Abstract
Negli anni passati, la crescita del numero di gruppi estremisti radicali e/o violenti, e le atrocità che hanno commesso in molte parti del mondo in generale, e nei paesi dell'Organizzazione della Cooperazione Islamica (OIC) in particolare, insieme alle conseguenze umane, sociali ed economiche negative e talvolta devastanti dei loro atti, hanno spinto il tema del radicalismo e dell'estremismo violento in cima all'agenda dei paesi dell'OIC e di tutta la società internazionale (SESRIC, 2017). Ciononostante, è importante non confondere il concetto di “terrorismo” con quello di “estremismo”. All’origine del primo si trova sicuramente il secondo, per questo riteniamo fondamentale analizzare e definire quest’ultimo.
Trovare una definizione adeguata di estremismo non è affatto facile. Tuttavia, nel primo paragrafo di questo articolo abbiamo provato a svilupparne una traccia con l’obiettivo di identificare i fattori culturali essenziali che ne sono alla base. Nel secondo paragrafo vengono dunque illustrate le diverse e principali tipologie di estremismo – etnico, politico e religioso – e la loro capacità di fondersi nei movimenti estremisti offerti come esempio. Una volta considerati i processi di propaganda e radicalizzazione che vengono sfruttati per conquistare sempre più sostegno e/o partecipazione, in ultima istanza, e in ragione dei punti precedentemente trattati, è stato deciso di prendere in esame anche la “gittata” che i movimenti estremisti riescono oggi a raggiungere. In un mondo sempre più globalizzato è impossibile pensare ai movimenti estremisti come perfettamente geolocalizzati o come puramente isolati.
A cura di
Matteo Restivo - Senior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società
Valentina De Consoli - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società
Nicholas Sartori - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società
1. Definire e saper distinguere l’estremismo
Al giorno d’oggi la parola “estremismo” può essere percepita in maniera distorta o anche confusa con altri lemmi che vengono quotidianamente utilizzati come sinonimi di estremismo. Per questo motivo ci sembra importante iniziare questo lavoro discutendo le principali definizioni di un termine così concettualmente complesso, anche attraverso la letteratura più o meno recente. In questo modo, una volta presentate anche le principali tipologie di estremismo, nonché la modalità di adesione e partecipazione ai movimenti, sarà possibile rendersi conto di quanto sia essenziale definire quali sono i fattori culturali che animano l’origine e il lavoro dei movimenti estremisti per poterne comprendere ulteriormente anche il raggio d’azione.
Innanzitutto, facendo riferimento alla nostra Enciclopedia Treccani, la parola estremismo viene concepita nelle comuni conversazioni come: “l’atteggiamento di chi, nell’azione politica, propugna l’attuazione di un programma con misure estreme, con metodi radicali, intransigenti; anche, il complesso di forze o di gruppi politici che assume tale atteggiamento. Con significato più generico, la posizione di chi sostiene opinioni o teorie estreme, molto avanzate”. Il termine evoca un senso di esistenza condotta ai margini, di esistere ai confini o di funzionare ai margini; in altre parole, l'estremismo suggerisce, abbastanza naturalmente, una riflessione sulla condizione di "estremità". E qualsiasi organizzazione o gruppo che si rivolga in questo “senso estremo” tenderà a manifestare un tenue legame con qualsiasi cosa sia il "centro" appropriato, o a dare prova di una connessione debole con la tradizione culturale o normativa pertinente. Qui l'estremismo esprime l'eterodossia contro l'ortodossia (Pratt, 2010).
In seconda battuta è fondamentale riconoscere che cos’è un movimento estremista. Secondo il report NATO del 2018 sull’estremismo:
Extremism might be defined as a belief in and support for ideas that are very far from what most people consider correct or reasonable. If we take the mainstream way of thinking as our point of reference, any strong disagreement with it would be considered an extremist aberration (Zgryziewicz, 2018).
Il report continua sottolineando come la percezione di estremismo vari da contesto a contesto: infatti, molto probabilmente, ad esempio, “ciò che è considerato estremo in una democrazia occidentale, potrebbe non esserlo in Arabia Saudita” (Zgryziewicz, 2018).
