L’arte di non scegliere: Serbia tra accerchiamento, stabilitocrazia, UE e Mosca.

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  19 October 2026
  25 minutes, 36 seconds

L’arte di non scegliere: Serbia tra accerchiamento, stabilitocrazia, UE e Mosca.

Roberto Paonessa, Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Area Difesa & Sicurezza

Il 27 settembre 2026 Aleksandar Vučić si è dimesso dalla carica di presidente della Repubblica di Serbia. La dimissione non interrompe la sua presenza sulla scena politica, ma ne trasforma la collocazione istituzionale: la mossa è funzionale alla sua possibile candidatura alla carica di primo ministro nelle elezioni anticipate del 25 ottobre 2026, un passaggio che consente di aggirare il limite costituzionale dei due mandati presidenziali senza uscire dal controllo dell'esecutivo. Questa transizione va collocata nel contesto di una crisi di legittimità che il paese attraversa da quasi due anni, originata dal crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, avvenuto il 1° novembre 2024, che ha causato 16 vittime. L'incidente ha innescato un ciclo di proteste, inizialmente guidate dal movimento studentesco e successivamente estese a larghi settori della società civile, che non si è mai interrotto nei mesi successivi. Il modo in cui il sistema di potere serbo ha risposto a questa crisi, non con una rottura istituzionale ma con un adattamento della propria forma, trova una chiave interpretativa nel concetto di "autoritarismo competitivo", elaborato originariamente da Steven Levitsky e Lucan Way per descrivere sistemi politici che mantengono procedure elettorali formalmente democratiche, utilizzandole però in modo strumentale alla conservazione del potere sostanziale piuttosto che come meccanismo reale di alternanza. Florian Bieber ha applicato questo stesso quadro concettuale ai Balcani occidentali, mostrando come il modello si riproduca nella regione in forme specifiche. Il passaggio di Vučić dalla presidenza alla possibile guida dell'esecutivo è coerente con questa logica: la forma istituzionale cambia, la sostanza del potere persiste.

Le elezioni del 25 ottobre 2026 rappresentano, in questo quadro, il banco di prova empirico attraverso cui misurare la tenuta di questo meccanismo. Il fronte che si oppone a Vučić, tuttavia, non costituisce un blocco unico: accanto alla lista promossa dal movimento studentesco, concorrono la coalizione filoeuropea "Serbia Europea" e la lista "Destra Autentica", quest'ultima critica verso Vučić da una posizione opposta, quella di chi gli rimprovera eccessive concessioni all'Occidente sul dossier Kosovo. Questa frammentazione del campo avversario è stata indicata da osservatori locali come una delle condizioni strutturali che hanno permesso la lunga permanenza al potere del presidente uscente. L'esito del voto, al momento, resta indeterminato, e con esso resta aperta la domanda se il meccanismo di adattamento istituzionale appena descritto riuscirà a riprodursi anche in questa occasione o se incontrerà, per la prima volta dall'inizio della crisi, un limite reale.

L’economia politica della memoria bellica

Le guerre jugoslave, combattute tra il 1991 e il 2001, costituiscono non uno sfondo storico ma una variabile strutturale che ha prodotto conseguenze istituzionali tuttora operative. Secondo le stime dell’International Center for Transitional Justice, il bilancio complessivo dei conflitti è di circa 140.000 vittime, mentre lo Humanitarian Law Center indica una soglia minima di 130.000; la sola guerra di Bosnia-Erzegovina (1992-1995) ne ha causate oltre 100.000, secondo le stime incrociate tra censimenti e documentazione giudiziaria raccolte dall’Unità Demografica del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Le violazioni sistematiche del diritto internazionale umanitario documentate durante questi conflitti portarono all’istituzione, nel 1993, del Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (ICTY), descritto come il primo tribunale di questo tipo costituito dalle Nazioni Unite dai tempi di Norimberga.

