La politica cinese di sorveglianza transnazionale: il caso delle stazioni di polizia

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  19 January 2023
  14 minutes, 52 seconds

Abstract

I recenti fatti di cronaca riguardanti le cosiddette “stazioni di polizia cinesi” presenti in diversi Stati, hanno riacceso il dibattito sulle strategie che il governo di Pechino utilizza per interferire nella vita dei suoi cittadini residenti all’estero. I dati raccolti, in particolare dall’organizzazione Safeguard Defenders, hanno evidenziato alcuni dei metodi che la Cina ha utilizzato nel corso del tempo per reprimere possibili opposizioni politiche e monitorare sospetti criminali. Dopo un’approfondita analisi sulla questione delle stazioni di polizia, si analizzano anche le politiche coercitive applicate al mondo dell’istruzione universitaria. Infine, si delinea l’entità dei futuri risvolti che la politica di ingerenze cinese può generare, dal punto di vista politico e umanitario.

A cura di:

Nicholas Sartori - Senior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Giulia Pavan - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

1. Introduzione

A partire dal 2014 la Repubblica Popolare Cinese (RPC) ha dato inizio ad una massiccia campagna nazionale volta a contrastare il crescente fenomeno della corruzione e delle frodi digitali, commesse nello specifico da cittadini cinesi residenti in Paesi esteri. Al fine di perseguire direttamente i responsabili, il governo cinese ha adottato una serie di pratiche volte al “rimpatrio involontario” dei cittadini cinesi in madrepatria. Nell’agosto 2022, il Ministro della Sicurezza Pubblica cinese ha dichiarato che in un anno circa 230.000 cittadini sono stati costretti a rimpatriare per essere giudicati dai tribunali nazionali, riducendo così drasticamente il numero di frodi commesse a danno del governo di Pechino. Nel corso del 2022, l’organizzazione no profit “Safeguard Defenders” – impegnata nella protezione dei diritti umani nell’area Asiatica – ha rilasciato alcuni specifici report di indagine, documentando le metodologie utilizzate dalla RPC per costringere i sospettati a tornare in Cina. Quello che è emerso, è l’esistenza di una vasta rete di stazioni di polizia cinesi clandestine, localizzate in tutto il mondo.

2. La repressione transnazionale cinese nel contesto globale

Le operazioni di rimpatrio e la creazione di stazioni di polizia gestite dal governo cinese, sono state definite da Safeguard Defenders come parte di una condotta molto più estesa di “repressione transnazionale”, volta al controllo – da parte del Partito Comunista Cinese (PCC) – della popolazione cinese localizzata all’estero. Le politiche attuate da Xi Jingping, sin dall’inizio del suo incarico presidenziale, hanno ampiamente dimostrato la volontà del leader cinese di tenere sotto stretta osservazione tutti gli elementi che hanno contribuito alla diaspora cinese, e scoraggiare ogni tipo di protesta o critica da parte dei cittadini nei confronti del PCC. Quella che viene definita come una repressione transnazionale sembra essere un metodo chiave per proiettare l’influenza cinese nel contesto globale contemporaneo, esercitando un’ingerenza di tipo coercitivo nei paesi esteri dove risiedono cittadini cinesi (Safeguard Defenders, 2022).

Tuttavia, questo tipo di operazioni non hanno solo l’obiettivo di individuare i sospettati di frode o corruzione; infatti, nel corso degli anni, i target si sono estesi anche ad altri gruppi etnici, nazionali e religiosi. Un esempio è dato dai tentativi da parte della RPC di controllare la comunità dei Uiguri, un'etnia turcofona di religione islamica che vive prevalentemente nel nord-ovest della Cina. Le misure adottate dal governo cinese nei confronti di questa minoranza si sono inasprite a partire dal 2014, sotto la direzione del leader Xi Jinping. Sorveglianza tecnologica, limitazioni della lingua e della religione, intimidazione, incarcerazione ingiustificata, creazione di “campi di rieducazione” volti all’indottrinamento di massa, obbligo di rimpatrio e deportazione, sono alcuni dei mezzi che sono stati utilizzati per limitare la libertà e i diritti di un gruppo considerato come una minaccia. La percezione di pericolo, derivante dalla presenza degli Uiguri nella regione dello Xinjiang, è strettamente connessa agli attentati islamici avvenuti negli Stati Uniti nel 2001 e alla conseguente Guerra del Terrore contro le organizzazioni terroristiche di matrice islamica. La paura dell’estremismo religioso islamico ha innescato un meccanismo di repressione da parte del governo cinese che persiste ancora oggi (Millward e Peterson, 2020). Oltre alla popolazione degli Uiguri, anche gli abitanti del Tibet hanno subito negli ultimi anni pressioni da parte del PCC. L’obiettivo ultimo della RPC sembra essere stato quello di sradicare l’identità tibetana a favore di quella cinese attraverso intimidazione, spionaggio, controlli capillari e denunce. Lo stesso tipo di trattamento è stato riservato ai seguaci della dottrina Falun Gong, una disciplina spirituale cinese che prevede la meditazione e un insegnamento basato sui principi di Verità, Compassione e Tolleranza. Nel 1999, il governo cinese ha iniziato a dimostrarsi ostile, ordinando la messa in atto di detenzioni e torture verso gli appartenenti a questa dottrina, percepita come divergente e quasi antagonista all’ideologia del Partito. Anche molti giornalisti, conduttori televisivi, difensori dei diritti umani e attivisti politici, dimostratisi critici nei confronti del PCC, sono diventati possibili target del Partito da tener sotto controllo ed eventualmente silenziare.