La parola estremismo, inoltre, può riferirsi a qualcosa di completamente diverso; anche, in effetti, l'opposto dell'essere "ai margini", e cioè l'essere, o il pretendere di essere, al centro. L'estremismo in questo senso porta all'estremo l’identità di gruppo in senso più ampio, ciò che ha a che fare con la propria religione o la propria tradizione, non attraverso un allontanamento dal centro, ma piuttosto intensificando la propria autocomprensione e autoproclamazione come rappresentante, tendere a diventare il centro, l’esempio. In questo modo l'estremismo esprime una visione ultra-ortodossa in contrasto con l'ortodossia in sé (Pratt, 2010).
L’estremismo, come vedremo, può assumere poi diverse caratteristiche – come l’aspetto violento o non violento – ed espletarsi in diverse forme – ad esempio su di un livello politico, come su quello religioso o etnico. Tuttavia, deve essere chiara la distinzione con altri termini come quelli di “terrorismo” o “fondamentalismo”: infatti, non tutti i terroristi sono estremisti. Se assumiamo che tutti i terroristi siano estremisti, allora finiamo per etichettare le persone in senso inverso. Per esempio, il Fronte di Liberazione Nazionale in Algeria e il movimento secessionista in Irlanda possono avere una visione relativamente ragionevole sul diritto all'autodeterminazione del proprio popolo, ma commettere comunque un atto di terrorismo perché si sentono di non avere altri mezzi. Dunque, la loro convinzione può essere considerata "estrema" non perché lo sia effettivamente, ma perché sono stati portati a commettere atti che sono considerati come estremi (Pinfari, 2016).
Inoltre, è importante separare i concetti di terrorismo e di estremismo per evitare di incorrere in sovrapposizione semantiche: non sempre una visione estrema porta ad atti di tipo terroristico. Per esempio, il pacifismo ha due versioni: il “pacifismo contingente”, dove l'uso della violenza è permesso in alcune circostanze, come l'autodifesa fisica; e il “pacifismo assoluto”, dove l'uso della violenza non è mai permesso. Il pacifismo assoluto è in realtà una forma di estremismo ed è anche a volte indicato come pacifismo "estremo" o "estremista" (Pinfari, 2016).
Quando si tratta di un individuo che assume un atteggiamento estremista o di un intero gruppo, che sfocia in un movimento di tipo estremista, si esige, in primo luogo, un esame psicologico e della condizione socio-economica di questi soggetti. Per questo motivo abbiamo ritenuto importante affrontare tutto ciò che ha a che vedere con la crisi identitaria degli individui che tendono a non rispettare una condotta “comune”; nonché prendere in considerazione i diversi aspetti riconducibili al fenomeno della radicalizzazione.
Infine, è necessario terminare questa nota introduttiva specificando che le dinamiche culturali alla base dei gruppi o movimenti estremisti, che molto spesso nascono a livello locale, si estendono in realtà a livello mondiale. La globalizzazione ha facilitato e facilita la connessione e lo scambio internazionale e interculturale; intensifica la localizzazione che enfatizza costumi, pratiche e tradizioni presenti in un contesto specifico (Hermans, Dimaggio, 2007). Tale nesso locale-globale può portare all’estremizzazione nelle società contemporanee in evoluzione socioculturale, che può ulteriormente sfociare in atti di violenza o terrorismo vero e proprio. La globalizzazione può causare un senso di incertezza con la mancanza di una struttura sovraordinata, sociale, culturale o religiosa tra una moltitudine di diverse prospettive e opinioni individuali (Hermans & Dimaggio, 2007). Le fonti di incertezza possono variare dalle relazioni strette e dall'interazione con gli estranei a un livello macro di immigrazione, disoccupazione, crisi economica e cambiamento climatico (Hogg, Kruglanski, & van den Bos, 2013). Per resistere a tale incertezza, l'individuo ha bisogno di un radicamento locale sicuro e di un attaccamento alla vita, fornendo così un senso di stabilità in un mondo mutevole e complesso (Ozer, 2020).
2. Le diverse tipologie di estremismo
I diversi movimenti estremisti nascono e si sviluppano sotto spinte e motivazioni differenti a seconda delle diverse aree del mondo, al periodo storico e – nel caso della presenza di quest’ultima – all’ideologia.
