A volte, il prestigio di un regista sembra bastare per far gridare al capolavoro, e La stanza accanto di Pedro Almodóvar ne è un esempio lampante. Leone d’Oro all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, il film più che guadagnare lodi dovrebbe scatenare un acceso dibattito: è questa davvero l’opera migliore di uno dei festival più importanti del mondo? O forse siamo di fronte a un esercizio di stile, un collage di tematiche attuali confezionato con più furbizia che cuore?
“Ingrid e Martha erano amiche intime in gioventù, quando lavoravano insieme per la stessa rivista. Ingrid è diventata una scrittrice di autofiction, mentre Martha è diventata una reporter di guerra, e le circostanze della vita le hanno allontanate. Dopo anni senza contatti, si ritrovano in una situazione estrema ma stranamente dolce”.
Contenitore di sole tematiche
Prima di procedere con una critica asettica ci terrei a sottolineare un dettaglio, il film, l’ho visto, in lingua originale.
Durante tutto il film mi sono posto una domanda: cosa vuole essere, un diario intimo? Una cronaca di una malattia? Un inno all’attualità? Almodóvar sembra prendersi tremendamente sul serio, e il risultato è un calderone in cui si susseguono temi come boom esplosivi, privi però di un reale peso narrativo. Una specie geyser di tematiche incavato sul comune terreno della morte lenta (quella del tumore), a cui si vuole dare una fine più rapida (il suicidio).
Eccoli qui, uno dopo l’altro, come spuntati da un elenco:
- “Boom” LGBTQ+: la ragazzina all’inizio del firmacopie, il fotografo di Marta.
- “Boom” ambientalismo: una tematica gettata lì, “perché oggi bisogna parlarne”, attraverso la bocca di un magistrale John Turturro, a mio parere, la miglior interpretazione del film.
- “Boom” dark web: la ricerca della pillola per l’eutanasia è raffazzonata e imbarazzante e soprattutto legata all’idea che solo un simil-nerd possa essere in grado di trovarla (si cita l’amico matematico che la procura).
- “Boom” patriarcato: incarnato dall'invadenza del poliziotto uomo (e niente, rompe il cazzo un botto). Scena fine a se stessa perché poi mica porta da qualche parte.
- “Boom” religione: il “man of Faith”, sempre il poliziotto, urlato come fosse una rivelazione, ma che suona forzato.
- “Boom” pandemia: un pippone inserito quasi a forza.
A voler essere sinceri, queste “stoccate” sembrano più caselle da spuntare che elementi integrati in un racconto coerente che debbano risuonare come tematiche e battaglie importanti in ognuno di noi. Ogni argomento, per quanto urgente, resta in superficie: Almodóvar lo enuncia, lo mette in scena, ma non lo approfondisce mai davvero, un po’ come Gerwick aveva fatto in quel mappazzone dal titolo Barbie.
Laddove la narrazione fallisce, Almodóvar tenta di compensare con il simbolismo. Ma anche qui, il risultato è più pretenzioso che efficace. Le fragole, che compaiono ripetutamente, cosa dovrebbero significare? Perché il frigorifero “difficile da aprire”, la scena appena successiva si spalanca al primo tentativo? La neve, elemento ricorrente e suggestivo, alla fine diventa semplicemente uno sfondo. E poi c’è quella casa, descritta come un paradiso naturale, che “è meglio che nelle foto”. Ma davvero basta una bella scenografia a salvare un film?
Un altro grande problema è la recitazione. Tilda Swinton e Julianne Moore sembrano costrette a interpretare personaggi freddi, privi di spessore e, soprattutto, di emozioni autentiche.
La storia non emoziona, non sconvolge, e non fa neppure riflettere quanto vorrebbe. Le scene chiave — come quella della casa in fiamme — risultano grottesche e fuori tono. La colonna sonora, poi, mi ha riportato direttamente agli anni ‘90 delle serie TV italiane (Carabinieri, per capirci, che per carità vede un grande Gigi Proietti, ma non è sicuramente ciò a cui si vuole tendere).
Un Leone d’Oro che fa discutere
La critica si è genuflessa davanti a La stanza accanto, come se il solo nome di Almodóvar giustificasse ogni scelta. Ma premiarlo con il Leone d’Oro significa ignorare difetti evidenti: un film costruito a tavolino, che affastella tematiche senza mai entrare nel cuore delle questioni che solleva. Un’opera che, più che raccontare, descrive, come in un report giornalistico.
E forse è questa la genialità del film? Raccontare la storia di una report di guerra come se il tutto fosse stato da lei stessa messo nero su bianco e pubblicato sulla prima pagina di un periodico?
Può darsi, ma comunque non regge. Se il cinema deve far vibrare, qui siamo di fronte a un film che si limita a enumerare. Almodóvar mette in scena la morte ma non va mai oltre la superficie, come coperto da un manto di neve, tanto ricorrente nell’estetica della pellicola.
La stanza sarà pure “accanto”, ma è come se non riuscissimo mai a entrarci davvero.
Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2024
Condividi il post
L'Autore
Jacopo Cantoni
Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.
Tag
Pedro Almodóvar Julianne Moore Tilda Swinton John Turturro morte LGBTQ+ 2024 venezia Festival di Venezia