Abstract
Proseguiamo il nostro ciclo di pubblicazioni sul Conflitto israelo-palestinese analizzando gli eventi che hanno innescato questo nuovo confronto, i suoi sviluppi sul campo e gli effetti provocati sullo scacchiere internazionale. L’Attacco del 7 ottobre 2023 ha, infatti, portato ad una ferma risposta militare israeliana che ha progressivamente esteso le sue dimensioni, dando origine a differenti fronti di guerra in tutto il Medio Oriente. Ovviamente, ciò ha determinato un vario posizionamento dei maggiori Attori regionali e globali in accordo ai rispettivi interessi e strategie.
Autori
Michele Gioculano - Head Researcher, Mondo Internazionale G.E.O. - Politica
Jaohara Hatabi - Senior Researcher, Mondo Internazionale G.E.O. - Politica
L’attacco del 7 ottobre
Inseritosi in un contesto internazionale altamente mutevole, il conflitto israelo-palestinese è sempre rimasto una costante, pur con gradi di intensità differenti in base ai periodi di riferimento. Nel corso dei decenni, questa disputa ha attraversato fasi di alta e bassa intensità, influenzata da fattori geopolitici, interni ed esterni, inclusi cambiamenti nelle alleanze regionali e nelle dinamiche di potere globale. Il 7 ottobre 2023 ha segnato una nuova fase in questa storia di lunga data, riportando la questione israelo-palestinese al centro dell’attenzione della comunità internazionale e riaccendendo le preoccupazioni per la stabilità nella regione.
Il 7 ottobre 2023 Hamas ha lanciato un attacco coordinato via terra e via aria conosciuto come Operazione al-Aqsa Flood, che ha evidenziato una sofisticazione senza precedenti nelle tattiche utilizzate. Intorno alle 6:30 del mattino, l’esercito israeliano ha rilevato migliaia di razzi lanciati dalla Striscia di Gaza verso gli insediamenti israeliani al di là del confine. Hamas ha dichiarato di aver lanciato oltre 5.000 razzi nell’arco di 20 minuti, un dato che resta oggetto di dibattito, ma che segnala comunque una chiara strategia di sovraccarico delle difese israeliane. Parallelamente, un numero ancora dibattuto di militanti armati, alcuni a bordo di motociclette, motoscafi, camioncini e altri con deltaplani motorizzati, sono penetrati in territorio israeliano, aprendo diverse brecce nella barriera di separazione al confine e attaccando quasi 50 località differenti tra kibbutzim, basi militari e un festival musicale.
Durante l’incursione terrestre, i militanti di Hamas sono riusciti a conquistare temporaneamente diverse località nei pressi del confine con Gaza, per la prima volta in assoluto dagli accordi del 1949, forze palestinesi riescono a prendere controllo di territori all’interno della Green Line tracciata 75 anni fa. In questa fase dell’attacco, almeno 251 persone sono state prese in ostaggio, un numero che include 44 partecipanti al festival Nova e almeno 74 residenti del kibbutz Nir Oz. Le vittime complessive sono stimate tra le 1.200 e le 1.400, includendo sia coloro che sono stati uccisi negli attacchi iniziali sia gli ostaggi deceduti o uccisi durante la prigionia nella Striscia di Gaza. Ad oggi, ad un anno di distanza, circa 64 persone restano ancora detenute, mentre 117 sono state liberate attraverso negoziazioni o scambi di prigionieri. Almeno 70 morti tra gli ostaggi sono state accertate.
