Abstract
Il XX secolo è stato l'era dell'oro nero, il XXI sarà senza dubbio l'era dei metalli. Avremo bisogno di quantità colossali di metalli abbondanti (ferro, alluminio, rame, zinco) e di metalli molto più rari - comunemente chiamati "metalli rari" - per sviluppare la tecnologia verde. I metalli rari consistono in un insieme di circa trenta materie prime, tra cui cobalto, tungsteno, indio, gallio e metalli delle terre rare, un sottoinsieme di quindici metalli che comprende samario, europio e neodimio. Tali metalli non sono rari da un punto di vista geologico; i depositi sono abbondanti in tutto il mondo e nelle profondità degli oceani, così come sugli asteroidi. La cosiddetta rarità di questi metalli è piuttosto legata alla loro piccola concentrazione nella crosta terrestre.
Il caso del Congo è emblematico per quanto concerne quella schiera di paesi che rincorrono la ripresa sociale ed economica affidandosi allo sfruttamento delle risorse naturali. Un equilibrio già delicato dal punto di vista culturale e sociale viene ulteriormente intaccato dalla corsa dei paesi più ricchi – come USA, Russia e Cina – all’approvvigionamento delle terre rare. Ora che anche il Camerun – paese che possiede una delle più grandi riserve accertate di cobalto al mondo e anche depositi di nichel – è entrato a far parte dell’orbita di una di queste grandi potenze (la Russia, ndr.), può essere necessario analizzare la situazione del Congo per motivare l’impatto che hanno le terre rare nei contesti di crisi.
A cura di
Matteo Restivo – Senior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società
Introduzione
Come avvertiva Dorella Cianci sul quotidiano italiano “Avvenire”, a fine 2021, in Congo si sta consumando un’emergenza umanitaria di livelli spaventosi che si mescola ad una profonda insicurezza dei territori a Est del paese, preda di violenti gruppi armati. Nella Repubblica Democratica del Congo (RDC) si verifica da decenni una crisi umanitaria “diffusa”: significa che i conflitti armati si amalgamano ai disastri naturali, alle costanti epidemie e alla scarsità di cibo (Cianci, 2021).
La suddetta crisi umanitaria è sicuramente peggiorata a causa degli effetti della pandemia da covid-19. Quest’ultima, come sempre più spesso ci accorgiamo, ha portato a riconsiderare diverse importanti tematiche – come quella ambientale e, strettamente collegata, quella energetica. L’invasione Russia in Ucraina, e la conseguente crisi dei prezzi dell’energia, evidenzia quanto sia fondamentale la seconda delle due tematiche. Per questo motivo si staglia un nuovo scenario potenzialmente conflittuale: quello della corsa ai metalli e ai minerali rari. Infatti, La ricerca di indipendenza (o “sovranità mineraria”) e la competizione per diversificare le forniture di cobalto, litio e terre rare diventeranno il Leitmotiv man mano che il paniere energetico globale vedrà aumentare la quota delle rinnovabili, aumentando di converso la domanda dal lato industriale per le componenti più cruciali, come batterie e magneti (Marchionna, 2020).
Le tecnologie che funzionano ad energia pulita, tuttavia, richiedono generalmente più minerali delle loro controparti basate sui combustibili fossili. A titolo di esempio, l'Agenzia Internazionale dell'Energia (AIE) riferisce che "una tipica auto elettrica richiede sei volte gli input minerali di un'auto convenzionale, e un impianto eolico onshore richiede nove volte più risorse minerali di una centrale a gas. Di conseguenza, sono apparse nuove preoccupazioni sulla capacità del settore minerario di fornire volumi sufficienti di metalli per rendere il mondo verde. Come spiegato dall'AIE in un rapporto del 2021, raggiungere gli obiettivi dell'Accordo di Parigi "significherebbe quadruplicare il fabbisogno di minerali per le tecnologie energetiche pulite entro il 2040. Una transizione ancora più veloce, per raggiungere lo zero netto a livello globale entro il 2050, richiederebbe sei volte più input minerali nel 2040 rispetto a oggi" (AIE, 2021).
La ricchezza di queste risorse per la RDC è una benedizione che si è tramutata in maledizione. La competizione globale diventa la giustificazione per azioni ciniche verso un Paese fragile. E dopo caucciù, oro, diamanti, petrolio, uranio, cobalto, coltan, terre rare è bene ricordare che la corsa mineraria al Congo non finisca qui: il Paese possiede anche riserve di rame, zinco, stagno, argento, carbone, manganese, tungsteno, cadmio in cui analogamente si scatenano le stessa partite di sfruttamento. Tanto da aver portato, in certi casi, i regolatori internazionali a intervenire. L’Unione Europea, ad esempio, nel 2017, aveva approvato un regolamento che impediva l’importazione nell’Unione Europea di cassiterite (da cui si ottiene lo stagno), wolframite (tungsteno), columbo-tantalite e oro provenienti da zone di conflitto. Fermare il fiume in piena della guerra congolese per le risorse sembra ora più che mai essere complesso (Muratore, 2022).