Genericamente, si possono identificare tre tipologie principali di estremismo: l’estremismo religioso, l’estremismo politico e l’estremismo etnico. C’è da sottolineare, tuttavia, che queste categorie sono fluide e molte volte è difficile separare un tipo di estremismo da un altro. L’estremismo, inoltre, non sempre degenera ulteriormente in violenza. Si può infatti affermare che esista un estremismo “ideologico” e uno che oltre ad essere ideologico è altresì “pragmatico”; ossia mette in atto i cambiamenti voluti a livello sociale e/o di visione del mondo tramite atti violenti. Molte volte, i gruppi terroristici che fanno uso di violenza incorrono anche nell’uso del terrore per perpetrare i loro scopi. Per meglio comprendere questo aspetto è utile citare alcuni casi di gruppi estremisti.
L’IRA, acronimo di “Irish Republican Army”, è stata un’organizzazione terroristica di stampo separatista in cui la componente religiosa era di supporto se non al pari della componente politico-ideologica. Questo gruppo terroristico paramilitare è stato attivo durante tutto il corso del Novecento e si è reso colpevole di diversi atti violenti sia in territorio irlandese sia sul territorio della Gran Bretagna. Come viene illustrato sull’Enciclopedia Treccani, esso ha dichiarato di aver abbandonato la lotta armata solo nel 2005, quasi un secolo dopo la sua nascita. In questo caso, l’appartenenza religiosa, quella “etnica” e quella politica si sostenevano a vicenda, creando una base più o meno solida con cui giustificare le azioni intraprese.
Invece, un caso diverso è rappresentato dall’ETA, acronimo di “Euskadi Ta Askatasuna” in lingua basca. Questo gruppo, a differenza del primo, non ha posto l’identità religiosa al primo posto, optando invece per l’identità etnica. Infatti, l’ETA rivendicava una sua indipendenza in quei territori storicamente popolati da persone etnicamente basche. Il suo raggio d’azione si estese sia sul territorio spagnolo che su quello francese. Inoltre, è bene ricordare che questo gruppo nasce nel 1959 proprio da degli studenti che portavano avanti delle idee separatiste e che solo successivamente adotteranno l’estremismo violento come modus operandi (Elmundo.es, 2009).
In ultima istanza è bene citare un esempio coevo, ossia l’ISIS o anche spesso nominato “Daesh”. In quest’ultimo caso, una visione estrema e radicale dell’Islam viene utilizzata per appoggiare un’ideologia politica che mira alla nascita di uno Stato islamico. Infatti, la componente religiosa è preponderante, ma si mescola bene anche con la visione politica del movimento (BBC News, 2015). I due fattori, come in altri casi di estremismo appena citati, si supportano a vicenda anche se, a seconda del contesto, del tipo di estremismo e delle peculiarità contingenti possono variare di importanza: a volte prevale la componente etnica, a volte quella religiosa, altre volte quella politica (come accade nei gruppi estremisti di matrice politica).
In conclusione, è bene sottolineare che è difficile definire in modo “puro” le varie tipologie di estremismo poiché queste interagiscono fra loro in modo fluido e, in molti casi, è solo una di queste tipologie a prevalere sulle altre senza però metterle in ombra del tutto.
3. Adesione a movimenti estremisti: fattori culturali, socioeconomici e radicalizzazione
Le cause che spingono un individuo a scegliere di entrare a far parte di un movimento estremista sono numerose. Alcune sono strettamente collegate alla causa che sostiene il movimento e ai valori che esso difende, altre trascendono dal tipo di movimento e possono essere considerate generiche. In questo senso, comportamenti adottati da individui facenti parte di un movimento estremista di matrice religiosa sono riscontrabili anche in reclute di gruppi estremisti di stampo politico.
Un contesto di forte crisi economica, e conseguentemente anche sociale, è uno dei principali fattori che può spingere un individuo ad avvicinarsi a movimenti o ad una narrativa di tipo estremista. Secondo il “Terrorism Situation and Trend Report 2021” (TESAT) dell’Europol, la pandemia da Covid-19 e la conseguente crisi socioeconomica creatasi hanno contribuito alla polarizzazione della società. Tutto ciò, ha portato ad una maggiore accettazione di atteggiamenti intimidatori, tra cui incitamenti a compiere atti violenti. In questo contesto di crisi economica, i membri di gruppi estremisti hanno utilizzato come mezzo la propaganda online per indurre diversi individui a radicalizzarsi. Sfruttando la polarizzazione della società e l’aumento di insoddisfazione da parte della popolazione, i gruppi estremisti, utilizzando mezzi di comunicazione online, sono riusciti ad espandere il loro pubblico e a reclutare più persone (Europol, 2021). Bernt Hagtvet sostiene che tale regola valga per i gruppi estremisti di destra, nel suo “Right-wing Extremism in Europe” egli scrive che in periodi di difficoltà economica e di aumento della disoccupazione, l’estremismo di destra e il razzismo riescono a fare breccia nelle fasce più svantaggiate della popolazione. Persino l’estremismo di matrice etnica è fortemente influenzato da fattori socioeconomici. Dinamiche istituzionali volte a svantaggiare a livello economico alcune aree geografiche del paese possono portare alla diffusione di teorie separatiste. Un esempio concreto, in questo caso, è quello dell’ETA nei Paesi Baschi (Zariski, 1989).