Uno dei fattori che ha reso questa incursione diversa rispetto ai precedenti attacchi è stato l’effetto a sorpresa, che denota delle gravi mancanze da parte degli apparati di intelligence israeliana. Altrettanto importante è il periodo in cui gli attacchi sono avvenuti: solitamente i lanci dalla Striscia di Gaza costituiscono delle ritorsioni dopo scontri oppure operazioni speciali in altri territori palestinesi. In questa occasione Hamas ha dichiarato che l’operazione al-Aqsa Flood è stata pianificata come risposta diretta a ciò che ha definito come "attacchi israeliani contro le donne, profanazioni della moschea di Al-Aqsa e l'assedio in corso a Gaza". Altresì importante è il simbolismo della data del 7 ottobre: l’attacco si è verificato quasi esattamente cinquant’anni dopo l’inizio della guerra dello Yom Kippur (6 ottobre 1973), durante la quale una coalizione di Stati arabi lanciò un’offensiva a sorpresa contro Israele. Quella guerra, sebbene conclusa con una vittoria militare israeliana, fu considerata un successo politico per gli aggressori, in particolare per Egitto e Siria, che riuscirono a dimostrare la propria capacità di colpire Israele.
Gli eventi del 7 ottobre si collocano però in un contesto geopolitico molto diverso. Rispetto a cinquant’anni fa, i palestinesi si trovano in una posizione di isolamento maggiore, sia politico che militare. Diversi Paesi arabi, che un tempo supportavano apertamente la causa palestinese, hanno nel frattempo normalizzato le relazioni diplomatiche con Israele, come dimostrano gli Accordi di Abramo. Questo cambiamento ha modificato radicalmente le dinamiche del conflitto, rendendo più complessa per Hamas la ricerca di sostegno internazionale per le sue azioni.
La risposta di Israele
L’attacco del 7 ottobre ha scatenato una risposta immediata e massiccia da parte di Israele. Intorno alle 11:30 del mattino il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha tenuto un discorso alla nazione nel giorno dello Shabbat (festività ebraica che ogni sabato prevede il completo riposo da determinate attività), dichiarando: “Siamo in guerra”. Nel corso del pomeriggio dello stesso 7 ottobre sono stati richiamati 360.000 riservisti delle forze armate, mentre iniziavano bombardamenti incessanti su Gaza, come parte dell’Operazione “Spade di ferro” finalizzata a colpire obiettivi militari di Hamas. Il ministro della difesa Yoav Gallant ha annunciato il blocco totale della Striscia, includendo quindi il blocco delle forniture di aiuti umanitari, carburante ed elettricità. Questa misura, in particolare, ha suscitato ampie critiche a livello internazionale, con organizzazioni per i diritti umani che hanno espresso preoccupazioni per le condizioni umanitarie della popolazione civile. Parallelamente, Israele ha intensificato i controlli di sicurezza all’interno dei propri confini e aumentato le operazioni di pattugliamento nelle aree di confine. Le IDF hanno anche condotto azioni mirate in Cisgiordania, dove si temeva un’escalation parallela da parte di altri gruppi armati palestinesi.
Durante il primo mese di guerra, Israele ha emanato ordini di evacuazione della zona nord della Striscia, seguiti da bombardamenti massicci su infrastrutture militari, ma anche civili, poiché, stando a quanto dichiarato, alcune strutture di Hamas si nascondevano in edifici ove abitavano anche civili. Secondo le stime fornite da fonti ufficiali, le vittime a Gaza si attestano intorno alle 42,000, mentre gli sfollati ammontano a circa 2.3 milioni.
Nel corso delle operazioni israeliane sono stati eliminati diversi leader politici di Hamas, tra cui Ismail Haniyeh, a capo dell’ufficio politico di Hamas, è stato ucciso a Teheran a luglio 2024. Il suo successore, nonché capo di Hamas nella Striscia di Gaza, Yahya Sinwar (tra le menti dell’attacco del 7 ottobre) è stato ucciso nell’ottobre del 2024 nei pressi di Rafah. Inoltre, Israele ha mietuto vittime anche tra le fila di Hezbollah, fermo sostenitore di Hamas. A settembre 2024 è stato ucciso Hassan Nasrallah, leader di Hezbollah da oltre 30 anni e che ricopriva un ruolo fondamentale all’interno del Partito di Dio, grazie alla costruzione di un fervente seguito personale.
