Senza respiro. È questo il titolo scelto per il XXI Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione in Italia.
Un titolo che, per i minori reclusi negli istituti penitenziari, riflette la realtà: senza respiro perché senza spazi, senza diritti, senza occasioni, senza prospettive e, di conseguenza, senza futuro.
A rendere più asfissiante questo scenario, sono le recenti scelte politiche del Governo: dal nuovo reato di rivolta carceraria introdotto con il Decreto Legge n. 48/2025 (cd. Decreto Sicurezza), strumento che dovrebbe essere utilizzato solo d’urgenza ma de facto utilizzato dopo che il disegno di legge sembrava bloccato in Parlamento, agli effetti che continuano a farsi sentire del Decreto Legge Caivano, convertito poi in legge il 15 novembre 2023 (l. n. 159/23). Quest’ultimo è intervenuto in un sistema di giustizia penale minorile che costituiva un modello per il resto d’Europa, rafforzando l’azione punitiva nei confronti dei minori a scapito di un approccio maggiormente educativo. Invece di continuare per la strada che si era dimostrata virtuosa, si è cambiato paradigma: si è scelta una progressiva omologazione degli strumenti penali minorili a quelli per adulti, nonostante questi ultimi, in Italia, non abbiano mostrato reali segni di efficacia. Decreto che ha causato un incremento delle presenze negli IPM, in controtendenza rispetto al calo dei reati commessi da minori.
A conferma del fallimento di questo approccio, vi sono i dati contenuti nel rapporto di Antigone. A fine marzo 2025, 597 (di cui 26 ragazze) erano i giovani detenuti nei 17 IPM italiani. Di questi 17, 9 sovraffollati: un problema che mai si era verificato prima e, secondo Antigone, è diretta conseguenza del Decreto Caivano, che ha ridotto l’uso delle misure alternative al carcere e aumentato il ricorso alla custodia cautelare (ad oggi, il 65 percento del totale dei ragazzi in IPM; 81,4 percento se consideriamo i soli detenuti minorenni). Sovraffollamento che può arrivare fino ad un tasso del 150 percento, come ad esempio nell’IPM Beccaria di Milano e IPM Quartucciu di Cagliari. Avere un tasso di sovraffollamento pari al 150 percento significa che uno spazio pensato per 2 persone sarà occupato da 3. Una compressione fisica che troppo spesso si traduce in privazione dei diritti fondamentali. Il “conto da pagare” dovrebbe essere la privazione della libertà, non della dignità: un principio sancito dall’art. 3 della nostra Costituzione, su cui si basa tutto l’impianto costituzionale.
Un altro dato che restituisce la misura del disagio vissuto da questi giovani riguarda l’aumento della somministrazione di psicofarmaci all’interno degli IPM.
Secondo un’inchiesta condotta da Altreconomia, è cresciuta in modo significativo la spesa pro capite per benzodiazepine e antipsicotici, farmaci utilizzati per sedare stati di ansia, agitazione o crisi psichiatriche.
I numeri sono impressionanti:
- a Torino è aumentata del 64 percento dal 2022 al 2024;
- a Nisida è aumentata del 352 percento in tre anni;
- a Pontremoli si registra un aumento di oltre il 1.000 percento;
- a Roma la crescita è del 71 percento.
Un altro dato che riportato nel rapporto è la tipologia dei reati commessi: il 50,8 percento sono reati contro il patrimonio mentre il 22,9 percento sono reati contro la persona.
Alla luce di tutti questi dati, una delle risposte delle istituzioni è stata l’introduzione, all’art. 26 del Decreto Legge n. 48/2025 (cd. Decreto Sicurezza), del reato di rivolta all’interno di un istituto penitenziario. Questo reato prevde che chiunque, con un gruppo di 3 o più persone, all’interno di un istituto penitenziario, partecipi ad una rivolta mediante atti di violenza o minaccia o di resistenza all’esecuzione degli ordini impartiti per il mantenimento dell’ordine e della sicurezza, sia punito con la reclusione da uno a cinque anni. Inoltre, possono rientrare nella fattispecie, al ricorrere di determinate condizioni, anche le condotte di resistenza passiva.
Antigone ha espresso forti preoccupazioni riguardo a questa nuova disposizione, ritenendo che sia volta alla repressione del dissenso all'interno delle carceri, attraverso la criminalizzazione dello stesso. Secondo Antigone, la norma rischia di punire anche forme di protesta non violente, come la resistenza passiva, che spesso rappresentano l'unico mezzo attraverso cui i detenuti possono esprimere il loro disagio.
Attualmente il Decreto Legge è ancora in fase di conversione in Parlamento. Il termine dei 60 giorni previsti per la conversione scadrà nella prima metà di giugno. Non è quindi ancora definitiva la forma di questo reato, contenuta nel Decreto Legge.
Si ha l’impressione che, una volta varcata la soglia di un istituto penale, tu debba restarci. Che la società non abbia tempo, o voglia, di interrogarsi sul tuo futuro. Che i principi costituzionali di rieducazione e reinserimento siano diventati un lusso e non diritti costituzionali.
E forse, per molti, è più comodo fingere di non conoscerli.
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L'Autore
Giorgia Savoia
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