Tra le eredità istituzionali di questo processo giudiziario rientra la vicenda di Ratko Mladić, comandante militare serbo-bosniaco condannato dall’ICTY all’ergastolo per il genocidio di Srebrenica, morto in custodia all’Aia il 27 agosto 2026 all’età di 84 anni. Il governo serbo gli ha tributato funerali di Stato con onori militari a Belgrado il 7 settembre 2026, suscitando una condanna da parte dell’Unione Europea per la glorificazione pubblica di un criminale di guerra condannato in via definitiva. Lo scrittore serbo Marko Vidojković, in un’intervista rilasciata nei giorni successivi ai funerali, ha dichiarato che Mladić è trattato come un eroe nazionale da circa l’80% dello spettro politico serbo, includendo in questa stima il governo, il movimento studentesco e i partiti di opposizione. Questo dato indica che la gestione pubblica della memoria bellica non è riconducibile al solo governo Vučić, ma attraversa trasversalmente la società politica serba. Un secondo precedente, distinto da quello giudiziario, riguarda il bombardamento NATO della sede della Radio Televisione Serba (RTS) a Belgrado, avvenuto il 23 aprile 1999 nel corso della più ampia campagna aerea contro la Repubblica Federale di Jugoslavia, che costò la vita a sedici dipendenti dell’emittente. Amnesty International ha definito l’attacco una violazione del diritto internazionale umanitario, poiché colpì un obiettivo civile del quale era prevedibile un alto numero di vittime. Il generale italiano Biagio Di Grazia, all’epoca ufficiale NATO di stanza nell’area, ha dichiarato in un’intervista rilasciata a Serbian Monitor che l’operazione fu “assurda”, osservando che la distruzione dell’emittente di Stato non indebolì l’apparato propagandistico del governo di Slobodan Milošević, ma fornì piuttosto alla Serbia un vantaggio nella comunicazione pubblica del conflitto. Il bombardamento ha una propria istituzionalizzazione pubblica nel monumento della “Fiamma Eterna”, inaugurato il 12 giugno 2000 nel Parco dell’Amicizia a Belgrado su iniziativa di Mirjana Marković, moglie dello stesso Milošević.

La letteratura accademica sulla politica della memoria nei Balcani ha analizzato questo meccanismo di riattivazione narrativa. Jelena Subotić e Filip Ejdus, in un capitolo pubblicato nel 2021, mostrano come il “regime di verità” costruito attorno al bombardamento del 1999 sia sopravvissuto al mutamento del regime politico che lo aveva generato, con conseguenze dirette sulla politica di neutralità militare serba verso NATO e Russia. In un articolo del 2025, la stessa Subotić documenta come questa narrazione sia stata riattivata dalla leadership serba per contestare la statualità del Kosovo, in particolare a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina del 2022, descrivendola come strumento di allineamento geopolitico con Mosca oltre che come memoria storica. Il nodo del Kosovo, la cui indipendenza non è riconosciuta da Belgrado, costituisce la base della convergenza diplomatica serba con la Russia in sede di Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove Mosca sostiene sistematicamente la posizione serba attraverso il proprio potere di veto.

