Abstract
La supposizione di correlazione tra flussi migratori verso l’Europa e la minaccia connessa al terrorismo di matrice jihadista, è un tema diffusamente dibattuto sul piano politico nazionale e internazionale ed ha un’importante risonanza sugli aspetti sociali e della sicurezza. Attraverso un’analisi normativa e sociale proveremo a spiegare l’effettiva correlazione tra i due fenomeni, dal momento che le migrazioni caratterizzanti il bacino mediterraneo, possono rappresentare potenzialmente un’opportunità per i tentativi di infiltrazione da parte di gruppi e singoli soggetti riconducibili ad espressioni jihadiste nelle aree di maggiore crisi.
Nella prima parte dell’analisi verrà trattato il fenomeno dei Foreign Fighters a livello normativo; in seguito, si approfondirà la questione dei Returnees, i Foreign Fighters di ritorno, e le implicazioni di tale fenomeno; infine, sarà osservata l’evoluzione del terrorismo tramite lo sfruttamento dei flussi migratori. Nella seconda parte dell’analisi verrà affrontato il problema della radicalizzazione jihadista nei confronti dei migranti. Dapprima, osservando il pericolo rappresentato dai campi profughi, successivamente, analizzando alcuni fattori che favoriscono l’avvio del processo di radicalizzazione di alcuni individui, come una crisi identitaria e l’efficacia della propaganda jihadista online.
1. Foreign fighters e contorni normativi
Il fenomeno dei foreign fighters è ritornato prepotentemente ad essere uno dei più grandi problemi, se pensiamo al terrorismo ed alle migrazioni. Dal punto di vista sociale, è difficoltoso tracciare un profilo preciso del foreign fighters, ed allo stesso modo è ancora più difficile tracciare un identikit del tipico jihadista; entrambi hanno in comune l’adesione all’ideologia dell’ISIS e dei suoi propositi criminali, ma ciò non rappresenta un collegamento automatico dalla definizione di foreign fighters a quella di terrorista; questo si evince da due risoluzioni dalle Nazioni Unite nel 2014 (risoluzioni n. 2170, 2178). Ciò risulta problematico sul piano della gerarchia delle fonti di diritto interno, e, altresì, il contenuto stesso delle risoluzioni è stato chiamato in dubbio da più di un osservatore internazionale.
Potrebbe rendersi così possibile, a livello nazionale, l’applicazione ai foreign fighters dell’art. 270bis del nostro Codice penale; si tratta di un reato di pericolo presunto, e ciò significa che non si necessita di prove che lascino sottintendere che il foreign fighters stia per dare inizio ad un piano di natura terroristica, ma basterebbe solo la presunzione del fatto stesso di reato.
L’art. 270bis sopracitato recita al primo comma «Chiunque promuove, costituisce, organizza, dirige o finanzia associazioni che si propongono il compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico è punito con la reclusione da sette a quindici anni».
Sorge dunque, un problema strettamente penalistico: la qualificazione che caratterizza il fatto di reato viene inserita come finalità. Cosa vuol dire? In termini di struttura del reato, sarà compito dell’interprete e del giudice, accertare cosa l’autore perseguiva con la sua condotta. Da questa qualificazione discendono enormi conseguenze di alto profilo, a partire dalle indagini preliminari o anche, di estensione del potere restrittivo esercitabile in sede cautelare.
Oltre alle misure antiterrorismo previste dal nostro Codice penale, lo Stato italiano utilizza anche altri mezzi contro i foreign fighters, come anche per i terroristi, quali l’espulsione, sia preventiva che successiva alla condanna, da parte del criminale straniero.
L’operazione è facile su un piano politico e mediatico, ed è resa possibile dal fatto che, attualmente, i foreign fighters per eccellenza (ma non per definizione) siano i combattenti dello Stato Islamico; ma vi sono molte questioni in sospeso rispetto al modo in cui dovranno essere normativamente inquadrate le nuove forme di affiliazione e nuove alleanze che possano emergere con le prossime ondate di flussi migratori.
