La rivoluzione tunisina contribuì a innescare l’ondata di mobilitazioni popolari che, a partire dal 2011, attraversò numerosi Paesi del Nord Africa e del Sud-ovest asiatico. In Tunisia, l’autoimmolazione di Mohamed Bouazizi nel dicembre 2010 divenne il catalizzatore di un malcontento sociale e politico già diffuso. Di fronte alla crescente mobilitazione popolare, Ben Ali fu costretto a lasciare la Tunisia il 14 gennaio 2011.
A seguito della caduta del regime, la Tunisia intraprese un processo di transizione democratica che portò all’adozione della Costituzione del 2014 e alla costruzione di nuove istituzioni democratiche. Tale percorso subì, tuttavia, una profonda battuta d’arresto a partire dal 2021. Il 25 luglio di quell’anno, il presidente Kais Saied, democraticamente eletto nel 2019, sospese le attività del Parlamento, revocò l’immunità parlamentare dei deputati e destituì il capo del governo. Nei mesi successivi ampliò ulteriormente i propri poteri, arrivando a governare per decreto. Il processo culminò nel 2022 nell’adozione di una nuova Costituzione fortemente incentrata sulla figura presidenziale.
Un ulteriore segnale della progressiva concentrazione del potere emerse in occasione delle elezioni presidenziali del 2024. L’indipendenza dell’Instance Supérieure Indépendante pour les Élections (ISIE) era stata indebolita dal decreto-legge n. 22 del 2022, che attribuì al presidente un ruolo determinante nella nomina dei suoi membri. Delle 17 candidature depositate, soltanto tre furono inizialmente ammesse. Il Tribunale amministrativo accolse successivamente i ricorsi di Abdellatif Mekki, Mondher Zenaidi e Imed Daïmi, ma l’ISIE decise di non reintegrarli nella lista definitiva, alimentando preoccupazioni circa l’effettiva competitività e la pluralità del processo elettorale.
È in questo contesto che, nell’estate del 2026, la Tunisia è tornata a essere teatro di forti tensioni e mobilitazioni. Il 25 luglio, nel quinto anniversario della concentrazione dei poteri nelle mani di Saied, manifestanti sono scesi nelle strade della capitale chiedendo le dimissioni del capo dello Stato e il ripristino delle libertà politiche. Al malcontento nei confronti del presidente si sono intrecciate le difficoltà quotidiane legate all’accesso a servizi essenziali come acqua ed elettricità.
Durante l’estate, in alcune aree del Paese le temperature hanno raggiunto i 50 °C, determinando un significativo aumento della domanda di energia elettrica. Per ridurre la pressione sulla rete, l’azienda statale STEG ha introdotto interruzioni a rotazione della fornitura in diverse regioni. I blackout hanno avuto ripercussioni sul già fragile sistema idrico, compromettendo il funzionamento delle stazioni di pompaggio e l’erogazione di acqua potabile. Nel solo mese di luglio, l’Osservatorio tunisino dell’acqua ha ricevuto 608 segnalazioni relative a interruzioni della fornitura idrica.
La scarsità idrica e le siccità ricorrenti rappresentano in Tunisia un problema strutturale, al quale si aggiungono le criticità delle infrastrutture e la forte dipendenza energetica dall’estero. Quest’ultima raggiunge il 73% se si escludono le royalties derivanti dal transito del gas algerino, mentre gli acquisti di gas dall’Algeria rappresentano circa il 61% dell’approvvigionamento nazionale. Tale dipendenza diventa particolarmente critica durante le ondate di calore, quando l’aumento simultaneo della domanda energetica in Tunisia e nei Paesi vicini può limitare la disponibilità di forniture supplementari proprio mentre i consumi nazionali raggiungono livelli particolarmente elevati.
Il cambiamento climatico agisce, dunque, come moltiplicatore di vulnerabilità preesistenti: le temperature estreme esercitano ulteriore pressione su risorse idriche limitate, infrastrutture fragili e un sistema energetico fortemente dipendente dall’estero. La crisi dell’estate 2026 mostra così come uno shock climatico, interagendo con criticità strutturali e istituzionali, possa contribuire a trasformare il deterioramento dei servizi essenziali in una più ampia questione di governance e contestazione politica.
Di fronte al persistere dei disservizi, Saied ha tuttavia proposto una diversa interpretazione delle loro cause. Il 27 agosto, il presidente ha sostenuto che alcune interruzioni di acqua ed elettricità sarebbero riconducibili ad atti deliberati di sabotaggio finalizzati, secondo la sua ricostruzione, ad alimentare le tensioni sociali e diffondere false informazioni. Saied non ha identificato i presunti responsabili. Questa narrazione si inserisce in una più ampia retorica presidenziale caratterizzata dall’individuazione di presunte minacce interne alla stabilità dello Stato.
La crisi si intreccia, infine, con la restrizione dello spazio civico. Il 26 agosto, i giornalisti di Al Jazeera Mahmoud El Majdoub e Ahmed Ayari sono stati fermati a Radès mentre documentavano la carenza di acqua in bottiglia. Secondo Reporter Senza Frontiere, sarebbero stati costretti a cancellare le fotografie scattate e a sottoscrivere una dichiarazione che subordinava la possibilità di filmare nella zona alla preventiva autorizzazione delle autorità di polizia.
Le recenti mobilitazioni nella capitale tunisina richiamano, pur nella diversità dei due contesti storici, alcune delle rivendicazioni che animarono il Paese nel 2011: «Travail, liberté, dignité nationale». A quindici anni dalla rivoluzione, quelle rivendicazioni assumono nuove forme, ma pongono ancora una questione fondamentale: fino a che punto può esserci dignità senza accesso alle risorse essenziali e senza la possibilità di rivendicarlo pubblicamente? Quando l’accesso all’acqua e all’elettricità diventa incerto e lo spazio per denunciare queste carenze si restringe, la crisi dei servizi essenziali smette di essere soltanto infrastrutturale: diventa politica. È anche nelle strade di Tunisi che oggi si misura la distanza tra le promesse del 2011 e la Tunisia del 2026.
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L'Autore
Bianca Mannino
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