Wrap-up climatico 2025

La politica climatica dell’UE tra Green Deal 2.0 e diplomazia globale

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  Elisa Parisi
  19 December 2025
  10 minutes, 55 seconds

Clima e Unione Europea nel 2025: tra ambizione rivista e pragmatismo politico

Il 2025 si è aperto con l’insediamento della seconda Commissione guidata da Ursula von der Leyen e con una promessa implicita: dare continuità al Green Deal senza ignorare le profonde trasformazioni politiche, economiche e sociali che attraversano l’Unione. È apparso subito chiaro, tuttavia, che non si sarebbe trattato di una semplice prosecuzione del progetto avviato nel 2019, ma di una sua ricalibrazione. Un Green Deal “2.0”, rivisto nei toni e negli strumenti, interpretato da alcuni come un adattamento necessario e da altri come un indebolimento dell’ambizione climatica europea.

Il 2025 è stato così un anno di passaggio, in cui l’azione climatica dell’UE si è mossa lungo una linea sottile, sospesa tra leadership internazionale e crescenti pressioni interne. Un contesto geopolitico instabile — dalla guerra in Ucraina alle crisi in Medio Oriente, fino alla competizione globale sulle tecnologie verdi — ha spinto Bruxelles a rafforzare la dimensione esterna della propria politica climatica. Al tempo stesso, il malcontento di settori industriali e agricoli e le preoccupazioni di alcuni Stati membri hanno alimentato una narrativa orientata al “fare meno, ma fare meglio”, in nome della competitività europea.

Nel corso dell’anno, agli impegni diplomatici si sono quindi affiancate concessioni sul piano interno. Il ripensamento di alcuni standard ambientali e delle tempistiche di attuazione è stato giustificato come necessario per sostenere l’industria e contenere i costi della transizione verde, in una scelta letta da alcuni come pragmatica e da altri come un arretramento rispetto all’architettura originaria del Green Deal.

Non sorprende, dunque, che competitività e semplificazione normativa siano diventate parole chiave dell’agenda europea. Pur mantenendo formalmente invariati gli obiettivi climatici di lungo periodo, il 2025 ha segnato un cambio di passo nei tempi, nei mezzi e nelle priorità della transizione. Il Green Deal, da simbolo di leadership normativa, è entrato in una fase più pragmatica, in cui il dibattito politico si è spostato dall’elaborazione delle regole alla loro applicabilità, mettendo in luce la difficoltà dell’Unione nel conciliare ambizione ambientale, consenso politico e tenuta sociale.

Sul fronte esterno, infine, l’UE ha continuato a muoversi in un contesto frammentato. Il sostegno all’Ucraina, la gestione delle crisi in Medio Oriente e il rafforzamento dei rapporti con il Global South hanno confermato il ruolo dell’Unione come attore economico e finanziario centrale anche in ambito climatico, ma hanno al contempo evidenziato i limiti della sua capacità di incidere come vero attore geopolitico del clima.

Obiettivi interni: dal Green Deal al “Green Deal 2.0” tra Fit for 55 e pacchetti Omnibus

Sul piano interno, il 2025 ha visto l’Unione concentrarsi su una fase di implementazione e aggiustamento delle politiche climatiche già avviate. L’attenzione si è focalizzata in particolare sul raggiungimento degli obiettivi del pacchetto Fit for 55 nei singoli Stati membri, sulla definizione di un nuovo target di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2040 e sulla costruzione di una decarbonizzazione capace di fungere da motore per l’economia europea. L’obiettivo dichiarato è stato quello di coniugare transizione energetica e progresso economico, evitando che i costi della trasformazione ricadessero in modo sproporzionato su cittadini e territori.

Già nel gennaio 2025, la Commissione von der Leyen ha presentato la Bussola per la Competitività, uno strumento programmatico volto a delineare come l’Unione intenda trasformare la propria economia in senso decarbonizzato, competitivo e resiliente. Un documento che ha segnato simbolicamente il tentativo di riallineare le politiche climatiche con le priorità industriali e strategiche dell’UE.

A febbraio è seguito il lancio del Clean Industrial Deal, una vera e propria tabella di marcia pensata per unire decarbonizzazione e competitività attraverso un piano di trasformazione dell’industria europea. L’obiettivo è duplice: rispettare i target climatici e, al contempo, rafforzare il settore manifatturiero europeo in un contesto di crescente competizione globale. Parte integrante del Clean Industrial Deal è il Piano d’Azione per l’Energia a Prezzi Accessibili, che include misure specifiche per ridurre i costi energetici e migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento.