Un secondo elemento condiviso da differenti movimenti estremisti è la crisi dei valori che può sfociare in crisi identitaria. Questo disagio varia a seconda dell’individuo, dell’età, del contesto in cui è cresciuto, dell’orientamento politico o della fede che professa. Tuttavia, vivere tale disagio di natura culturale e sociale spinge diversi individui a ricercare una risposta estremista per porgli fine. Simon Ozer, Assistant Professor presso la Aarhus University in Danimarca, sostiene che a scatenare tale crisi possa essere un “insecure life attachment”. Preben Bertelsen lo definisce come la percezione del proprio paese di residenza come di un contesto nella quale non vi sono pari opportunità, si è soggetti ad ingiustizie sociali e discriminazioni. Secondo Ozer questo concetto è collegato al principio di sicurezza personale strettamente connesso al contesto locale in cui vive un individuo. Gli esseri umani hanno bisogno di una narrativa culturale che rifletta il contesto sociale che abitano e che permetta loro di affrontare la vita (Hermans, Di Maggio, 2007). Di conseguenza, un “insecure life attachment” potrebbe portare un individuo a voler preservare la propria prospettiva esistenzialista e la propria narrativa culturale. Tale dinamica può interessare diversi tipi di estremismi. Infatti, da un lato, rispecchia la retorica dei movimenti estremisti di destra: in risposta a cambiamenti legati alla globalizzazione un individuo potrebbe avere una reazione caratterizzata da rabbia, disgusto e paura percependo una minaccia per la cultura del proprio gruppo etnico (Ozer, 2020). Dall’altro alto, rispecchia il contesto di diversi migranti di prima e seconda generazione che decidono di estrare nelle fila dell’estremismo di matrice jihadista: una reazione di forte insicurezza e timore rispetto all’ambiente in cui si vive, caratterizzato da discriminazioni, ingiustizie e da una difficoltà nel ritrovare la propria narrativa culturale, (Haider, 2015).
Infine, nel saggio “Culture and Extremism” Michele J. Gelfand, Gary LaFree, Susan Fahey ed Emily Feinberg individuano alcuni fattori culturali riconducibili ad atteggiamenti estremisti. Tra questi, un elemento culturale individuato è il fatalismo. Essi, infatti, affermano che individui aventi una cultura maggiormente fatalista risultano più inclini a compiere azioni estreme, come per esempio attacchi terroristici, contrariamente a coloro che pensano di avere un maggiore controllo sulla propria esistenza. Il secondo fattore culturale è la rigidità normativa nella società in cui l’individuo cresce. Una società dotata di un sistema punitivo molto severo contro chi viola le regole è una società in cui il cambiamento può essere apportato solo in maniera radicale. Quindi, sarà registrata una maggiore presenza di gruppi ed azioni di stampo estremista. In seguito, in una società collettivistica più individui aderiranno a cause estremiste rispetto a società più individualistiche. Nella prima, l’individuo è più spronato a rinunciare ai suoi obiettivi personali, a identificarsi nel gruppo e quindi a lottare con esso (Gelfand et al., 2013).
Come già anticipato esistono anche dei fattori culturali e socioeconomici specifici per ogni tipo di estremismo.