Continuità dell’apparato di comunicazione strategica dello Stato

Il concetto di autoritarismo competitivo individua, come tratto distintivo di questi regimi, la capacità di preservare la sostanza del potere attraverso procedure formalmente democratiche. Il controllo dei mezzi di comunicazione e la sorveglianza del dissenso costituiscono, in questa cornice, il meccanismo operativo attraverso cui tale capacità si esercita: un’elezione formalmente competitiva produce un’alternanza reale solo se l’elettorato dispone di un’informazione plurale e se gli attori dell’opposizione possono organizzarsi senza subire sorveglianza sistematica. È su questi due piani, non su quello della correttezza procedurale del voto in sé, che si gioca la tenuta effettiva del meccanismo descritto. Sul primo piano, quello dei mezzi di comunicazione, il controllo statale ha una continuità strutturale che lega la sede RTS del 1999 alle dinamiche odierne del mercato mediatico. Nell’agosto 2025 una registrazione resa pubblica da OCCRP e dal centro di giornalismo investigativo serbo KRIK documenta una conversazione tra Vladimir Lučić, amministratore delegato dell’operatore statale Telekom Srbija, e Stan Miller, amministratore delegato di United Group, incentrata sulla rimozione di Aleksandra Subotić, direttrice di United Media, società che controlla l’emittente N1, una delle poche reti televisive indipendenti rimaste nel paese. La capacità di Telekom Srbija di acquisire testate private si è ampliata a seguito di una riforma della legislazione sui media del 2023. L’effetto cumulativo di questo controllo è misurabile nella campagna elettorale in corso: il monitoraggio indipendente condotto dal Bureau of Social Research (BIRODI) su cinque reti televisive, nel periodo tra l’11 e il 30 settembre 2026, quantifica nel 78% la quota di tempo dedicato ad attori politici ricevuta dal candidato premier Aleksandar Vučić e dal suo partito, contro 291 minuti, su un totale di 3.650,5, destinati alla lista del movimento studentesco. Un’asimmetria di questa entità nell’accesso ai mezzi di informazione durante la campagna elettorale incide direttamente sulla capacità dell’elettorato di valutare in modo comparato le alternative in competizione, a prescindere dalla regolarità formale delle procedure di voto.

Sul secondo piano, quello della sorveglianza, un rapporto di Amnesty International del dicembre 2024 documenta l’uso, da parte della polizia e dell’Agenzia di Informazione e Sicurezza (BIA), di strumenti forensi dell’azienda israeliana Cellebrite per sbloccare i telefoni di giornalisti e attivisti ambientali, seguito dall’installazione di uno spyware proprietario denominato NoviSpy per l’estrazione di dati personali. Un apparato di sorveglianza di questo tipo opera direttamente sulla capacità di organizzazione del dissenso, condizionando la seconda delle due condizioni indicate in apertura: non la disponibilità di informazione, ma la possibilità di agire collettivamente su di essa senza esposizione a rappresaglia.

Un terzo elemento, di natura demografica anziché istituzionale, interseca questi due meccanismi in un modo che merita di essere reso esplicito. Negli ultimi tre decenni la Serbia ha perso circa il 9% della propria popolazione per emigrazione, un fenomeno legato all’impatto delle sanzioni internazionali e dell’isolamento degli anni ‘90. In un contesto di controllo dell’informazione e sorveglianza del dissenso, l’emigrazione costituisce storicamente la principale via di uscita individuale da una condizione politica percepita come immutabile. Il ciclo di proteste apertosi dopo il crollo della pensilina di Novi Sad, guidato in larga parte da una generazione che non ha scelto questa via di uscita, si configura dunque come un tentativo di agire dall’interno su un sistema da cui, storicamente, ci si è sottratti soprattutto andandosene: un’inversione di tendenza il cui esito resta, allo stato attuale, da verificare.

Geoeconomia dell’energia: tra vincolo strutturale e scelta politica

Se il controllo dell’informazione e la sorveglianza del dissenso operano sulla capacità di un sistema politico di rigenerare il proprio consenso, la dipendenza energetica dalla Russia agisce su un piano diverso: quello dei margini di manovra effettivamente disponibili nella collocazione internazionale del paese. È qui che la domanda posta in apertura, se il modello di equilibrismo multi-vettore serbo sia un vincolo subito o una scelta perseguita, trova il proprio banco di prova più concreto, perché a differenza dei meccanismi descritti finora, in questo campo esistono dati quantificabili sia sulla dipendenza sia sulle alternative effettivamente disponibili. Sul gas naturale, che costituisce il 14% dell’approvvigionamento energetico primario del paese, la quota di origine russa è scesa dal 100% del 2021 all’82% del 2024. Questa riduzione, per quanto significativa in termini relativi, lascia la Serbia ancora nella fascia più alta di dipendenza tra i paesi dei Balcani occidentali, e coincide con un periodo in cui l’infrastruttura alternativa era già operativa: l’interconnessione con la Bulgaria, attiva dal dicembre 2023 sulla tratta Novi Iskar-Niš, in grado di soddisfare al 60% del fabbisogno nazionale di gas, e consente l’accesso a forniture azere. La persistenza di una quota russa superiore all’80% a infrastruttura alternativa già disponibile indica che la riduzione della dipendenza ha proceduto più lentamente di quanto la sola disponibilità tecnica avrebbe permesso. Questa lettura trova conferma in un ulteriore elemento: nel corso del 2025, prima dell’entrata in vigore delle sanzioni statunitensi, erano in corso trattative per prorogare di tre-dieci anni il contratto di fornitura di gas con la Russia a condizioni favorevoli, con decorrenza da settembre dello stesso anno. Un negoziato di questo tipo, condotto mentre un’alternativa infrastrutturale è già in funzione, si configura come una preferenza esercitata piuttosto che come un vincolo subito passivamente.