Sul piano normativo, in vista della revisione della Legge Europea sul Clima per rendere vincolante il Fit for 55, la Commissione ha previsto interventi su diversi atti chiave: dalla ripartizione degli sforzi tra Stati membri al regolamento sull’uso del suolo e la silvicoltura, dagli standard di emissione di CO₂ per auto e furgoni all’estensione dell’EU ETS alle emissioni marittime, fino all’introduzione dell’ETS 2 per edifici e trasporti stradali e al rafforzamento del Fondo Sociale per il Clima.

Tuttavia, per perseguire gli obiettivi fissati dallo stesso Green Deal, l’Unione è stata costretta a scendere a compromessi che hanno sollevato forti perplessità tra le forze politiche e i settori più sensibili alla tutela ambientale. La modifica della legge sul clima — volta a rendere giuridicamente vincolante il raggiungimento del -55% entro il 2030 e, potenzialmente, del -90% entro il 2040 — è stata accompagnata da un’ampia operazione di “semplificazione” procedurale. Questa ha comportato un alleggerimento non solo dei requisiti per l’accesso ai crediti internazionali di carbonio, ma anche degli obblighi in materia di sostenibilità aziendale e due diligence.

Le semplificazioni, otto per ora, sono confluite nel pacchetto Omnibus, che ha riaperto dossier legislativi già approvati, esponendo il processo decisionale europeo al rischio di una deriva negoziale tra i colegislatori. La Commissione ha difeso questa scelta come necessaria per ridurre gli oneri burocratici, anche attraverso linee guida, orientamenti e atti di esecuzione, piuttosto che tramite nuove norme vincolanti.

Secondo alcuni osservatori, l’offensiva sulla semplificazione avrebbe inferto il colpo più duro al Green Deal proprio a fine anno, con la presentazione dell’ottavo pacchetto Omnibus sull’ambiente, volto a ridurre fino a un miliardo di euro i costi per imprese e agricoltori. Un intervento che ha riacceso il dibattito su un presunto stravolgimento del pacchetto verde costruito durante il primo mandato di von der Leyen.

A difesa della nuova linea politica è intervenuto il Commissario europeo per il Clima, Wopke Hoekstra, sottolineando che il riallineamento di alcune politiche verdi non equivale a una rinuncia alle ambizioni ambientali dell’Europa, ma piuttosto a un tentativo di renderle sostenibili nel lungo periodo. Una dichiarazione che sintetizza bene la cifra del 2025: un anno in cui l’azione climatica dell’UE ha cercato di sopravvivere alla prova della realtà, anche a costo di ridisegnare i confini della propria ambizione.

Obiettivi esterni: politica climatica e ruolo globale dell’UE tra ambizione e realpolitik

Se sul piano interno il 2025 è stato l’anno della ricalibrazione del Green Deal, sul fronte esterno l’Unione Europea ha vissuto una stagione decisamente più ambivalente. Mantenere credibilità internazionale e leadership climatica in un contesto globale sempre più competitivo si è rivelato un esercizio complesso, segnato da iniziative diplomatiche ambiziose e da risultati negoziali spesso inferiori alle aspettative. Il bilancio dell’anno, in questo senso, appare dolceamaro.

Già nel gennaio 2025, nel contesto del World Economic Forum di Davos, la Presidente Ursula von der Leyen aveva cercato di rilanciare il protagonismo europeo sul clima, annunciando il primo Forum globale sulla transizione energetica. L’iniziativa, nata sulla scia degli impegni collettivi presi negli anni precedenti, mirava a riunire capi di Stato, ministri, imprese e società civile per tradurre in azione concreta l’obiettivo di accelerare la transizione verso l’energia pulita. Al centro del Forum vi era l’impegno a triplicare la capacità di energia rinnovabile e a raddoppiare l’efficienza energetica globale, assicurando che tali obiettivi fossero pienamente integrati nei Contributi Nazionali Determinati (NDC) da presentare nell’ambito dell’Accordo di Parigi.

È stato proprio in questa cornice che l’Unione Europea si è impegnata pubblicamente a presentare un obiettivo indicativo di riduzione delle emissioni per il 2035 compreso tra il 66,25% e il 72,5%. Un annuncio che avrebbe dovuto consolidare la leadership europea e fungere da catalizzatore per un aumento dell’ambizione climatica globale. Tuttavia, nei mesi successivi, l’UE ha faticato a tradurre quell’impegno politico in una posizione condivisa: il mancato accordo in Consiglio, arrivato solo in autunno e dopo estenuanti negoziati, ha portato a una presentazione tardiva dell’NDC europeo, minando la credibilità dell’Unione proprio nel momento in cui avrebbe dovuto guidare il processo internazionale.

