Clima e Unione Europea nel 2025: tra ambizione rivista e pragmatismo politico
Il 2025 si è aperto con l’insediamento della seconda Commissione guidata da Ursula von der Leyen e con una promessa implicita: garantire continuità al Green Deal senza ignorare le profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali che attraversano l’Unione. È apparso subito chiaro, tuttavia, che non si sarebbe trattato di una semplice prosecuzione del progetto avviato nel 2019, ma di una sua ricalibrazione. Un Green Deal “2.0”, rivisto nei toni e negli strumenti, letto da alcuni come un adattamento necessario e da altri come un ridimensionamento dell’ambizione climatica europea.
Il 2025 si è così configurato come un anno di passaggio, in cui l’azione climatica dell’UE si è mossa lungo una linea sottile, sospesa tra leadership internazionale e crescenti pressioni interne. Un contesto geopolitico instabile — dalla guerra in Ucraina alle crisi in Medio Oriente, fino alla competizione globale sulle tecnologie verdi — ha spinto Bruxelles a rafforzare la dimensione esterna della propria politica climatica, mentre il malcontento di settori industriali e agricoli e le preoccupazioni di alcuni Stati membri hanno alimentato una narrativa orientata al “fare meno, ma fare meglio”, in nome della competitività.
Obiettivi interni: dal Green Deal al “Green Deal 2.0” tra Fit for 55 e pacchetti Omnibus
Sul piano interno, il 2025 ha visto l’Unione concentrarsi su una fase di implementazione e aggiustamento delle politiche climatiche già avviate. L’attenzione si è focalizzata in particolare sul raggiungimento degli obiettivi del pacchetto Fit for 55 nei singoli Stati membri, sulla definizione di un nuovo target di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2040 e sulla costruzione di una decarbonizzazione capace di fungere da motore per l’economia europea. L’obiettivo dichiarato è stato quello di coniugare transizione energetica e progresso economico, evitando che i costi della trasformazione ricadessero in modo sproporzionato su cittadini e territori.
Già nel gennaio 2025, la Commissione von der Leyen ha presentato la Bussola per la Competitività, uno strumento programmatico volto a delineare come l’Unione intenda trasformare la propria economia in senso decarbonizzato, competitivo e resiliente. Un documento che ha segnato simbolicamente il tentativo di riallineare le politiche climatiche con le priorità industriali e strategiche dell’UE.
A febbraio è seguito il lancio del Clean Industrial Deal, una vera e propria tabella di marcia pensata per unire decarbonizzazione e competitività attraverso un piano di trasformazione dell’industria europea. L’obiettivo è duplice: rispettare i target climatici e, al contempo, rafforzare il settore manifatturiero europeo in un contesto di crescente competizione globale. Parte integrante del Clean Industrial Deal è il Piano d’Azione per l’Energia a Prezzi Accessibili, che include misure specifiche per ridurre i costi energetici e migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento.
Sul piano normativo, in vista della revisione della Legge Europea sul Clima per rendere vincolante il Fit for 55, la Commissione ha previsto interventi su diversi atti chiave: dalla ripartizione degli sforzi tra Stati membri al regolamento sull’uso del suolo e la silvicoltura, dagli standard di emissione di CO₂ per auto e furgoni all’estensione dell’EU ETS alle emissioni marittime, fino all’introduzione dell’ETS 2 per edifici e trasporti stradali e al rafforzamento del Fondo Sociale per il Clima.
Tuttavia, per perseguire gli obiettivi fissati dallo stesso Green Deal, l’Unione è stata costretta a scendere a compromessi che hanno sollevato forti perplessità tra le forze politiche e i settori più sensibili alla tutela ambientale. La modifica della legge sul clima — volta a rendere giuridicamente vincolante il raggiungimento del -55% entro il 2030 e, potenzialmente, del -90% entro il 2040 — è stata accompagnata da un’ampia operazione di “semplificazione” procedurale. Questa ha comportato un alleggerimento non solo dei requisiti per l’accesso ai crediti internazionali di carbonio, ma anche degli obblighi in materia di sostenibilità aziendale e due diligence.
Le semplificazioni, otto per ora, sono confluite nel pacchetto Omnibus, che ha riaperto dossier legislativi già approvati, esponendo il processo decisionale europeo al rischio di una deriva negoziale tra i colegislatori. La Commissione ha difeso questa scelta come necessaria per ridurre gli oneri burocratici, anche attraverso linee guida, orientamenti e atti di esecuzione, piuttosto che tramite nuove norme vincolanti.
Secondo alcuni osservatori, l’offensiva sulla semplificazione avrebbe inferto il colpo più duro al Green Deal proprio a fine anno, con la presentazione dell’ottavo pacchetto Omnibus sull’ambiente, volto a ridurre fino a un miliardo di euro i costi per imprese e agricoltori. Un intervento che ha riacceso il dibattito su un presunto stravolgimento del pacchetto verde costruito durante il primo mandato di von der Leyen.