Sul fronte petrolifero il quadro è più stringente, e la sequenza degli eventi recenti consente di distinguere con maggiore nettezza tra vincolo e scelta. Naftna Industrija Srbije (NIS), unica raffineria del paese e responsabile fino all’80% del fabbisogno nazionale di carburanti, risultava al 30 settembre 2026 controllata per il 56,15% da azionisti russi, ripartiti tra Gazprom Neft (44,8%) e la società collegata JSC Intelligence (11,3%), con lo Stato serbo al 29,87%. La raffineria, pur strategicamente esposta, era economicamente rilevante: ha contribuito per il 2,5% al PIL serbo del 2024 e per circa due miliardi di euro al bilancio statale dello stesso anno, impiegando 14.000 persone. Le sanzioni statunitensi su Gazprom erano state concordate già alla fine del 2024, ma la loro entrata in vigore è stata posticipata otto volte prima di diventare effettiva il 9 ottobre 2025, con un effetto immediato sulla continuità produttiva della raffineria di Pančevo, costretta a fermare la produzione dopo l’interruzione delle forniture da parte dell’operatore croato JANAF e la sospensione della licenza operativa di NIS. Da allora il governo serbo ha ottenuto una serie ravvicinata di deroghe temporanee, rinnovate più volte nel corso del 2026, in attesa del perfezionamento della vendita della quota russa al gruppo ungherese MOL, mentre Gazprom non ha finora acconsentito a una cessione volontaria delle proprie quote.

Il regime sanzionatorio a cui questi sviluppi si riferiscono è quello imposto dagli Stati Uniti, non quello dell’Unione Europea, e la distanza tra i due resta il nodo irrisolto del percorso di adesione serbo. Il tasso di allineamento di Belgrado alla Politica Estera e di Sicurezza Comune si è attestato intorno al 60% nel primo semestre 2026, in calo rispetto al 67% raggiunto nel 2025, e resta il più basso tra i paesi candidati impegnati in negoziati di adesione attivi, davanti solo a Turchia e Georgia. La Commissione europea, nel suo rapporto sui progressi di Serbia del novembre 2025, osserva che Belgrado ha continuato a cooperare con l’Unione sul contenimento dell’elusione delle sanzioni, pur senza allinearsi alle misure restrittive dirette contro la Russia. Il dato va letto con una precisazione: la Serbia non ha mai respinto in blocco ogni misura europea, essendosi allineata ad alcune decisioni successive non direttamente legate all’aggressione russa in Ucraina, mentre resta ferma proprio sulle sanzioni core, quelle che toccherebbero gli stessi asset energetici appena descritti.

Diversificazione strategica nel dominio della difesa

Se nel settore energetico la Serbia ha mostrato una capacità limitata di tradurre l’alternativa disponibile in una riduzione effettiva della dipendenza, nel settore della difesa il quadro si capovolge: qui Belgrado dispone di margini di manovra reali, e li ha esercitati in modo deliberato. La neutralità militare, proclamata dall’Assemblea nazionale il 26 dicembre 2007 e subordinata a un eventuale referendum per qualsiasi adesione futura a un’alleanza, nasce esplicitamente come risposta al bombardamento NATO del 1999 e al piano Ahtisaari sul Kosovo, di cui la risoluzione cita il rigetto come motivazione diretta. È lo stesso meccanismo di riattivazione narrativa della memoria bellica descritto nella sezione precedente, qui tradotto in dottrina formale: la Serbia non si limita a ricordare il 1999, ne fa il fondamento della propria postura di sicurezza attuale, sviluppata nel concetto di “difesa totale”, ovvero l’autosufficienza delle capacità civili e militari nazionali indipendentemente da alleanze esterne.