Parallelamente, nell’ottobre 2025, la Commissione europea e l’Alto Rappresentante Kaja Kallas hanno presentato due nuove strategie internazionali con l’obiettivo di garantire un ruolo strutturale all’Europa nei mercati globali. Tra queste, un ruolo centrale è stato assunto dalla Visione Globale su Clima ed Energia, concepita per consentire all’UE di tenere il passo con le altre grandi potenze e di consolidare la propria posizione nella transizione globale verso un’economia pulita.

La Visione Globale rappresenta, nelle intenzioni di Bruxelles, l’offerta politica dell’Unione al resto del mondo: una combinazione di diplomazia climatica, promozione di standard comuni per una transizione equa e sostegno ai partner internazionali nello sviluppo delle proprie politiche climatiche. Il documento riconosce esplicitamente l’intreccio tra clima, sicurezza ed economia, ponendo l’accento sulle nuove minacce che il cambiamento climatico rappresenta tanto per gli interessi europei quanto per quelli dei partner dell’UE.

È con questo bagaglio politico che l’Unione Europea ha cercato di presentarsi alla COP30 di Belém, in Brasile, con l’obiettivo di apparire compatta e determinata, capace di superare le proprie incertezze interne per rilanciare l’urgenza di un’azione climatica globale più incisiva. Tuttavia, la realtà geopolitica incontrata nella città amazzonica si è rivelata ben più complessa.

L’assenza degli Stati Uniti — che nelle precedenti conferenze avevano spesso collaborato con l’UE per spingere verso obiettivi più ambiziosi — ha lasciato l’Unione isolata in un contesto dominato dal peso combinato di Cina, India, Arabia Saudita e altre potenze economiche emergenti. In questo scenario, l’Europa ha faticato a imporre la propria agenda, vedendo ridursi sensibilmente il proprio margine di influenza nei negoziati.

Di fronte a un accordo finale percepito come poco ambizioso, l’Unione ha valutato fino all’ultimo momento l’ipotesi di opporsi formalmente al testo. La scelta di non porre il veto è arrivata solo dopo aver ottenuto alcune concessioni, frutto anche della minaccia esplicita di bloccare l’intesa nella giornata di venerdì. Una decisione che ha suscitato critiche interne e tra osservatori indipendenti, alcuni dei quali ritengono che l’UE avrebbe dovuto assumere una posizione più netta, anche a costo di non firmare l’accordo.

Per venire incontro alle richieste europee e a quelle di un ristretto gruppo di paesi allineati, tra cui Regno Unito e Colombia, la presidenza brasiliana della COP30 ha modificato la bozza finale, confermando un precedente impegno sulla transizione dai combustibili fossili e impegnandosi ad avviare nel corso dell’anno successivo una discussione su come rendere operativo tale obiettivo. Ulteriori concessioni sono arrivate sul fronte della finanza climatica: i paesi sviluppati hanno ottenuto una revisione della proposta di triplicare i finanziamenti destinati ai paesi più vulnerabili per la preparazione ai disastri climatici. I fondi, tuttavia, saranno erogati con tempistiche più dilatate e attingeranno anche a fonti diverse dai bilanci pubblici dei paesi più ricchi.

Il risultato complessivo della COP30 ha lasciato aperta una domanda cruciale: l’Unione Europea può ancora esercitare una reale capacità di pressione sugli altri grandi emettitori globali senza aver prima risolto le proprie divisioni interne? Forse, per rafforzare la propria voce sulla scena internazionale e spingere attori come la Cina ad aumentare l’ambizione climatica, Bruxelles avrebbe dovuto prima chiarire la direzione della propria transizione. Nel 2025, la politica climatica esterna dell’UE sembra aver riflesso fedelmente le sue fragilità interne: ambiziosa nella visione, ma ancora incerta nella sua capacità di tradurla in leadership effettiva.

Conclusioni

Il 2025 restituisce l’immagine di un’Unione Europea impegnata in una difficile operazione di equilibrio tra ambizione climatica e sostenibilità politica. Sul piano interno, la ricalibrazione del Green Deal e il ricorso alla semplificazione normativa hanno segnato un passaggio dalla leadership normativa alla gestione pragmatica della transizione. Sul piano esterno, l’UE ha continuato a proporsi come attore responsabile e promotore di cooperazione multilaterale, ma ha scontato i limiti derivanti da divisioni interne e da un contesto geopolitico sempre più competitivo.

Se il Green Deal 2.0 rappresenta un tentativo di adattamento alla realtà, il rischio è che la riduzione dell’ambizione interna finisca per indebolire anche il peso internazionale dell’Unione. Il vero banco di prova per l’UE, dopo il 2025, sarà dimostrare che pragmatismo e leadership climatica non sono necessariamente incompatibili, ma richiedono una visione politica chiara e condivisa.

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