Sotto il punto di vista strettamente umano, i foreign fighters sono rappresentati da un numero sorprendentemente elevato di soggetti che dal territorio europeo o dagli Stati Uniti, piuttosto che da ogni parte del mondo, hanno intrapreso un viaggio di vita o di rottura, decidendo di abbandonare i territori di origine, per unirsi alle organizzazioni che condividono la loro causa, rispondendo ai messaggi di propaganda diffusi tramite rete, in maniera pubblica e privata, via Dark Web.
Questi rispondono ad una generale chiamata alle armi per una sorta di guerra santa, contro i nemici infedeli; si sono recati nei territori del conflitto (come ad esempio la Siria), realizzando condotte che sono state normativamente qualificate come terroristiche, pur non avendo posto in essere ancora nessun attentato.
La difficoltà di inquadrarli in un piano normativo chiaro e definito, discende dal fatto che essi si trovano nella cosiddetta “zona grigia” del diritto, data dalla sovrapposizione tra diritto penale internazionale, diritto internazionale umanitario e, ovviamente, i diritti penali nazionali (Criminal Justice, 2017).
1.1 L’altra faccia della medaglia, i Returnees
I cosiddetti returnees (i foreign fighters di ritorno), risvegliano il rischio avvertito dagli apparati della sicurezza italiani e internazionali, poiché tali soggetti hanno acquistato know-how sull’uso di armi da fuoco ed esplosivi; ciò li rende molto più pericolosi e potenzialmente letali. Un altro fattore da tenere in considerazione riguarda la loro capacità, data anche dal carisma e dal prestigio acquisito dopo aver combattuto per il jihad; questo, infatti, gli consente di reclutare nuovi adepti terroristi e dunque rappresentano coloro che reclutano, addestrano e mettono in contatto i membri della cellula con network più estesi e sono responsabili per la gestione operativa della stessa (ReaCT, 2020).
Bisogna mettersi in guardia di fronte ai returnees che fanno parte di una delle “categorie” dei reduci del jihad, composta da persone non disilluse ideologicamente dal jihad, ma costrette a rientrare a causa di motivi familiari, malattie, ferite o altro. Sono questi i soggetti che potrebbero ripartire per altri teatri di conflitto in virtù dell’immutata motivazione ideologica, o diventare dei reclutatori in patria.
Il gruppo però più pericoloso dei returnees, è quello composto da soggetti che gestiscono cellule e strutture dormienti in Europa o in altre nazioni, al fine di compiere attacchi e spostare ulteriormente il focus mediatico dai teatri mediorientali al mondo occidentale. Secondo le stime dell’intelligence, centinaia di questi operativi sarebbero già rientrati in Europa.( The Guardian, 2016)
Data la natura transnazionale dei foreign fighters di ritorno, è necessaria una maggiore sinergia fra le agenzie di intelligence europee, quelle di law-enforcement e la magistratura, in modo da poterli monitorare ed intercettare ovunque sul suolo europeo.
Nonostante la loro potenziale estrema pericolosità, la concreta presenza di un foreign fighter in una cellula terroristica diminuisce la possibilità statistica che il disegno criminoso sia portato a compimento; ciò è dovuto principalmente al fatto che i returnees sono più facilmente individuabili (e quindi monitorabili) dalle forze dell’ordine/intelligence rispetto a soggetti homegrown, soprattutto quando quest’ultimi aderiscono all’ideologia jihadista dopo un periodo di radicalizzazione relativamente breve e con una forte componente online.
2. L’evoluzione del terrorismo, tra jihadismo e flussi migratori.
Alla base dell’evoluzione del terrorismo, abbiamo le organizzazioni criminali della Tunisia e dell’Italia che sono coinvolte nella migrazione irregolare; la capacità delle organizzazioni criminali italiane di produrre documenti falsi dell’Unione europea che vengono poi utilizzati dai migranti illegali, che potenzialmente possono essere legati a gruppi terroristici per muoversi nel continente Europeo, è uno dei problemi fondamentali che siamo costretti a fronteggiare.
