Unicredit-Commerzbank: un caso tutt'altro che politico

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  Tiziano Sini
  28 settembre 2024
  2 minuti, 37 secondi

Durante una delle fasi più convulse e complesse della politica europea, come quella attuale, c’è un tema economico che sta tenendo banco, tanto da far mobilitare anche i Governi nazionali: la scalata da parte di Unicredit alla banca tedesca Commerzbank.

La questione relativa all’acquisizione di quote da parte della Banca italiana nei confronti del secondo gruppo bancario tedesco è fatto piuttosto recente. L’istituto di credito italiano ha, infatti, operato in un primo momento attraverso una doppia operazione di acquisto del 4,5% delle quote tramite mercato e un ulteriore 4,5% delle quote attraverso un collocamento accelerato promosso dallo stesso Governo di Berlino, attestandosi al 9% del capitale. Aggiudicando nelle ultime ore un altro 11,5%, attraverso l’acquisto di ulteriori strumenti finanziari.

La scalata in corso, a quanto si apprende dagli ultimi sviluppi, non sembra però arrestarsi; come comunicato, infatti, è stata presentata istanza regolamentare alla BCE per l’acquisizione di una partecipazione superiore al 10%, per salire fino al 29,9% in Commerzbank[1].

Una notizia che non è stata accettata positivamente dai vertici di Berlino, con il Cancelliere Scholz in testa, che hanno stigmatizzato in maniera marcata il tentativo di scalata, apostrofandolo come atto del tutto ostile.

Una presa di posizione che ha creato molto scalpore ed a cui ha risposto direttamente il Ministro degli Esteri, Tajani, ribadendo il rispetto di un’iniziativa privata e del tutto legittima operata all’interno del libero mercato europeo[2].

A questo proposito, di fronte ad uno scambio di accuse piuttosto grave, diventa interessante capire se effettivamente l’azione di Unicredit stia confliggendo contro la normativa europea e, soprattutto, dal punto di vista regolamentare chi è l’organo di riferimento in materia.

Se, per quanto riguarda la casistica di riferimento, non sono, almeno per il momento, rilevati vizi e conflitti con la normativa vigente europea; differente e molto rilevante è il ruolo ricoperto nella partita dalla Banca Centrale europea, organo responsabile della vigilanza dei grandi gruppi bancari europei.

A questo proposito è considerevole evidenziare come quest’ultima disponga di numerose leve in grado di orientare operazioni come quella attuale, attraverso soprattutto un intervento secondario ed indiretto, identificabile con alcuni particolari interventi.

Un esempio sono gli indirizzi precauzionali come quello relativo ai requisiti di capitale, afferenti al “secondo pilastro” dell’Unione bancaria; oppure il trattamento del badwill, cioè i margini realizzati dal compratore rispetto al valore teorico della banca acquisita, quando i prezzi di borsa sono inferiori al patrimonio contabile. A ciò si aggiunge la definizione di nuovi modelli interni relativi alla misurazione del rischio del proprio portafoglio crediti[3].

Tutti elementi che fanno comprendere quali sono i margini all’interno dei quali l’operazione viene portata avanti e le complicazioni che potrebbero emergere di fronte alle osservazioni della BCE, al netto dei semplici scontri politici, che sembrano prendere il sopravvento al momento.


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