La risposta israeliana, i quali obiettivi dichiarati sono quelli di eliminare la capacità di Hamas di governare e lanciare attacchi da Gaza, e di far tornare gli ostaggi catturati, si inserisce in una narrativa politica interna dominata dalla necessità di garantire sicurezza alla popolazione. Tuttavia, questa strategia ha alimentato un dibattito crescente sull’efficacia di un approccio prevalentemente militare. Alcuni analisti sottolineano che un uso intensivo della forza, senza il supporto di iniziative politiche concrete volte a risolvere il conflitto, rischia di perpetuare un ciclo di violenza senza fine. A livello interno, il governo israeliano deve anche confrontarsi con una crescente polarizzazione politica, dove le critiche alla gestione della crisi provengono non solo dall’opposizione, ma anche da settori della società civile e da ex esponenti delle forze di sicurezza, i quali avvertono che una risposta esclusivamente militare potrebbe rafforzare ulteriormente Hamas nel lungo termine.
L’impatto internazionale del conflitto
L’attacco del 7 ottobre 2023, così come la conseguente Guerra di Gaza, si collocano nel complesso scenario geopolitico del Medio Oriente, caratterizzato da instabilità politiche, regimi fragili, rivalità mai sopite ed influenze esterne. Ovviamente, il deflagrare di un nuovo conflitto ha ulteriormente destabilizzato i precari equilibri regionali, coinvolgendo, più o meno direttamente, la maggior parte degli Attori locali oltre alle principali Potenze globali.
Sebbene tutti i Paesi arabi e/o a maggioranza musulmana, dal Nord Africa all’Asia Centrale, abbiano sempre sostenuto e continuino a sostenere, perlomeno ufficialmente, le ragioni della causa Palestinese e i suoi fautori, da tempo sussiste una palese difformità di condotta sul piano fattuale. Come già ampiamente esposto nella prima analisi di questo ciclo, la postura di alcuni tra i maggior avversari dello Stato d’Israele ha visto una notevole evoluzione, l’ostilità aperta e il desiderio di annientamento è progressivamente mutato in coesistenza pacifica o, addirittura, in mutua cooperazione. I trattati di pace sottoscritti da Tel Aviv con Egitto e Giordania hanno rappresentato il primo tassello di questo percorso, cui sono seguiti i cosiddetti Accordi di Abramo, con Bahrain ed Emirati Arabi Uniti, poi siglati anche da Marocco e Sudan, e ulteriori tentativi d’intesa con l’Arabia Saudita. Centrale in questo processo è stato, ovviamente, il ruolo degli Stati Uniti, storici partner di tutti gli Attori coinvolti e desiderosi di sopire le tensioni esistenti tra i loro alleati. Dunque un rivolgimento frutto non solo dell’adozione di un approccio realista, che ha favorito la reciproca accettazione e la normalizzazione dei rapporti diplomatici, ma anche dalla comparsa di un comune avversario: l’Iran. Infatti, sin dalla sua nascita, il Regime degli Ayatollah si è proposto come paladino contro Israele, idealmente associato all’Occidente e alle sue ingerenze, oltre che assurgere a punto di riferimento del mondo sciita, alternativo e concorrente alle Grandi Potenze sunnite della regione. Sono dunque venuti a delinearsi due blocchi: uno anti americano e anti sionista, palese e coeso, composto dalla Repubblica Islamica e dai suoi alleati, statali e non, e uno filo americano e anti iraniano, ufficioso ed eterogeneo, formato da quegli alleati degli Stati Uniti che intrattengono relazioni amichevoli con lo Stato Ebraico.