Questo atteggiamento oppressivo adottato dal PCC in diverse occasioni, è individuabile anche nella campagna globale anticorruzione e contro le frodi digitali che la Cina continua ancora oggi a promuovere. Questa campagna è simbolo non solo della volontà di estirpare un problema endemico di natura politico-economica che si è diffuso ulteriormente durante la pandemia, ma rappresenta anche l’intenzione di imporre la disciplina del Partito e rafforzare la lealtà politica dei cittadini. La corruzione e le frodi digitali sembrano essere percepite dal leader Xi Jinping come un male da estirpare, poiché costituiscono una minaccia alla legittimità e all’integrità del Partito stesso.

Lanciata nel 2014 con l’operazione di polizia Fox Hunt, la massiccia campagna nazionale anticorruzione aveva l’obiettivo di localizzare, arrestare e riportare in Cina i sospettati di crimini fiscali o corruzione politica fuggiti all’estero. Secondo alcuni studi statunitensi (Freedom House, 2022), una volta identificati, i sospettati venivano sottoposti a torture fisiche e minacce, al fine di costringerli a rimpatriare ed essere sottoposti a giudizio. Nel 2015, è stata lanciata una seconda campagna anticorruzione denominata Sky Net, volta anch’essa all’identificazione di sospettati localizzati all’estero e al loro rimpatrio, attraverso la collaborazione del Ministero della Pubblica Sicurezza, della Banca Centrale cinese e del Dipartimento di Organizzazione Centrale del PCC. I rimpatri previsti dalla campagna di anticorruzione sono stati definiti formalmente come delle operazioni internazionali di polizia volte all’arresto di sospettati di crimini di corruzione e frode, in alternativa alle normali procedure di estradizione. Tuttavia, i metodi di persuasione utilizzati per il rimpatrio sono stati definiti da Safeguard Defenders come “Involuntary Return Operations”, proprio perché l’effettivo ritorno in madrepatria sembra essere frutto di un’azione coercitiva e non di una decisione volontaria da parte degli accusati. Sono stati classificati tre tipi di metodi che, secondo gli studi dell’organizzazione spagnola, la RPC utilizzerebbe per obbligare i presunti colpevoli a fare ritorno in Cina. Il primo tipo prevede la coercizione e la minaccia alla famiglia dell’accusato, il secondo tipo implica il dispiegamento di forze di polizia cinesi all’estero per una sorveglianza diretta del sospettato che spesso viene minacciato personalmente, il terzo approccio (non rilevato nelle operazioni sotto osservazione da Safeguard Defenders) includerebbe il sequestro di persona sul suolo straniero. Questi metodi illeciti di ingerenza permetterebbero alla Cina di bypassare i tradizionali meccanismi bilaterali di cooperazione giudiziaria esistenti tra paesi, rischiando così di violare l’integrità territoriale dei paesi coinvolti. Inoltre, i dati raccolti da Safeguard Defenders dimostrerebbero che molto spesso tra i sospettati costretti al rimpatrio vi sono persone innocenti, vittime di atti illegali come minacce e intimidazione. Questo implicherebbe anche una violazione da parte del governo cinese delle norme internazionali sulla protezione dei diritti umani (Safeguard Defenders, 2022)