Il tema è di grande importanza a livello nazionale e internazionale; l’immigrazione clandestina è una delle forme che veicola l’agevolazione di alcuni delitti, come la tratta delle persone e la schiavitù col fine di sfruttamento sessuale e lavorativo.
Le rotte dei returnees sono già predisposte dai network jihadisti, conosciute come “broken travel”: quelle preferibilmente utilizzate per entrare nel nostro paese sono quella balcanica e quella libica; questo in sovrapposizione ai flussi migratori in ingresso in Italia, con ovvia complicazione della gestione dei richiedenti asilo. In alcuni casi inoltre i mujahidin fingono la propria morte per poter viaggiare più liberamente, soprattutto se in possesso di documenti falsi, procurati dalle organizzazioni criminali italiane.
Circa 25.000 foreign fighters, combattenti terroristi stranieri, (Foreign Terrorist Fighter, FTF) o jihadisti rimpatriati dalle zone di guerra siriana e irachena, sarebbero sopravvissuti alla sconfitta del cosiddetto Stato islamico. Degli oltre 5.000 foreign fighters “europei” partiti per combattere in Medio Oriente (di cui il 14% donne), mille sarebbero caduti in Siria e Iraq.
Un numero significativo è però sopravvissuto; almeno 1.500 di questi (1/3) sarebbero tornati nei propri Paesi, altri 2.500 avrebbero trovato rifugio in Paesi terzi unendosi ai gruppi jihadisti locali (dall’Afghanistan alla Libia, dall’Africa all’Asia centrale e il sud-est asiatico). Circa 800 al momento sono detenuti nelle carceri curde in Iraq. (Ce.Mi.S.S., 2020).
È alto il rischio che i foreign fighters raggiungano i territori più critici, come la Libia, l’Egitto, o il Marocco. Il pericolo concreto, dunque, è che questi soggetti, con la finalità di riorganizzarsi, possano collaborare con gruppi terroristici locali affiliati alle grandi realtà terroristiche come al- Qa’ida o l’ISIS.
Pertanto, vi sono fondamentalmente due rischi: il primo è che raggiungano i paesi dell’area Schengen come semplici migranti economici o rifugiati, tornando poi con successo nei paesi di destinazione, e secondariamente è che i migranti soggetti ad una situazione di stress psicologico a causa della durezza dell’esperienza migratoria possano essere oggetto dell’azione di propaganda e reclutamento dei gruppi jihadisti, che ne sfrutterebbero le vulnerabilità, in particolare dei più giovani e disperati, anche attraverso aiuti di tipo economico (Bergoglio, Oldani, 2018).
Per comprendere se davvero esiste una correlazione tra flussi migratori e terrorismo, occorre far parlare i numeri; infatti, nel quinquennio 2015-19, abbiamo appurato che i terroristi che hanno colpito sono soggetti stranieri o di origine straniera, e che il 65% di questi sono immigrati di prima generazione, di seconda o di terza.
Gli episodi terroristici hanno avuto come protagonisti cittadini europei di origine straniera (sette su dieci), e ciò dimostra che le organizzazioni jihadiste, riuscire a coinvolgere i più giovani che sono permeabili e non immuni alle rivendicazioni e alla narrativa accattivante della propaganda islamista, sia di tipo “a contatto diretto” sia di tipo virtuale online, è la dimostrazione ulteriore che lo Stato islamico si è evoluto e mosso su un nuovo piano sociale. Molti foreign fighters di ritorno dall’Iraq, Siria o Libia che sono rientrati in Europa, sono stati i protagonisti degli attacchi più letali tra il periodo 2014-2016; come quelli di Parigi e Bruxelles (Analyticaintelligenceandsecurity.it, 2020).