Osservando l’estremismo politico di estrema destra si può notare che i tratti specifici che lo caratterizzano sono una forte componente di esclusività nei confronti del gruppo. Essi sviluppano un’attitudine fortemente patriottica e ciò li porta a coltivare anche un convinto etnocentrismo che si sviluppa in razzismo e discriminazione nei confronti di tutto ciò che è altro (Journal of Peace Research, 1994). Nel processo di radicalizzazione gli individui sviluppano un senso di identificazione nel gruppo motivato anche da aspetti del contesto sociopolitico in cui vivono. Spesso questa forte identificazione porta a sentire il proprio gruppo come superiore agli altri, oppure porta alla vittimizzazione e quindi a provare un forte sentimento d’ingiustizia per un torto subito a livello collettivo (Verbena, 2020). Un ulteriore fattore culturale dell’estremismo di destra è una visione pessimistica della società moderna, quasi in decadenza. Secondo i membri di diversi gruppi, la società può essere salvata solamente imponendo un fermo controllo a livello etnico ed imponendo una gerarchia sociale basata sui valori tradizionali e norme di obbedienza. La violenza risulta un prerequisito di ordine e potere che deve essere applicato (Journal of Peace Research, 1994).
Per quanto riguarda l’estremismo religioso, possiamo vedere che ne esistono svariate tipologie differenziate dal tipo di credo difeso e dai valori promossi. Se si osserva l’estremismo religioso di matrice jihadista si può notare che spesso l’avvicinamento all’ideologia e la conseguente radicalizzazione avvengano a seguito dell’esperienza di crisi identitaria. Huma Haider nel suo “Radicalization and Diaspora Communities” argomenta che per diversi migranti di seconda o terza generazione la ricerca dell’identità gioca un ruolo fondamentale nel processo di radicalizzazione. Essi, infatti, soffrono un minor attaccamento alla cultura del paese di origine e a causa di diverse discriminazioni subite anche nel paese dove crescono. Haider scrive che migranti non di prima generazione sperimentano una lontananza dalla religione, infatti, la fede è una scelta individuale e non è più sentita come fattore culturale o della comunità. Questo contribuisce a creare un distaccamento ulteriore tra l’individuo e la cultura del paese d’origine. A seguito di questa crisi, può avere inizio il processo di radicalizzazione. È importante premettere che, come diversi studi hanno confermato, individui che hanno commesso atti terroristici e vissuto il processo di radicalizzazione non presentano disturbi o patologie mentali. In questo senso, è necessario evidenziare come fattori sociali di disagio economico, sociale, culturale possano indurre gli individui a adottare comportamenti devianti (F.B. Errico, 2018). Uno studio del Dipartimento di Polizia di New York divide il processo di radicalizzazione jihadista in ben quattro fasi: la prima, o pre-radicalizzazione, nella quale l’individuo affronta le cause sociologiche che innescano una crisi; la seconda, o identificazione, in cui la persona inizia ad esplorare la narrativa jihadista; la terza, o indottrinamento, nella quale l’individuo approfondisce tale narrativa e inizia ad avvicinarsi concretamente alla causa e cambia la propria visione del mondo, convinto che esso debba cambiare. Prima di integrarsi nel gruppo estremista, l’individuo sperimenta una fase di rottura nella quale rivaluta interamente il proprio status sociale, le proprie idee politiche e persino il proprio sé. In questa fase di rottura, l’individuo è fortemente aperto ad incorporare nuovi ideali e valori, una vera e propria nuova visione del mondo (Wiktorowicz, 2013). Infine, la quarta fase, la “jihadizzazione”, in cui la persona ormai radicalizzata inizia ad agire e il suo impegno diventa sempre più assiduo.
Per quanto riguarda i gruppi estremisti di matrice etnica, i tratti specifici che li caratterizzano sono una forte esclusività a livello politico e culturale. In questo caso il senso di appartenenza al gruppo e i suoi valori sono fortemente sentiti. Il desiderio separatista caratterizza molti gruppi estremisti di matrice etnica, come scrive Raphael Zariski, diversi studi si sono concentrati sul separatismo come linea per distinguere movimenti che domandino maggiore autonomia in modo moderato e gruppi più estremisti che ambiscono alla totale indipendenza statale. Infine, l’utilizzo di una propria lingua e il godere di una propria cultura permettono di alimentare sentimenti separatisti e si possono ritrovare nella narrativa di alcuni gruppi estremisti.