3. Il caso delle “stazioni di polizia” cinesi al di fuori dei confini nazionali

Nel 2021, il PCC ha identificato nove paesi legati all’accusa di frode, in cui la maggior parte dei sospettati sono stati localizzati in: Cambogia, Emirati Arabi Uniti, Filippine, Myanmar, Laos, Malesia, Thailandia, Turchia e Indonesia. Tuttavia, attacchi contro sospettati d'oltremare hanno avuto luogo anche in molti altri paesi. Tendenzialmente, la maggioranza di questo tipo di operazioni di polizia è condotta attraverso piattaforme online e dispositivi elettronici, ma nel gennaio 2022 il Direttore dell’Ufficio di Polizia Estero della provincia di Fujian ha annunciato l’istituzione di 30 stazioni di polizia in 25 città di 21 paesi diversi. La combinazione esistente tra le nuove stazioni di polizia localizzate all’estero e le piattaforme online utilizzate per un constante monitoraggio è stata denominata dalla città di Fuzhuo (nella provincia di Fujian) come “110 Overseas”, con riferimento al numero telefonico di emergenza utilizzato in Cina. Altre province cinesi hanno istituito delle proprie stazioni di polizia dispiegate nel mondo, al fine di migliorare la loro attività di monitoraggio antifrode e anticorruzione.

Il numero comprensivo di stazioni di polizia cinesi (localizzate all’estero) attualmente dichiarato dalle autorità cinesi non è attendibile, poiché non esiste un’effettiva lista numerata e completa di tutte le stazioni di polizia costituite nel corso degli ultimi due anni e le ricerche condotte da Safeguard Defenders hanno portato alla luce l’esistenza di un numero decisamente maggiore di quello dichiarato. Infatti, il report di indagine rilasciato a settembre 2022 “110 Overseas – China’s Transnational Policing Gone Wild” ha documentato l’esistenza di ben 54 stazioni di polizia cinesi clandestine nel mondo. Successivamente, a dicembre 2022, è stato rilasciato un ulteriore studio intitolato “Patrol and Persuade: A follow-up investigation to 110 Overseas” nel quale il numero delle stazioni di polizia effettive sale ad un totale di 102, localizzate in circa 53 diversi paesi nel mondo. Le province cinesi che hanno recentemente istituito nuove stazioni sono rispettivamente Qingtian, Nantong, Wenzhou e Fuzhou. La maggior parte delle stazioni di polizia sembrano essere localizzate in Italia, Francia, Canada, Spagna, Regno Unito e Stati Uniti (Safeguard Defenders, 2022).

Questa rete di stazioni di polizia cinesi appare non direttamente gestita dal governo centrale ma dai servizi di Sicurezza Pubblica, ciò nonostante è evidente l’influenza del PCC nelle politiche adottate da questi dispiegamenti. Queste stazioni sono state formalmente create per offrire supporto ai cittadini cinesi residenti all’estero, per lo svolgimento di servizi pubblici e pratiche burocratiche come il rinnovo dei documenti, necessità amministrative e di comunicazione con il governo cinese. Tuttavia, Safeguard Defenders ha evidenziato come questi dispiegamenti contribuiscano al perseguimento delle operazioni di rimpatrio forzato precedentemente menzionate, proseguendo l’operato delle missioni Fox Hunt e Sky Net. Queste stazioni di polizia servirebbero, quindi, al rientro in Cina di sospettati fuggiti all’estero per evitare accuse di corruzione e frode in patria. Anche in questo caso, i metodi utilizzati dalle autorità di polizia risulterebbero di natura coercitiva, includendo stalking, intimidazioni, minacce e arresti.

Nonostante la RPC abbia dichiarato il consenso fornito da parte di alcuni paesi per l’istituzione sul territorio di organi di polizia volti all’applicazione della legge cinese, altri paesi si sono dichiarati all’oscuro di questo tipo di operazioni entro i loro confini. Sembrerebbe che il governo cinese abbia sfruttato gli accordi bilaterali di cooperazione esistenti per perseguire i propri fini, senza ottenere l’esplicito consenso di alcuni paesi ospitanti e operando al di fuori dei normali canali utilizzati per l’estradizione. Questo implicherebbe una violazione dell’integrità territoriale dei paesi coinvolti, molti dei quali hanno dichiarato di voler investigare ulteriormente sulla questione, al fine di individuare eventuali violazioni perseguibili penalmente. Inoltre, già in passato il governo cinese è stato accusato di aver evitato l’utilizzo di procedure legali internazionali considerate obbligatorie, preferendo canali alternativi come la cooperazione con associazioni no profit o organizzazioni della società civile. Per giunta, l’assenza di coinvolgimento delle autorità ufficiali locali e il mancato rispetto delle norme internazionali sull’estradizione, mettono a rischio la sicurezza dei cittadini cinesi all’estero e la tutela dei loro diritti – come il diritto di essere considerati innocenti fino a prova contraria e il diritto ad un processo equo e giusto.