Questa autosufficienza dichiarata convive con una spesa militare in rapida crescita. Nel 2024 la Serbia ha destinato alla difesa il 2,6% del PIL, la quota più alta tra i paesi dei Balcani occidentali. Nel bilancio 2026 tale quota è salita al 3,3%, un incremento che il governo serbo giustifica come risposta proporzionata al riarmo dei paesi NATO confinanti. Gli acquisti compiuti in questi anni confermano la logica multi-vettoriale già osservata nel settore energetico: dodici caccia Rafale francesi per 2,7 miliardi di euro, contrattati nell’agosto 2024; sistemi d’artiglieria PULS e droni Hermes 900 israeliani per 335 milioni di dollari all’inizio del 2025, seguiti da un’ulteriore commessa da circa 1,6 miliardi di dollari in missili a lungo raggio, droni e sistemi di guerra elettronica nell’agosto dello stesso anno; sistemi di difesa aerea cinesi FK-3 consegnati dal 2022, droni da ricognizione CH-92A dal 2020, e missili aria-superficie CM-400AKG integrati sui MiG-29 all’inizio del 2026, primo caso in Europa. Un dato ridimensiona però la lettura della diversificazione come equilibrio paritario tra fornitori: secondo l’istituto di ricerca sulla pace di Stoccolma (SIPRI), tra il 2020 e il 2024 la Cina ha rappresentato il 57% delle importazioni serbe di armamenti, la Russia il 20% e la Francia il 7,4%. Il multi-vettorialismo difensivo, dunque, è reale nella composizione dell’arsenale ma squilibrato nel suo baricentro: la Serbia acquista simbolicamente dall’Occidente, ma si rifornisce soprattutto da Pechino. Sul fronte dell’industria bellica nazionale, imprese statali come Zastava Arms, Prvi Partizan e Krušik, coordinate dalla società statale Yugoimport-SDPR, restano tra i principali esportatori del comparto armamenti nei Balcani occidentali. Questo stesso export ha prodotto una frizione concreta con Mosca: secondo una stima del Financial Times, confermata a quella testata dallo stesso Vučić, circa 800 milioni di euro di munizioni di fabbricazione serba hanno raggiunto l’Ucraina tramite triangolazioni con paesi terzi dal 2022, inducendo il governo serbo a sospendere temporaneamente tutte le esportazioni di armi nel giugno 2025. L’episodio mostra che il multi-vettorialismo, quando si scontra con interessi economici concreti dell’industria bellica di Stato, può produrre frizioni anche con il partner tradizionalmente più stabile.

Il punto di attrito più diretto con un vicino resta però il Kosovo. Belgrado considera la trasformazione della Forza di Sicurezza del Kosovo in un esercito a pieno titolo entro il 2028, un processo avviato nel 2018 e sostenuto da Stati Uniti, Regno Unito, Germania e Turchia, una violazione della Risoluzione 1244 del Consiglio di Sicurezza ONU, che a suo avviso resta l’unico quadro giuridico internazionale ancora vincolante sullo status della provincia. Questa lettura non è isolata sul piano diplomatico: in sede di Consiglio di Sicurezza, gli ambasciatori di Russia e Cina hanno esplicitamente sostenuto la stessa posizione, definendo la trasformazione una violazione della risoluzione, mentre Stati Uniti e NATO la trattano come una scelta legittima e interna del Kosovo verso una forza interoperabile con gli standard alleati. Il riarmo serbo, in questo senso, risponde anche a una percezione di accerchiamento regionale, alimentata dal coordinamento crescente tra Kosovo, Albania e Croazia che Belgrado descrive come un’alleanza militare informale.

