A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale Post
In questi giorni i diplomatici si confrontano strenuamente nei negoziati di pace sull'Ucraina:
- Per gli europei, la pace è l'esito quanto meno desiderabile di un processo definito nel passaggio attraverso tappe ben definite; come una sorta di “ascensore” che va dal piano più basso, la guerra, al più elevato della pace.
- I russi, per loro conto, vedono la pace come un mero momento di sola transizione nel mezzo di una dinamica nella quale i rapporti geopolitici e di forza sono in continua evoluzione; esattamente come una “rotonda” nella quale più parti possono entrare contemporaneamente prima di andarsene nella stessa direzione o in percorsi opposti.
- L'amministrazione Trump, infine, dopo aver avviato un «accordo», apparso fin dall’inizio come introvabile, opta malamente e improduttivamente per una sorta di «duello» personalizzato fra due leader con Putin.
Insomma, solo il metodo europeo è stato finora suscettibile di garantire in modo duraturo per la pace in quei territori e più in generale nel continente europeo. Le recenti discussioni avute tra Russia e Ucraina a Istanbul si sono scontrate con un ostacolo classico e con alcune importanti fragilità sull’eventualità di un vero cessate il fuoco:
- per gli europei e gli ucraini, il cessate il fuoco deve essere totale e avvenire su entrambi i fronti; esso costituisce un prerequisito per lo svolgimento di qualsivoglia negoziato
- Per i russi, al contrario, il cessate il fuoco deve far parte integrante dei negoziati.
Più esplicitamente, secondo le affermazioni ufficiali del portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, le battaglie e le questioni negoziali non si escludono a vicenda ma si svolgono in parallelo, come ha ricordato pure il capo della delegazione russa a Istanbul, Vladimir Medinsky, invocando in questa sede – senza preoccuparsi della verità storica – la figura, oltremodo disprezzata in Russia, di Napoleone I, imperatore dei francesi.
Questo ostacolo appare ben lungi dall'essere casuale o di significato minore: costituisce invece una questione essenziale per l'avanzamento delle discussioni in Ucraina e rappresenta un problema che deve mobilitare l'attenzione degli ucraini, degli europei e degli americani.
In questo tratto di discussione si gioca in effetti non solo un rapporto di forza (combattere o discutere oppure combattere e nel frattempo anche discutere), ma anche l’elaborazione di una visione concreta della pace e del metodo più efficace per raggiungerla. I poteri pubblici russi (e prima di questi quello sovietico ) hanno sviluppato una concezione specifica della guerra, della pace e del processo che conduce al conflitto fino alla cessazione delle operazioni militari.
Se per gli europei un processo di pace appare come una ascensione regolare – una scala o un ascensore non fanno differenza –, per i russi la relazione tra guerra e pace è molto più incerta e a dir poco porosa: secondo la loro cultura mentale, una discussione sulla pace somiglia meno a una scala molto ripida piuttosto che ad un incrocio dove c'è una rotonda dove i riorientamenti sono possibili in ogni istante tra la guerra e la pace.
Quanto agli Stati Uniti di Trump, colui che all’inizio del suo mandato presidenziale prometteva con invidiabile sicumera di ottenere un accordo in 24 ore, adesso dà l'impressione di aver rinunciato al paradigma europeo, quello di una marcia progressiva verso la pace.
Il processo di pace secondo gli europei è un processo da sbloccare: oggi hanno forgiato una visione graduale e lineare del processo di pace. L'hanno tratto dalla pratica dei grandi negoziati che hanno chiuso i conflitti continentali e mondiali del XIX e XX secolo.
E lo teorizzarono ispirandosi culturalmente in particolare attraverso Emanuel Kant, secondo il cui pensiero la guerra viene elaborata come se fosse l'espressione di una disputa attraverso la violenza fisica mentre la pace rappresenta la risoluzione di questa disputa attraverso un accordo. La delegazione europea stima quindi che la pace sia il risultato di un lungo lavoro necessario per il raggiungimento della pace.
Il fine è quello di organizzare in primo luogo la coesistenza e l’accettazione reciproca quindi, al termine, stabilire le regole della cooperazione finale tra le parti in conflitto. Ecco il motivo principale per il quale il cessate il fuoco è, per gli europei, una condizione necessaria dei negoziati sull'Ucraina. La posta in gioco è il lavoro stesso di qualunque diplomatico: passare attraverso passare per una serie di tappe ben conoscendo tale difficoltà ma anche la sua positività di risultati.
Le concessioni reciproche avranno lo scopo di facilitare la stabilizzazione del processo: scambi di prigionieri, divieto di sorvolo aereo, cessazione dell'ostilità in mare, ritiro dei pezzi di artiglieria missilistica e pesante, controllo anche satellitare della linea del fronte, adeguate misure di rassicurazione, divieto di attacchi alle infrastrutture, e molto altro ancora.
Tutte queste discussioni sono essenziali perché sono quelle che permettono di mettere alla prova la buona fede del nemico e di renderlo un credibile partner di discussione. L'arte della diplomazia è anche quella di differenziare la forma militare dalla tutela giuridica con le intenzioni ed i fatti direttamente verificabili da entrambi. Considerando il dato di fatto che la guerra è rimasta del tutto irrisolta, solo un trattato di pace può mettervi fine.