4. Ulteriori casi di ingerenza: il mondo dell’istruzione

Come dimostrato dalle casistiche appena esposte, è possibile rilevare che lo stato cinese agisce internazionalmente attuando politiche di ingerenza non convenzionali sotto diversi fronti. Il caso delle stazioni illegali di polizia, è l’evento che in tempi recenti ha portato all’attenzione dei media occidentali le vie - talvolta poco ortodosse - che la politica cinese ha delineato per aumentare la propria presenza al di fuori dei confini nazionali.

In questo senso, un altro settore nel quale la presenza del governo di Pechino è radicata è quello dell’istruzione. A livello internazionale, molte università contano una forte presenza di studenti e docenti di nazionalità cinese. Questo comporta delle conseguenze su più piani. Innanzitutto, alcune università, ad oggi, dipendono in maniera economicamente sostanziale dalla presenza di studenti cinesi e quindi attuano una politica di autocensura, evitando le critiche verso l’operato del governo cinese o verso temi poco graditi dallo stesso . Esistono altresì mosse di ingerenza attiva da parte di Pechino verso le università. Ad esempio, nel 2018 la Australian National University è stata vittima di un attacco informatico proveniente dalla Cina che ha sottratto centinaia di informazioni personali appartenenti agli studenti e al personale dell’università. Questo ha portato, nel 2019, alla creazione da parte del governo australiano di un organismo preposto alla prevenzione di atti di intromissione nelle università australiane da parte di soggetti esteri (Charon & Jeangène Vilmer, 2021).

Con un modus operandi simile a quello delle stazioni di polizia cinesi - tranne per l’assenza di forze dell’ordine - anche all’interno degli atenei il governo di Pechino fa percepire la sua presenza. Infatti, gli studenti cinesi all’estero, secondo la visione del PCC, potrebbero essere influenzati dalle ideologie occidentali e per questo vengono sorvegliati da altri studenti di nazionalità cinesi. In alcuni casi, determinati studenti segnalati alle autorità di Pechino hanno ricevuto pressioni familiari in patria. Questi avvertimenti, alle volte, possono trasformarsi in aggressioni verbali e fisiche, volte a scoraggiare qualsiasi atteggiamento di dissenso verso lo Stato Cinese o le sue istituzioni. Questi atteggiamenti aggressivi sono rivolti nei confronti di studenti “dissidenti” o appartenenti ad etnie minoritarie presenti in Cina - come tibetani e uiguri - che esternano idee od opinioni in contraddizione con la linea del governo cinese. Gli stessi docenti e il personale che lavora all’interno di istituzioni scolastiche è costantemente sorvegliato e sottoposto a pressioni. Questo tipo di pressioni non sempre avvengono in maniera verbale o fisica, ma possono avvenire anche attraverso la rete informatica (Charon & Jeangène Vilmer, 2021).

5. Conclusioni

Quello che emerge dagli episodi di repressione ed ingerenza attribuibili al governo cinese, è l’intenzione del PCC di esercitare un controllo sempre più stringente sulle vite dei cittadini cinesi residenti all’estero. L’obiettivo chiave appare quello di sopprimere o mitigare qualsiasi tipo di contestazione rivolta alle istituzioni cinesi e alle politiche governative promosse dal Partito. Quello che spaventa e preoccupa le istituzioni democratiche occidentali è l’utilizzo di mezzi poco ortodossi che includono intimidazioni, minacce, incarcerazioni e stalking (Freedom House, 2022). Inoltre, se inizialmente l’utilizzo di questi metodi sembrava circoscritto ad episodi di natura etnico-religiosa, ad oggi si estendono anche al campo dell’istruzione e alla campagna nazionale anticorruzione iniziata nel 2014. In merito a quest’ultima, nonostante il numero di rimpatri di sospettati sia in costante aumento – parallelamente al declino di casi di corruzione e frode in Cina – la campagna promossa da Xi Jinping sembra non rallentare (Safeguard Defenders 2022). Attualmente, la priorità dei governi democratici sembrerebbe essere la protezione dei diritti fondamentali dei cittadini cinesi all’estero e l’assicurazione del rispetto dei trattati internazionali contenenti le norme consuetudinarie di estradizione (Freedom House, 2022). Tuttavia, la questione rimane momentaneamente incerta e con diversi interrogativi in sospeso: rimane da capire se perverrà effettivamente una risposta coordinata ed efficace da parte dei paesi coinvolti, mirata ad un dialogo costruttivo con l’autorità cinese.

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Fonti

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