3. Radicalizzazione Jihadista: migranti come target
Quando si parla di collegamento tra crisi migratoria e terrorismo si deve tenere a mente la minaccia legata al radicalismo jihadista. Infatti, i migranti sono dei target per tale propaganda e diversi fattori possono contribuire a spingere un numero di loro verso posizioni estremiste. In questa parte dell’analisi indagheremo alcuni di questi fattori, osservando sia la minaccia diretta agli attuali flussi migratori, in particolari i rischi che comporta l’ambiente dei campi profughi, sia l’impatto che la propaganda estremista ha su migranti di seconda generazione o arrivati nel Vecchio Continente da diversi anni.
3.1 Il pericolo costituito dai campi profughi
I campi profughi sono delle strutture create per accogliere e offrire assistenza immediata a individui che sono stati costretti a lasciare le loro dimore a cause di violenza, persecuzioni o conflitti (UNHCR, 2021). Sebbene queste strutture siano designate per brevi permanenze, molto spesso gli individui ospitati finiscono per viverci per anni, se non addirittura decadi (UNHCR, 2021). Ciò comporta che le condizioni di vita interne ai campi profughi siano fatiscenti.
Osservando i campi profughi greci si possono notare diverse problematiche, prima tra queste il sovrappopolamento delle strutture, un report condotto da Oxfam Italia nel 2019 denunciava un sovrappopolamento pari al doppio della sua ufficiale capacità all’interno del campo Moira, situato sull’Isola di Lesbo (Oxfam Italia, 2019). Conseguentemente, tale sovrappopolamento ha portato ad uno scarso accesso ai servizi igienici, ad un proliferare di malattie legate ad uno stile di vita insalubre, come diarrea o infezioni, e a disturbi mentali, come stress post-traumatico (Oxfam, 2019).
Proprio questo contesto di grande difficoltà rischia di divenire un luogo di contatto tra civili e jihadisti, tramite, per esempio, infiltrazioni da parte di quest’ultimi all’interno dei campi. Alcune dichiarazioni, infatti, suggeriscono che il rischio è reale e conseguentemente un’azione preventiva è necessaria. Nel 2015 il ministro dell’Istruzione libanese, Elias Bou Saab, dichiarò di temere che “i radicali dello Stato Islamico” rappresentino fino al 2% dell’1,1 milione di rifugiati siriani presenti nei campi profughi del paese.
Questo conseguentemente alla dichiarazione di un alto ufficiale che denunciava l’infiltrazione di 20.000 jihadisti all’interno di campi profughi siriani con obiettivo di entrare successivamente in Europa (Mirror, 2015). Nel 2016 il capo delle guardie di frontiera giordane avvertì dell’aumento del rischio di infiltrazioni di combattenti dello Stato Islamico (IS) provenienti da Siria e Iraq. Egli rivelò che nell’anno precedente i servizi di sicurezza avevano scoperto 26 cellule dormienti all’interno del campo Zaatari, il più grande campo contenente profughi siriani della Giordania (Economist Intelligence, 2016).
Ad essere tra i soggetti più vulnerabili al processo di radicalizzazione ci sono i giovani e in particolare i minorenni, essi rappresentano una grande fetta della popolazione migratoria accolta in Europa: il 38% dei profughi accolti nel vecchio continente (UNHCR, 2020). Come affermato da Barbara H. Sude nel suo “Prevention of Radicalization to Terrorism in Refugee Camps and Asylum Centers”, a livello storico, i militanti hanno sempre cercato di indottrinare i più giovani, specialmente in ambienti come quello dei campi profughi, basti pensare alle esperienze dei profughi palestinesi o afghani durante il XX secolo. Sempre Sude afferma che i giovani sono un target più facile a priori dallo status di rifugiato o meno, essi risultano particolarmente suscettibili all’influenza dei coetanei e a fattori personali. Nel caso dei giovani che vivono in un campo profughi, elementi come il mancato accesso a opportunità lavorative e ad una valida educazione incidono molto (Sude, 2020).