Su come interpretare l’insieme di questi elementi, le letture disponibili divergono in modo significativo. Un’analisi pubblicata da War on the Rocks invita a ridimensionare i toni allarmistici con cui parte della stampa occidentale ha descritto una “corsa agli armamenti balcanica”, sostenendo che il riarmo serbo funzioni soprattutto come leva negoziale verso l’Occidente sul dossier Kosovo, e osservando che un uso offensivo della forza attirerebbe su Belgrado un’ostilità occidentale che il governo serbo ha tutto l’interesse a evitare. Il New Lines Institute, pur descrivendo il sistema interno serbo come una “spin dictatorship” imperniata sul controllo dei media, riconosce che la strategia di ambiguità verso grandi potenze (Stati Uniti, UE, Russia e Cina insieme) risulta “perfettamente razionale dal punto di vista di come la Serbia vede sé stessa e i propri interessi nazionali”. Una lettura ancora diversa, proposta dalla rivista russa Russia in Global Affairs, descrive la politica multi-vettoriale non come un’anomalia da correggere ma come l’unica strategia razionale per uno stato di dimensioni ridotte che intende “rompere il blocco della propria vulnerabilità strategica” e preservare un margine di agenzia politica in un sistema in cui le grandi potenze competono per la sua lealtà.

Materie prime critiche e il paradosso della stabilitocrazia

Il progetto di estrazione del litio nella valle della Jadar, operato dalla multinazionale anglo-australiana Rio Tinto, mostra i limiti di una designazione strategica europea quando incontra un contesto politico interno non pacificato: la qualifica di progetto prioritario per le materie prime critiche, attribuita dalla Commissione nel giugno 2025 a un giacimento che potrebbe coprire fino al 90% del fabbisogno europeo di litio per le batterie, non ha risolto lo stallo dei permessi né la contestazione sul terreno, tanto che la stessa Rio Tinto ha sospeso il progetto pochi mesi dopo, nel novembre 2025, collocandolo in una fase di “manutenzione” che ne preserva i diritti legali senza impegnare ulteriori risorse. La sequenza, designazione strategica seguita da sospensione operativa e da un ricorso legale di organizzazioni ambientaliste serbe, rumene e tedesche presso la Corte di giustizia dell’Unione dal luglio 2026, indica che l’interesse economico dichiarato da Bruxelles non si è tradotto in una capacità reale di governare il progetto sul piano interno: la designazione ha funzionato più come segnale politico di priorità condivisa tra Bruxelles e Belgrado che come leva concreta di attuazione.

È in questo scarto, tra priorità dichiarata e capacità reale di governarla, che si inserisce il canale informale documentato da un’inchiesta di Balkan Investigative Reporting Network (BIRN) e della rivista tedesca Der Spiegel: da oltre un decennio il governo tedesco finanzia, tramite la propria agenzia per la cooperazione internazionale, un consulente personale del presidente Vučić sul dossier litio, Jörg Heeskens, indicato dallo stesso Vučić come proprio “contatto diretto con la Cancelleria federale tedesca per il tema litio”. Il dato strutturalmente significativo non è l’esistenza di un consulente, ma la scelta di un governo membro dell’Unione di finanziare un canale di accesso diretto al vertice dell’esecutivo serbo, bypassando le istituzioni competenti in materia economica: un meccanismo che sposta la relazione tra Berlino e Belgrado dal piano interistituzionale a quello personale, rafforzando la centralità di Vučić nella gestione del dossier anziché quella degli organi dello Stato preposti alla materia. Interpellato su questo arrangiamento, Florian Bieber dell’Università di Graz lo ha definito un sostegno di fatto, da parte del governo tedesco, all’”abuso costituzionale che Vučić sta portando avanti controllando ogni cosa”: una diagnosi puntuale del meccanismo generale a cui il resto della sezione si rivolge.