4. Il raggio d’azione nazionale e transnazionale dei gruppi estremisti. Radicalizzazione online
I movimenti estremisti possono restare “embedded” a livello nazionale/locale, oppure interagire con flussi culturali globalizzati e raggiungere un raggio d’azione internazionale, che travalica i confini dei singoli Stati. Infatti, i processi globali di interazione culturale sfidano il radicamento nel contesto locale e lo sviluppo dell’identità. La cosiddetta “globalizzazione culturale” descrive il crescente contatto e l’interconnettività tra diversi flussi culturali attraverso la distanza geografica (Ozer, 2020). Nell’epoca attuale si può assistere ad un significativo aumento del volume di informazioni e format di intrattenimento che da un contesto estero entrano in un contesto locale. I cittadini di questo mondo globalizzato sono costantemente ricettivi di altre culture e influenzati fortemente dalle stesse (Kluver, 2004). La globalizzazione culturale, modellando il contesto socio-culturale locale, conduce alcuni individui a reagire entrando in uno stato di confusione dell’identità e a forme difensive di localizzazione e di ansia per la contaminazione culturale. O ancora, attraverso le contaminazioni culturali garantite anche dai processi di globalizzazione tecnologica, gli individui sperimentano un’instabilità e un’incertezza sociale tali da portarli ad una graduale accettazione dell’estremismo e, spesso, dell’uso di mezzi violenti e illegali (Ozer, 2020). Alla luce di quanto sopra riportato, però, non bisogna incorrere nell’idea che ogni cultura al mondo sia ricettiva allo stesso modo nei confronti dei flussi culturali globali. Esistono infatti culture che per definizione sono più conservative e altre che sono più ricettive agli stimoli esterni. Nessuna cultura, d’altronde, può restare “pura” per sempre e nessuna cultura può integrare tutti gli elementi provenienti dall’esterno in modo assoluto. Questo processo, insomma, avviene con tempi e modi diversi a seconda del contesto preso in considerazione.
All’interno del contesto globale odierno, dunque, risulta pienamente errato ricollegare gruppi e/o movimenti estremisti solo ad alcune aree del globo. Esistono, infatti, una pletora di soggetti, in ogni luogo, che si uniscono a movimenti estremisti per le cause più disparate.
Oggigiorno, l’umanità è indubbiamente interconnessa ad un livello nettamente superiore rispetto al passato. Ad esempio, Internet permette a persone anche molto distanti di restare in contatto in modo stabile, di intessere rapporti e di comunicare pur non vivendo nello stesso Paese e/o parlando la stessa lingua. Basti pensare che, grazie all’ausilio di un qualsiasi traduttore online, è possibile carpire – anche se in modo deformato – la maggior parte delle informazioni contenute in un testo; o ancora, è sufficiente che un utente di una o dell’altra nazione parli la lingua del suo interlocutore per far sì che un contenuto possa essere reso fruibile in forma tradotta e virale.
Un esempio in questo senso è il caso di “QAnon”: un movimento che porta avanti diverse teorie del complotto, sorto negli Stati Uniti d’America, ma che ha acquisito moltissimi proseliti sia in patria che in Europa (Pitzianti, 2021). Questo è un chiaro esempio di come i social network, Internet e, più in generale, i moderni mezzi di comunicazione possano creare, far diffondere, far comunicare e strutturare movimenti estremisti a livello planetario. Alla luce di quanto esposto, è facilmente intuibile che non solo Internet faciliti il collegamento fra gruppi estremisti, ma che dia strumenti agli stessi per nascere e proliferare.
Uno studio del governo inglese del 2021 che prende come riferimento spaziale Inghilterra e Galles, ha messo in evidenza come Internet abbia un ruolo fondamentale nei processi di radicalizzazione. In particolar modo, i social media, prima dell’attuazione di politiche atte a ridurre o bloccare del tutto il transito e il reperimento online di contenuti di stampo estremista, hanno giocato un ruolo fondamentale nel far circolare materiale e/o contenuti di carattere ideologico. In questo senso, i social media possono avere un ruolo chiave nello spingere alcuni soggetti verso una realtà di stampo estremista. Nel corso di dodici anni, la quota di persone che si sono radicalizzate - almeno parzialmente - online è arrivata a toccare l’83%. Di contro, il numero di persone che vengono radicalizzate in modo “tradizionale” è in costante decrescita.
Questo non ci deve far pensare, però, che la radicalizzazione online stia sostituendo in toto quella che potremmo definire “offline”. Infatti, sarebbe più corretto affermare che il ruolo della radicalizzazione sulla rete stia assumendo un ruolo principe e sempre più prominente, ma che, attualmente, concorra insieme a quella offline alla radicalizzazione. Infine, c’è da notare che esiste un’asimmetria di genere riguardante le persone maggiormente esposte a rischio di radicalizzazione: si tratta perlopiù di giovani uomini (Kenyon et al., 2021).