Francisco Martin-Rayo sostiene che l’educazione sia lo strumento più importante per prevenire la radicalizzazione dei giovani nei campi profughi. Il capo del programma formativo delle Nazioni Unite al campo di Dadaab in Kenya riferì in un’intervista a Martin-Rayo che al-Shabbab, un’organizzazione terroristica somala collegata ad Al-Qaeda, era incapace di reclutare quei ragazzini che avessero ottenuto anche un minimo di educazione, motivo per il quale si rivolgevano a quelli che non ne avevano ottenuta una e per la loro età non potevano frequentare le attività didattiche interne al campo (Belfar Center, 2011).
Aspetti come il disagio socioeconomico e la mancata libertà di movimento fuori dal campo profughi incidono a loro volta, anche se a livello secondario. Per prevenire azioni di radicalizzazione è necessario migliorare le condizioni di vita interne ai campi profughi, aumentando la qualità delle strutture, disponendo di un numero adeguato alla domanda onde evitare sovrappopolamenti, prioritizzando l’aspetto educativo nei confronti dei minori e come sottolineato da Sude, aumentando il livello di sicurezza al loro interno, al fine di impedire tensioni e garantendo ordine (Sude, 2020).
3.2 Homegrown: crisi identitaria
Il collegamento tra crisi migratoria e terrorismo va ricercato anche al di fuori degli attuali flussi migratori, infatti, un fenomeno che sta riguardando i paesi dell’UE in questo momento è quello dei terroristi cosiddetti “Homegrown”, ossia cittadini europei cresciuti in un paese nella quale poi hanno deciso di compiere un attacco terroristico (Pettinari, 2019). Secondo il rapporto TE-SAT 2021 dell’Europol, nel 2020 dieci attacchi terroristici di matrice jihadista hanno avuto luogo in UE e quattro di questi sono stati perpetrati da individui aventi cittadinanza europea (Europol, 2021).
Un numero importante di questi terroristi homegrown è composto da giovani, molti dei quali arrivati in Europa con i genitori in giovane età (CeMISS, 2020). Il rapporto TE-SAT afferma, infatti, che i sospetti per affiliazione jihadista sembrano essere sempre più concentrati sui giovani: in Olanda negli ultimi anni tra gli arresti per sospetto di diffusione di propaganda jihadista vi erano individui molti giovani. È importante capire quali possano essere i fattori che spingono questi individui a intraprendere un tale processo di radicalizzazione.
La letteratura è d’accordo nell’affermare che un principale motore per approcciare il mondo della Jihad è legato ad una crisi identitaria. Infatti, molti giovani cercano un senso di appartenenza a qualcosa. Kenan Malik afferma che è proprio il sentimento di lontananza e di risentimento nei confronti della società in cui vivono che li porta a voler ritrovare una loro identità (Foreign Affairs, 2015). Specialmente i migranti di seconda generazione e quelli di prima ma arrivati in Europa in giovane età vivono questa difficoltà perché si sentono distanti sia dalla cultura in cui sono cresciuti, sia da quella in cui hanno vissuto i loro genitori (Globalstrategy.org, 2019). In questo senso, la Jihad si pone come un’alternativa, una terza opzione che li farebbe sentire appartenere ad un gruppo e identificare nella lotta. Thomas Hegghammer, esperto di terrorismo, afferma che il jihadismo è riuscito a creare una cultura molto ricca di musica, poesia, arte, emozioni che mira a glorificare il combattimento e la loro causa. Hegghammer sottolinea l’aspetto dello spirito di squadra che traspare molto da questa, come la definirà Juan Carlos Antùnez, “subcultura jihadista”, così come lo stile sartoriale, tutti elementi che possono affascinare i più giovani (The New York Times, 2015).
Oltre all’aspetto della crisi identitaria, quando si tratta di individui radicalizzati gioca un ruolo importante anche il contesto abitativo. Un Report dell’International Center for Counter Terrorism dell’Aia, riporta che da una ricerca condotta sull’argomento traspare che i Foreign Fighters a livello europeo provengano per una percentuale che oscilla dal 90 al 100% da grandi zone metropolitane o periferiche. Sempre nel report viene evidenziato che molti Foreign Fighters provengono dallo stesso quartiere, cosa che sembra suggerire che in questi casi probabilmente esistevano dei network operativi di estremisti nell’area (ICCT, 2016). Come precedentemente detto, i più giovani tendono ad essere suscettibili anche a fattori personali, quindi, il comportamento dei pari potrebbe influenzarli, motivo per il quale questi network a livello territoriale possono essere assai efficaci.
