della Malesia, la possibilità di mantenere una politica estera flessibile dipende anche da quanto questa riesca a restare sostenibile sul piano interno. Dopo la prima alternanza al governo federale nella storia del Paese, nel 2018, la maggiore competizione tra élite, l’instabilità delle coalizioni, lo scrutinio parlamentare e il dibattito sui social media hanno reso le scelte di politica estera più visibili e più facilmente contestabili. Decisioni che in passato potevano essere gestite attraverso una diplomazia più discreta sono così diventate oggetto di un confronto politico più aperto. Le relazioni con la Cina mostrano bene questo cambiamento: le critiche alle dichiarazioni di Anwar sui negoziati con Pechino e alla visita di due navi della marina cinese a Penang indicano quanto sia diventato difficile mantenere una posizione prudente quando la Cina viene percepita come una sfida agli interessi marittimi malesi. In situazioni di questo tipo, la flessibilità che permette al governo di evitare un allineamento netto può essere interpretata internamente come un’eccessiva concessione, rendendo più difficile presentarla come uno strumento di tutela dell’interesse nazionale. Il problema diventa ancora più evidente quando le dinamiche interne si combinano con l’estensione della competizione tra Stati Uniti e Cina a un numero crescente di settori. Commercio, tecnologia, sicurezza e istituzioni regionali assumono infatti un significato sempre più geopolitico, aumentando il numero di decisioni che possono essere interpretate, anche sul piano domestico, come segnali di avvicinamento a Washington o Pechino. Le pressioni esterne e quelle interne finiscono così per rafforzarsi a vicenda: mentre si riducono le possibilità di mantenere relazioni differenziate con le due potenze, cresce anche la necessità di rendere quelle scelte politicamente comprensibili e difendibili.
In ultima analisi, l’autonomia strategica rivendicata dalla Malesia non dipende dalla possibilità di restare equidistante tra Washington e Pechino, ma dalla capacità di conservare margini di scelta mentre la competizione tra le due potenze si intensifica. L’hedging e il ruolo dell’ASEAN continuano a offrire strumenti per difendere questo spazio, ma le pressioni regionali e i vincoli politici interni ne rendono più difficile la gestione. La sfida per Kuala Lumpur sarà quindi preservare abbastanza flessibilità da continuare a scegliere con chi cooperare e in quali ambiti, evitando che la polarizzazione dell’Indo-Pacifico trasformi progressivamente questa autonomia in un’opzione sempre meno praticabile.
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L'Autore
Tommaso Ravizza
Tag
Cina Stati Uniti malesia ASEAN Hedging