È proprio Bieber ad aver sistematizzato, a partire dal 2017, il concetto che rende conto di questa dinamica: la “stabilitocrazia”. Il termine, coniato nel 2012 da Antoinette Primatarova e Johanna Deimel per descrivere l’Albania come un paese che “garantisce stabilità verso l’esterno mentre oscilla internamente tra democrazia e tendenze autocratiche”. La stabilitocrazia descrive un regime con evidenti carenze di governance democratica che gode nondimeno di legittimità esterna, offrendo una promessa di stabilità in cambio di tolleranza occidentale sui propri deficit democratici. Il caso Heeskens ne è un’illustrazione quasi letterale: un governo membro dell’Unione che finanzia un canale di accesso diretto e personale al vertice dell’esecutivo serbo, bypassando le istituzioni di governo formali, in nome della sicurezza di un approvvigionamento strategico. Bieber ha ulteriormente sviluppato questo quadro in un articolo pubblicato il 21 aprile 2026 sulla rivista European Politics and Society insieme a Cengiz Günay, intitolato significativamente “La trappola della stabilitocrazia. Come l’Unione europea abilita l’autocratizzazione nel proprio vicinato”, che confronta i casi di Serbia, Turchia e Tunisia. Gli autori sostengono che la priorità data dall’UE alla stabilità regionale in Serbia, e al contenimento dei flussi migratori in Turchia e Tunisia, abbia sostenuto direttamente o indirettamente processi di autocratizzazione in tutti e tre i paesi, a prescindere dal loro status molto diverso rispetto all’adesione (negoziati aperti per la Serbia, processo bloccato per la Turchia, nessuna prospettiva di adesione per la Tunisia). Questa lettura, per quanto autorevole, non è l’unica disponibile, si può infatti leggere il fenomeno in termini diversi: non come un effetto collaterale indesiderato della tolleranza europea, ma come il prodotto di un calcolo geopolitico deliberato, in cui la priorità dell’Unione non è né la trasformazione democratica né la pura stabilità regionale in sé, bensì il contenimento attivo dell’influenza di potenze rivali, Russia in primo luogo, nei Balcani occidentali. In questa lettura, tollerare un partner come Vučić non è un fallimento della condizionalità europea, ma il prezzo giudicato accettabile per impedire che la Serbia scivoli più stabilmente nell’orbita di Mosca o Pechino, un calcolo che la stessa competizione per il litio illustra: meglio un giacimento strategico gestito con un capo di stato problematico, ma dentro un quadro di cooperazione con Bruxelles, che un giacimento di cui l’Unione non ha alcuna voce in capitolo.

Il prezzo di non scegliere

I tre meccanismi analizzati, autoritarismo competitivo, riattivazione narrativa della memoria bellica, stabilitocrazia, non operano in parallelo ma si sorreggono a vicenda: il primo richiede una legittimazione che solo il secondo fornisce, e il secondo regge solo grazie alla tolleranza esterna garantita dal terzo. Nessuno dei tre, isolatamente, spiegherebbe la persistenza del modello: la gestione della dipendenza dal gas russo è stata lenta anche a infrastruttura alternativa disponibile, il riarmo multi-vettoriale è nei fatti sbilanciato verso Pechino, la tolleranza europea è già contestata nei tribunali e nei rapporti della Commissione. È la loro sovrapposizione, non la solidità di ciascuno, a rendere il sistema più stabile della somma delle sue parti.

La crisi apertasi dopo Novi Sad mette sotto pressione simultanea tutti e tre i livelli per la prima volta insieme. La domanda rilevante non è dunque se la Serbia sceglierà infine un campo tra Unione Europea e Russia, formulazione che presuppone un bivio probabilmente ancora inesistente. È per quanto tempo Belgrado, Bruxelles e Mosca continueranno a trovare conveniente l’ambiguità attuale piuttosto che forzarne lo scioglimento. Le crepe già visibili, l’attrito con Mosca sulle esportazioni di munizioni, la sospensione del progetto Jadar nonostante la designazione strategica europea, il calo dell’allineamento PESC, suggeriscono che quel calcolo, per quanto resiliente finora, non è una costante.

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Bibliografia

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Immagine in copertina: contenuto interamente generato con intelligenza artificiale.

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