In accordo al vecchio adagio “il nemico del mio nemico è mio amico”, è quindi sorto un informale e composito fronte che comprende la maggior parte dei Paesi arabi, dal Nordafrica al Golfo Persico. Oltre le formali dichiarazioni di solidarietà e il biasimo espresso per la conduzione israeliana del conflitto, tanto l’Egitto quanto la Giordania, storici sostenitori della causa palestinese, si sono mostrati assai riluttanti ad accogliere i profughi o anche solo a sostenerli con aiuti umanitari. Dal canto suo, l’Arabia Saudita, in procinto di normalizzare le sue relazioni diplomatiche con Tel Aviv, è senz’altro risultata la Potenza maggiormente penalizzata dallo scoppio della guerra. Numerosi osservatori hanno infatti interpretato l’attacco del 7 ottobre come un estremo tentativo iraniano di incunearsi tra le due parti al fine di interrompere o, quantomeno, ritardare i negoziati e, più in generale, di evitare un accerchiamento completo. Di conseguenza, per larga parte dei Paesi arabi, il confronto di Gaza oggi non rappresenta più la campagna di un popolo fratello contro l’irriducibile nemico sionista, quanto più un fastidioso intralcio ad una più stretta e proficua collaborazione, politica ed economica, con Israele, nell’ottica di un’effettiva stabilizzazione e securizzazione della Regione.
Sul versante opposto, l’Iran, principale finanziatore di Hamas e maggiore Potenza anti sionista dello scacchiere, ha subito ribadito il suo posizionamento al fianco delle milizie di Gaza, esprimendo aperta soddisfazione per l’esito dell’attacco del 7 ottobre e offrendo supporto economico e militare all’organizzazione. La partecipazione diretta della Repubblica Islamica al conflitto non è però mai stata continuativa, limitandosi ad isolati e poco efficaci attacchi missilistici contro il territorio israeliano. Azioni di valore politico-simbolico più che strategico, proposte quali ritorsioni a violazioni territoriali o ad incursioni dello Stato Ebraico contro strutture o cittadini iraniani. Ciò conferma, sino ad oggi, la ferma volontà di Teheran di evitare la deflagrazione di una guerra aperta che la impegni contro la più avanzata Potenza militare della regione e, potenzialmente, contro un vasto fronte anti iraniano che potrebbe formarsi dietro di essa. Tuttavia, i diversi alleati, statuali e non, della Repubblica Islamica hanno ben presto messo in atto delle azioni di disturbo, come le incursioni perpetrate dai ribelli Houthi contro i traffici marittimi nel Golfo di Aden, o di vera e propria ostilità, come gli attacchi condotti dalle forze Hezbollah che attualmente controllano buona parte del Libano. Impegnato su molti fronti, al limite delle sue capacità, e già vittima di alcuni significativi rovesci, come quello siriano, è improbabile che l’Iran voglia farsi ulteriormente coinvolgere nella contesa.
Infine, vi è un ultimo raggruppamento, costituito da Turchia e Qatar, ambedue caratterizzati da connotati ambigui. Difatti, pur condannando pubblicamente la condotta politico-militare di Israele ed esprimendo solidarietà ad Hamas, sin da subito, entrambe le Potenze si sono proposte quali mediatrici della contesa, facendo leva sulla loro particolare posizione: filo palestinese ma, al tempo stesso, vicina agli Stati Uniti. Di conseguenza, il posizionamento di Qatar e Turchia rispetto alla contesa non è da considerarsi in ottica strutturale o ideologica bensì come parte di una strategia geopolitica più ampia, volta a garantire ad entrambi un ruolo di rilievo nelle trattative, una più vasta libertà d’azione rispetto ai loro alleati e, in ultima analisi, una maggiore influenza, tanto nel quadrante mediorientale quanto sulla scena globale.