Inoltre, il contesto socioeconomico mantiene un ruolo importante perché ambienti più disagiati difficilmente permettono agli individui di entrare in contatto con realtà socialmente inclusive (Globalstrategy.org, 2019).
3.3 La Propaganda Online
Ripetendo che a rappresentare un collegamento tra flussi migratori e terrorismo sono principalmente migranti di prima o seconda generazione, vediamo adesso il cruciale ruolo che la propaganda online ha nel processo di reclutamento.
La comunicazione dei combattenti jihadisti si è spostata da diversi anni sui social network più utilizzati dalla popolazione mondiale, questo ha fatto sì che persino i loro contenuti si adattassero alle tendenze comunicative del momento. In questo senso, anch’essi sono passati dalla condivisione di articoli sui blog, al testo breve fino all’attuale, pressoché esclusivo, contenuto video. Questo tipo di comunicazione li sembra avvantaggiare, perché come afferma Marco Di Lillo:
“La relativa velocità di trasmissione e condivisione di tali contenuti video, unita alla difficoltà di tracciamento delle autorità a causa della molteplicità di piattaforme coinvolte e alla forza della loro cifratura ha reso possibile un’elevata diffusione e dispersione dei messaggi jihadisti anche in assenza di network strategici operativi globali” (CeSI, 2021).
Tale comunicazione ha portato all’interpretazione individuale dei contenuti e alla possibilità di diffonderli indipendentemente, ciò ha favorito un aumento dei cosiddetti “lupi solitari” (CeSI, 2021) o “auto-radicalizzati”: individui che avviano il processo di auto-radicalizzazione semplicemente consultando contenuti online e senza incontrare dal vivo combattenti jihadisti (Pettinari, 2019). De Lillo afferma che questi individui, avendo totale libertà di espressione, sono in grado di produrre contenuti “spregiudicati” che possono avvicinare ulteriormente altri “auto-radicalizzati”. Inoltre, tali individui aiutano ad aumentare il numero di contenuti condivisi in rete (CeSI, 2021).
Quindi, la minaccia rappresentata da questi “lupi solitari” è alta: tutti gli attacchi terroristici compiuti nel 2020 sono stati condotti da individui singolarmente (Europol, 2021). Inoltre, secondo una ricerca di Francesco Pettinari, coloro che hanno avviato un processo di auto-radicalizzazione hanno un “tempo di attivazione”, inteso come il periodo trascorso tra l’inizio del processo di radicalizzazione e il compimento della prima azione “che segna l’adesione alla causa jihadista” (Pettinari, 2019), più basso. Sui casi di auto-radicalizzati da lei studiati, l’88,2% ha avuto un tempo di attivazione minore all’anno, contrariamente ai radicalizzati “faccia a faccia”, coloro che hanno avuto un contatto fisico con altri individui prima di avviare il processo di radicalizzazione, il cui 85% ha avuto un “tempo di attivazione” di almeno 2 anni (Pettinari, 2019). Perciò si tratta di individui indipendenti che agendo da soli riescono a creare contenuti di maggiore efficacia propagandistica e in poco tempo compiono azioni di stampo terroristico.
