Un’operazione militare senza precedenti
Nella notte del 3 gennaio, gli Stati Uniti hanno condotto un’operazione militare lampo in Venezuela, che ha portato alla cattura del Presidente Nicolás Maduro e di sua moglie, Cilia Flores. L’azione, denominata Operation Absolute Resolve, è stata preceduta da bombardamenti mirati su Caracas e su obiettivi militari venezuelani e si è conclusa con l’esfiltrazione della coppia presidenziale verso gli Stati Uniti, dove è stata trasferita nel Metropolitan Detention Center di Brooklyn in attesa di processo per accuse di narco-terrorismo e traffico di cocaina.
Nella conferenza stampa successiva, tenuta a Mar-a-Lago, Donald Trump ha definito l’operazione una “dimostrazione straordinaria di potenza”, affermando che gli Stati Uniti “run Venezuela” fino al completamento di una transizione di potere. Tuttavia, a distanza di ore, sul terreno non erano visibili segnali di un effettivo controllo statunitense delle istituzioni civili o militari del Paese, lasciando emergere un quadro di profonda incertezza.
Dalla pressione militare al cambio di regime
L’operazione è il punto di arrivo di mesi di escalation. Washington aveva progressivamente rafforzato la propria presenza navale nei Caraibi, condotto operazioni contro presunte imbarcazioni legate al narcotraffico,con decine di morti, e autorizzato un attacco con droni della CIA contro infrastrutture ritenute riconducibili ai cartelli. Già nell’agosto precedente, Trump aveva posto una taglia su Maduro, qualificandolo come capo di un “narco-Stato”.
Tuttavia, il riferimento alla lotta al narcotraffico appare fragile. Il Venezuela non è un produttore di fentanyl e la principale rotta di questa sostanza passa dal Pacifico attraverso il Messico. Inoltre, la grazia concessa da Trump all’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, condannato negli Stati Uniti per reati analoghi, indebolisce ulteriormente la coerenza di tale giustificazione.
Petrolio, Cina e Dottrina Monroe
Le dichiarazioni di Trump chiariscono invece altri obiettivi. Il Presidente ha più volte fatto riferimento alle infrastrutture petrolifere venezuelane, affermando che compagnie statunitensi interverranno per “ripararle” e che i proventi del petrolio serviranno a finanziare l’amministrazione del Paese. Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere al mondo, configurandosi come un asset strategico cruciale.
A ciò si aggiunge una dimensione geopolitica più ampia: il contenimento della presenza cinese in America Latina. Caracas è stata negli ultimi anni un partner centrale di Pechino sul piano energetico e finanziario. Il cambio di regime offre a Washington l’opportunità di colpire uno dei principali nodi della proiezione cinese nell’emisfero occidentale.
Trump ha esplicitamente richiamato la Dottrina Monroe, arrivando a definirne una versione aggiornata, ribattezzata ironicamente “Donroe”. In questa visione, l’America Latina torna a essere concepita come “cortile di casa” degli Stati Uniti, legittimando un interventismo diretto fondato sulla forza.
Transizione politica o continuità del regime?
Sul piano interno, lo scenario appare tutt’altro che definito. Trump ha escluso un ruolo centrale per la leader dell’opposizione María Corina Machado, sostenendo che non gode di sufficiente consenso. Al contrario, ha indicato come interlocutrice Delcy Rodríguez, vicepresidente del regime chavista, che avrebbe assunto ad interim la guida del Paese.
Rodríguez, tuttavia, ha smentito pubblicamente di aver giurato come presidente e ha definito l’azione statunitense una violazione del diritto internazionale, chiedendo la liberazione immediata di Maduro. Questo alimenta l’ipotesi di una transizione controllata dagli Stati Uniti che mantenga in vita strutture del chavismo, purché allineate agli interessi di Washington, piuttosto che una reale democratizzazione.
Reazioni internazionali e fratture regionali
L’intervento ha suscitato una forte reazione internazionale. Russia, Cina, Iran, Turchia, Brasile e Cuba hanno condannato l’operazione come illegale. In America Latina, la Colombia e il Messico hanno richiamato i principi della Carta ONU, mentre l'Argentina, sotto la presidenza Milei, ha espresso sostegno a Washington.
Spagna, Brasile, Cile, Colombia, Messico e Uruguay hanno firmato un comunicato congiunto che denuncia la violazione della sovranità venezuelana e il rischio per la sicurezza regionale. L’Europa, con poche eccezioni, ha mantenuto una posizione ambigua, indebolendo ulteriormente la propria credibilità nel Sud Globale.
Implicazioni sistemiche
L’operazione statunitense infligge un colpo significativo all’ordine internazionale basato sulle regole. L’uso della forza senza l'autorizzazione dell'ONU o del Congresso rafforza una logica di potenza che rischia di legittimare azioni analoghe da parte di altri attori, in primis Russia e Cina.
In America Latina, l’intervento rischia di accentuare polarizzazioni politiche, interferenze elettorali e instabilità, soprattutto in una fase caratterizzata da importanti appuntamenti elettorali e dalla competizione per risorse strategiche come petrolio e minerali critici.
Il Venezuela come precedente strategico regionale
Il caso venezuelano segna il ritorno esplicito della forza come strumento di governo dell’ordine regionale. Più che una risposta a una minaccia alla sicurezza, l’operazione appare come un cambio di regime guidato da interessi economici e geopolitici, inserito in una visione gerarchica dell’emisfero occidentale. In questo quadro, il diritto internazionale emerge come sempre più marginale, mentre la stabilità regionale e globale appare affidata, ancora una volta, alla legge del più forte.
L’operazione statunitense in Venezuela può essere interpretata come un caso di cambio di regime coercitivo a bassa legittimità, in cui l’uso della forza non è accompagnato da un chiaro progetto politico di lungo periodo. Dal punto di vista di Washington, l’intervento risponde a una convergenza di interessi strategici: il controllo di risorse energetiche critiche, il ridimensionamento della presenza cinese in America Latina e la riaffermazione di una sfera di influenza regionale coerente con una rinnovata Dottrina Monroe. Tuttavia, tali obiettivi si scontrano con vincoli significativi, in particolare l’assenza di una base giuridica internazionale e il rischio di una crescente delegittimazione dell’azione americana sul piano normativo.
Sul piano interno venezuelano, la cattura di Maduro non coincide con lo smantellamento dell’apparato chavista. Le strutture civili e militari del regime restano in larga parte intatte, aprendo a uno scenario di continuità del sistema senza il suo leader, piuttosto che a una reale transizione democratica. In questo contesto, Delcy Rodríguez appare funzionale a una stabilizzazione controllata dall’esterno, mentre l’emarginazione dell’opposizione indebolisce la costruzione di un consenso interno duraturo.
A livello regionale, il Venezuela rischia di diventare un precedente. La polarizzazione tra governi allineati e contrari agli Stati Uniti, unita a imminenti scadenze elettorali e alla crescente rilevanza strategica dell’America Latina per risorse e rotte commerciali, potrebbe tradursi in nuove interferenze e in una destabilizzazione diffusa. In assenza di un quadro multilaterale condiviso, la stabilità regionale appare fragile e subordinata alla capacità degli attori più forti di imporre i propri interessi.
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L'Autore
Federica Placidi
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Venezuela USA Petrolio Dottrina Monroe America del Sud