Sul piano globale, la Guerra di Gaza ha, senz’altro, rimarcato la polarizzazione che, storicamente, caratterizza il Conflitto israelo-palestinese. Gli Stati Uniti, così come i maggiori Paesi europei, hanno ribadito il loro sostegno a Tel Aviv, enfatizzando la ferocia senza precedenti dell’attacco del 7 ottobre, condannando la natura terroristica di Hamas e supportando diplomaticamente e, talvolta, militarmente lo Stato Ebraico. Di contro, le cosiddette “Potenze revisioniste” e i Paesi in via di sviluppo hanno assunto posture maggiormente equilibrate tra i due schieramenti, sottolineando la necessità di un accordo che contemperi le necessità e la coesistenza delle due comunità. Alcuni Attori, tra cui la Russia, hanno anche posto l’accento su una supposta “doppia morale” occidentale, ossia sul ricorso a differenti parametri circa l’osservanza del diritto internazionale, ispirati da convenienze politico-diplomatiche piuttosto che da autentica aderenza alle regole.
A tal proposito, a fronte della strategia bellica adottata da Israele e alla sua scarsa disponibilità alla moderazione, diverse crepe hanno iniziato ad intaccare le fila dei suoi sostenitori. Numerosi Governi, anche su pressione delle rispettive opinioni pubbliche, hanno infatti iniziato ad esprimere il loro biasimo nei confronti di Tel Aviv: taluni criticando la conduzione del conflitto, altri interrompendo collaborazioni e scambi, anche di natura militare, sino a giungere al riconoscimento dello Stato di Palestina quale reazione. Una torsione certamente influenzata anche dalla netta condanna dell’Organizzazione delle Nazioni Unite nei confronti dello Stato Ebraico e dalle molteplici accuse rivolte dalla Corte Penale Internazionale ai vertici dell’Esecutivo israeliano.
Conseguenze immediate e rischi a lungo termine
Malgrado sia le Nazioni Unite che numerose Potenze, da mesi, si stiano adoperando per il raggiungimento di un cessate il fuoco sui vari fronti di guerra, è improbabile che il conflitto abbia termine a breve. Israele, sfruttando la sua indiscussa superiorità militare, appare determinato a servirsi del conflitto onde conseguire una serie di obiettivi strategici che ne garantiscano la sicurezza a livello regionale. Nonostante le diverse sensibilità che caratterizzano i suoi alleati, difficilmente lo Stato Ebraico patirà condizionamenti esterni che vadano oltre il biasimo internazionale e che lo scoraggino dal proseguire le operazioni. Anche il neo eletto Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, appare fermamente schierato al fianco di Tel Aviv e intenzionato a sostenerne le politiche senza significative interferenze. È dunque probabile che, a fronte di una sostanziale libertà d’azione e della prudenza dimostrata dal rivale iraniano, Israele ambisca al raggiungimento di traguardi ambiziosi che sopravanzino i limiti originari del conflitto e tengano in scarsa considerazione i vincoli internazionali.
Tuttavia, benché improbabile, non può essere escluso il rischio di un'escalation, dunque di un ulteriore allargamento del conflitto con il coinvolgimento di Attori di rilievo. La precarietà degli equilibri e la duttilità delle strategie nello scacchiere mediorientale non consentono di prevedere svolte e rivolgimenti così come non è stato possibile prevenire l’attacco del 7 ottobre. Inoltre, nel corso di oltre un anno, l’immagine dello Stato Ebraico ha risentito grandemente di una conduzione poco ortodossa del conflitto. La reputazione internazionale di Tel Aviv così come la sua affidabilità politica e diplomatica sono state grandemente ridimensionate, anche presso i partner più stretti.
Nella prossima pubblicazione di questo ciclo, verranno attentamente analizzate le condotte belliche portate avanti delle due parti, effettuando un confronto tra la cultura strategica israeliana e la guerra irregolare palestinese.
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- A. Godlov, A. Yadlin, An Israeli Order in the Middle East, Foreign Affairs, 17 Dicembre 2024, (2-B) https://www.foreignaffairs.com/middle-east/israeli-order-middle-east
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