Prioritario è un lavoro di prevenzione alla radicalizzazione che parta dalla propaganda online. Durante la prima ondata della pandemia da Covid-19 la retorica dei gruppi jihadisti è stata quella di evidenziare come il virus stesse minando alle fondamenta della società occidentale, soprattutto a livello societario e securitario, invitando quindi ad aumentare il perpetrarsi di azioni terroristiche (CeSI, 2021). Tuttavia, la minaccia più grande è rappresentata dal periodo post-pandemico, i gruppi jihadisti infatti, come sottolineato da De Lillo, sono perfettamente consapevoli dei danni socio economici e psicologici che la pandemia avrà sia nel breve che nel lungo termine. Per questo motivo, sono pronti a fare leva sulle conflittualità sociali che intercorrono nelle società multiculturali e multiconfessionali, con l’obbiettivo di manipolare il senso di dovere di difesa dell’Islam di tutti i credenti di fede musulmana. In generale, essi proveranno a sfruttare tutte le vulnerabilità del mondo post-pandemico (CeSI, 2021).
Conclusioni
Si può evincere che un miglioramento delle politiche migratorie nel breve e lungo termine è fondamentale per prevenire il fenomeno di radicalizzazione. Un intervento rispetto alle condizioni di vita interne ai campi profughi è necessario dal punto di vista del miglioramento della qualità delle infrastrutture, nei confronti dell’accesso alle risorse igieniche, all’assistenza sanitaria e alla sicurezza interna, onde evitare scoppio di tensioni e infiltrazioni da parte di individui esterni. Ma soprattutto, è necessario garantire dei servizi educativi ai minori, in quanto una minima formazione risulta essere una valida arma contro la radicalizzazione. In questo senso, un aumento dei fondi indirizzati a questo settore potrebbe essere inevitabile.
Per quanto riguarda le politiche migratorie con efficacia a lungo termine, serve l’inserimento di maggiori politiche sociali mirate all’integrazione dei migranti di prima e seconda generazione. Infatti, la crisi di alcuni individui collegata ad un sentimento di non appartenenza alla società in cui vivono è risultata essere uno dei driver più importanti per l’approccio alla retorica jihadista tra i giovani. In questo senso, lavorare per eliminare le discriminazioni e per integrare a livello socio economico e culturale questi individui si presenta come un’importante azione di prevenzione al fenomeno di radicalizzazione. Anche in questo caso, intervenire sulla formazione educativa dei più giovani potrebbe essere molto efficace: lavorare per permettere agli individui dei quartieri più disagiati, o dove è registrato un livello educativo più scarso, di accedere a servizi di assistenza alla formazione scolastica potrebbe permettere loro di entrare in contatto con realtà positive, creando così un deterrente al fascino della retorica jihadista sui più vulnerabili. Inoltre, si potrebbe sfruttare l’ambiente scolastico come luogo di integrazione attiva tra i più giovani cercando di eliminare o prevenire fenomeni di ghettizzazione.
Nel periodo di ripresa post-pandemico che stiamo vivendo, attuare politiche sociali inclusive può aiutare a limitare un’azione di propaganda che punta a fare leva sulle conflittualità sociali, pur lavorando continuamente a prevenire la diffusione di contenuti di jihadisti online.
A questo si aggiunge, che l’immigrazione di base non rappresenta una causa diretta del terrorismo, anche perchè con le giuste politiche sociali, come detto in precedenza, può costituire sicuramente un’ottima direzione per limitare le problematiche ad essa collegate; possiamo però confermare che i migranti provenienti da Stati a prevalenza musulmana inclini al terrorismo rappresentano di fatto un veicolo importante attraverso il quale il terrorismo si trasferisce, tuttavia si conferma la partecipazione ad attacchi terroristici di soggetti quasi esclusivamente homegrown, radicalizzati all’interno dei paesi europei. Con la comprensione che la multiculturalità ormai è intrinseca al nostro Paese, abbiamo il dovere di proteggerla, approfondendo lo studio anche degli ambiti normativi che circondano la materia, per fare in modo di sfruttarla a nostro vantaggio, per la lotta contro il crimine.
Analisi di Noemi Ragusa - Junior Researcher Area Difesa e Sicurezza Mondo Internazionale G.E.O. - e Valentina De Consoli - Junior Researcher Area Cultura & Società di Mondo Internazionale G.E.O. Analisi svolta per il gruppo di ricerca di Prevenzione delle Crisi di Mondo Internazionale G.E.O.
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Fonti
Sitografia
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