Le discussioni a Istanbul
I russi, ancora una volta di recente a Istanbul, hanno assunto una concezione diversa delle discussioni di pace attualmente in corso: in sostanza, il cessate il fuoco deve essere sicuramente negoziato, ma non è la condizione invalicabile della possibilità del negoziato stesso. Inoltre, i combattimenti, finora squisitamente tattici con l'Ucraina, sono visti solo come una parte di un rapporto di forza multiforme e qui di ulteriori espressioni aulicamente definite come la "guerra ibrida", le operazioni "asimmetriche", le lotte d'influenza, ecc. La stessa pace in se stessa può esprimere il rapporto di forza: è quello che il filosofo Emanuel Kant appella in modo semplice ma esplicito di “tregua”.
La concezione della guerra e della pace che qui si manifesta non è più binaria (né lo stato di guerra, né la consacrazione della pace): in poche parole, guerra e pace non si escludono a vicenda, ma si intrecciano costantemente.
La lontananza del pensiero
Il cielo delle idee è per sua natura lontano dalla terra dei conflitti ed è evidente a tutti i protagonisti che la presidenza russa sta cercando primariamente di guadagnare tempo, terreno e vantaggi vari in campo logistico inserendo il cessate il fuoco solamente nell'ordine del giorno delle discussioni. Ma a questo punto è anche necessario prendere in considerazione la visione dei conflitti e del processo di pace che si esprimono regolarmente nel pensiero proprio dei russi. Le alleanze sono necessariamente provvisorie e precarie, come quelle che riunirono Napoleone e Alessandro I nella «pace de Tilsit» (1807), Stalin e gli alleati contro la Germania nazista (a partire dal 1941) o ancora nella Federazione Russa e nella NATO durante gli anni 2000 nel formato NATO-Russia.
Le cronache storiche raccontano da sempre che le guerre non si concludono mai definitivamente con la pace, come testimoniano nell’attualità pure le dinamiche stesse della recente Guerra Fredda durante l’epoca dell’URSS e i cosiddetti "conflitti congelati" dopo la sua dissoluzione: la coesistenza e le tensioni, cooperazioni e scontri che sono succeduti si sono in vario modo combinati in un equilibrio di potere sempre in costante evoluzione e quindi anche di imprevedibilità. La Guerra Fredda ha determinato un vero e proprio scontro con l'intero Occidente, ma non direttamente sul piano militare: fronti conflittuali in territori periferici, uso di agenti e fattori delegati, movimenti sovversivi, ecc. sono tutti metodi di guerra obliqua che hanno facilità di applicarsi anche in tempo di pace.
Secondo questa concezione, i conflitti non sono più – come un po’ non lo sono mai stati - unicamente di natura militare: infatti anche i rapporti con l'Occidente non si scontrano soltanto sui campi di battaglia ucraini, ma anche nell’assise del Consiglio di Sicurezza dell'ONU, nei maggiori media internazionali, nelle problematiche del continente africano, nelle cattedrali ortodosse dei Balcani, in Siria e tanto altro ancora. Secondo questa visione, una discussione sulla pace non si rompe essenzialmente con la logica della guerra e la cessazione del fuoco diventa un gioco di mero rapporto di forza.
Due paradigmi di pace sono qui chiaramente opposti. Se vuole avere successo, il presidente Trump deve ora scegliere il proprio paradigma, in particolare sull'ostacolo preliminare del cessate il fuoco. La pace, vista attraverso la lente del calcolo costo-beneficio, non è di per sé un ideale assoluto ma esclusivamente il risultato di una transazione.
Quando i guadagni della pace superano i vantaggi della guerra, i nemici possono trasformarsi più agevolmente in partner, raggiungendo un accordo duraturo. Tuttavia, per ottenere tale risultato, è fondamentale stabilizzare il cessate il fuoco, evitando che una delle parti tragga vantaggi territoriali o di altro tipo durante le trattative. Donald Trump, promotore di un approccio più pragmatico, privilegia – visti i risultati, sbagliando - un baratto diretto e sbrigativo tra leader piuttosto che attraverso una serie di processi diplomatici di segno tradizionale. Questa visione, però, si basa su rapporti di forza per loro natura instabili ovvero pronti a cambiare con il mutare delle circostanze.
Riflessioni finali
A tutt’oggi, manca un terreno comune tra le parti coinvolte.
I loro orientamenti politici seguono logiche ancora divergenti, rendendo difficile una negoziazione basata su principi condivisi. Così, la pace rischia di essere temporanea, frutto di condizioni temporanee piuttosto che di un progetto duraturo e sostenibile. Questo approccio evidenzia la fragilità di tali processi di pace basati esclusivamente sulla forza e/o sull'abilità dei leader in gioco.
Omnia prius experiri quam armis sapientem decet
Cicerone
“Si addice al saggio provare tutte le vie prima di passare alle
armi".