A difesa della nuova linea politica è intervenuto il Commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, sottolineando che il riallineamento di alcune politiche verdi non equivale a una rinuncia alle ambizioni ambientali dell’Europa, ma piuttosto a un tentativo di renderle sostenibili nel lungo periodo. Una dichiarazione che sintetizza bene la cifra del 2025: un anno in cui l’azione climatica dell’UE ha cercato di sopravvivere alla prova della realtà, anche a costo di ridisegnare i confini della propria ambizione.
Obiettivi esterni: politica climatica e ruolo globale dell’UE tra ambizione e realpolitik
Se sul piano interno il 2025 è stato l’anno della ricalibrazione del Green Deal, sul fronte esterno l’azione climatica dell’Unione Europea si è mossa in modo più ambivalente. Difendere credibilità internazionale e leadership climatica in un contesto globale sempre più competitivo si è rivelato complesso, tra iniziative diplomatiche ambiziose e risultati negoziali spesso inferiori alle aspettative. Il bilancio dell’anno, in questo senso, resta dolceamaro.
Già a gennaio, al World Economic Forum di Davos, Ursula von der Leyen aveva tentato di rilanciare il protagonismo europeo annunciando il primo Forum globale sulla transizione energetica, pensato per tradurre in azione l’impegno a triplicare la capacità rinnovabile e raddoppiare l’efficienza energetica globale, integrando questi obiettivi nei Contributi Nazionali Determinati dell’Accordo di Parigi. In quella sede, l’UE si è anche impegnata a presentare un obiettivo indicativo di riduzione delle emissioni al 2035 compreso tra il 66,25% e il 72,5%.
Nei mesi successivi, però, l’Unione ha faticato a trasformare quell’annuncio in una posizione condivisa. Il mancato accordo in Consiglio, arrivato solo in autunno dopo negoziati estenuanti, ha ritardato la presentazione dell’NDC europeo, indebolendo la credibilità dell’UE proprio nel momento in cui avrebbe dovuto guidare il processo internazionale.
In parallelo, nell’ottobre 2025, la Commissione europea e l’Alto Rappresentante Kaja Kallas hanno presentato nuove strategie internazionali per rafforzare il ruolo dell’Europa nei mercati globali. Tra queste, la Visione Globale su Clima ed Energia si è proposta come l’offerta politica dell’UE al resto del mondo, combinando diplomazia climatica, promozione di standard comuni e sostegno ai partner, riconoscendo il nesso sempre più stretto tra clima, sicurezza ed economia.
È con questo bagaglio politico che l’Unione si è presentata alla COP30 di Belém, con l’obiettivo di apparire compatta e determinata. La realtà geopolitica incontrata in Brasile si è però rivelata più complessa: l’assenza degli Stati Uniti e il peso crescente di attori come Cina, India e Arabia Saudita hanno ridotto il margine di influenza europeo, rendendo difficile imporre un’agenda più ambiziosa.
Di fronte a un accordo finale giudicato poco incisivo, l’UE ha valutato fino all’ultimo l’ipotesi di opporsi formalmente al testo, rinunciando al veto solo dopo aver ottenuto alcune concessioni. La presidenza brasiliana ha confermato l’impegno sulla transizione dai combustibili fossili e avviato una discussione sulla sua attuazione, oltre a rivedere la proposta sulla finanza climatica, seppur con tempistiche più dilatate e un maggiore ricorso a fonti non esclusivamente pubbliche.
L’esito della COP30 ha così lasciato aperta una domanda centrale: senza risolvere le proprie divisioni interne, l’Unione Europea può ancora esercitare una reale capacità di pressione sugli altri grandi emettitori? Nel 2025, la politica climatica esterna dell’UE ha riflesso fedelmente le sue fragilità interne: ambiziosa nella visione, ma ancora incerta nella sua traduzione in leadership effettiva.
Conclusioni
Il 2025 ha segnato un cambio di passo nei tempi, nei mezzi e nelle priorità della transizione: gli impegni diplomatici si sono affiancati a concessioni interne; il ripensamento di alcuni standard ambientali e delle tempistiche di attuazione è stato giustificato come necessario per sostenere l’industria e contenere i costi della transizione, in una scelta letta da alcuni come pragmatica e da altri come un arretramento. Il Green Deal è entrato in una fase più pragmatica, in cui il dibattito si è spostato dall’elaborazione delle regole alla loro applicabilità, mettendo in luce la difficoltà dell’Unione nel conciliare ambizione ambientale, consenso politico e tenuta sociale.
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L'Autore
Elisa Parisi
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