In sintesi, si può affermare che le prospettive tradizionali di radicalizzazione rimangano valide. Tuttavia, con lo sviluppo della digitalizzazione negli ultimi vent’anni, queste hanno assunto dinamiche differenti. Il mondo digitale permette l’interscambio di informazioni e idee fra gruppi estremisti o anche fra gli appartenenti ad una stessa realtà estremista. Il concetto chiave, quindi, è l’essere vicini ideologicamente seppur distanti sotto il profilo spaziale. Questo comporta una serie di conseguenze: da un lato, in caso di sospetti di radicalizzazione, uno Stato può monitorare i soggetti radicalizzati tramite la rete - cosa precedentemente impossibile non sussistendo lo strumento -, ma la stessa rete, può contribuire a far abbracciare a certe persone posizioni “al limite”.
Le due linee della radicalizzazione (fisica e digitale) sono ad oggi entrambe valide ed esistono in modo complementare. Questo connotato aggiunge un ulteriore strato di complessità al fenomeno dell’estremismo, che fino a prima dell’avvento della rete su larga scala rimaneva perlopiù rilegato a determinati contesti. Oggi, potenzialmente, chiunque può entrare in contatto con gruppi e/o con idee di stampo estremista.
Conclusione
Molto spesso gli estremismi possono differire nel tipo di richieste che avanzano, nella metodologia di azione che assumono e nella loro portata operativa. Ciò che questo elaborato ha l’obiettivo di dimostrare è che molto spesso la loro nascita e le loro modalità di azione rispondono a stimoli culturali, sociali ed economici molto simili.
Gli esempi forniti hanno messo in luce il crescente il crescente “fatalismo culturale”, inteso come la propensione degli individui a credere che i loro destini siano governati da un potere invisibile e non riconducibili alla loro volontà, confacente ad una società sempre più disillusa e complottista, porta le persone a compiere azioni estreme. Inoltre, dove la società resta rigida, non aperta al multiculturalismo e dove esistono severe punizioni per la deviazione dalle norme sociali, le persone vengono indotte all’utilizzo di mezzi estremi per realizzare i propri obiettivi. Anche il “collettivismo” che può venirsi a creare tra coloro che si considerano emarginati, alienati, diversi, aumenta il gruppo-centrismo e abbassa la soglia del sacrificio che un individuo arriva a commettere per gli obiettivi del proprio gruppo. L’estremismo, infine, sembra prendere piede dove esiste una grande differenziazione tra posizioni di alto e basso potere.
Rispetto a quanto detto, dunque, si ritiene che non sia necessario allarmarsi davanti al proliferare di sempre più gruppi estremisti rispetto al passato: come si è visto, la completa interconnessione tra le diverse zone del globo – nonché tutto quello che consegue dall’accelerazione della globalizzazione, come l’utilizzo di Internet e dei social media in diverse lingue – ha naturalmente facilitato l’estensione di queste e altre dinamiche culturali. Passare in rassegna, quindi, i diversi motivi per cui un individuo inizia a sviluppare pensieri “estremi” – e per i quali viene conseguentemente portato a militare per un movimento estremista – mette in risalto l’importanza dell’elemento culturale alla base di questo tipo di comportamento.
La nascita e l’evoluzione nel tempo dei diversi movimenti estremisti ha fatto nascere l’esigenza di riflettere sui fattori culturali alla loro base. Per questo motivo, il presente lavoro ha la funzione di introdurre una sequenza di lavori da parte del nostro Team su questo tema. Infatti, una volta presentate le caratteristiche generali degli estremismi, il raggio d’azione nazionale o internazionale e il modus operandi che applicano i diversi tipi di movimento – etnico, politico religioso – nel reclutamento, ma anche nell’azione, le pubblicazioni a venire verteranno su alcuni esempi specifici. L’obiettivo è quello di sviscerare le peculiarità dei diversi gruppi estremisti che saranno analizzati, evidenziando gli aspetti culturali che si trovano alla base di questi atteggiamenti estremi, che hanno portato alla loro diffusione, e che permettono ai vari gruppi di avere un impatto sulla società più ampia.
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