Ad oggi, gli stati occidentali hanno quasi completamente abbandonato la produzione di risorse minerarie strategiche a una manciata di stati minerari. La Cina è ora il principale produttore, a volte quasi-monopolistico, di una serie di metalli rari e critici essenziali per la transizione energetica. Come già detto, i metalli rari non sono così rari come il loro nome indicherebbe: i depositi sono stati identificati in tutto il mondo. Gli stessi Stati Uniti erano un tempo leader nella produzione di metalli delle terre rare grazie alla miniera di Mountain Pass negli anni Ottanta, fino a quando i suoi impatti ambientali hanno portato il gruppo Molycorp, proprietario della miniera, a interrompere ogni attività nel 2002. La produzione francese è andata più o meno nello stesso modo. Negli anni Novanta, anche la società chimica Rhône-Poulenc (ora Solvay) ha trasferito la maggior parte delle sue attività di raffinazione di metalli radioattivi delle terre rare in Cina (Pitron, 2022).
Tuttavia, la leadership della Cina nella produzione di metalli rari non può essere compresa senza guardare le implicazioni ambientali della loro estrazione. Le potenze occidentali hanno così consapevolmente delocalizzato l'inquinamento associato alla produzione di metalli rari in paesi che erano fin troppo felici di sviluppare un settore da cui gli stati occidentali sarebbero ora dipendenti (Pitron, 2022). L’avanzamento delle richieste internazionali di impegno per la riduzione dell’inquinamento ambientale e del raggiungimento dell’obiettivo di azzeramento dell’emissione di gas serra, hanno fatto sì che la Cina iniziasse un restringimento nell’esportazione di risorse rare e critiche. Nonostante sia uno dei paesi più inquinanti del mondo, la Cina è emersa come un gigante dell'industria verde e intende consolidare il suo status di principale produttore di tecnologia verde, assorbendo così in parte le aspirazioni occidentali verso la creazione di "lavori verdi" nel processo. La Cina oggi produce il 67% delle attrezzature fotovoltaiche,28 gode del 37% della capacità installata nel mondo nel settore eolico,29 e ospita il 73% della capacità globale di produzione di celle al litio, una tecnologia chiave per la produzione di auto elettriche (Pitron, 2022).
La Cina, tuttavia, ha ancora bisogno di importare grandi volumi di minerali per soddisfare i suoi enormi bisogni. La più impressionante delle imprese cinesi si trova nella RDC, che vanta più della metà delle riserve mondiali di cobalto (CE, 2020). Negli ultimi quindici anni circa, la Cina è entrata progressivamente nel mercato minerario del cobalto della RDC comprando società europee e nordamericane, tanto che ora controlla la maggioranza delle miniere di cobalto nella RDC meridionale. Nel 2020, quindici delle diciannove miniere di cobalto in Congo erano di proprietà o finanziate da imprese cinesi. Oggi, la Cina possiede il 70% del cobalto della RDC (Pitron, 2022).
La RDC si presenta come un Paese nettamente instabile a causa di processi sociali e culturali già complicati, frutto del retaggio coloniale, e allo stesso tempo a causa della capacità attrattiva delle risorse che giacciono nel suo sottosuolo. Infatti, in primo luogo, come dimostrano alcuni studi, le risorse naturali sono associate molto spesso a conflitti interni poiché l’accesso a tali risorse si presenta spesso come un premio prezioso per cui vale la pena lottare. In secondo luogo, secondo Haglund (1986) e Kamenopoulos (2019), le risorse minerali possono essere considerate come la causa dello scoppio di conflitti internazionali. Il caso della RDC è emblematico in questo senso: i due tipi di conflitto si mescolano e si alterano a vicenda all’interno del territorio congolese continuando a perpetrare uno stato di crisi umanitario ed economico.
1. La lotta per il dominio delle risorse in Congo. Le terre rare tra interessi internazionali e fazioni domestiche belligeranti
Sfruttata dal sovrano belga Leopoldo II per le riserve di caucciù, la terra congolese è stata in seguito attenzionata dai grandi capitali britannici, francesi e statunitensi per le risorse di petrolio e diamanti, mentre allo stato attuale la presenza del cobalto costituisce una risorsa preziosissima. Infatti, il cobalto svolge un ruolo importante nelle batterie agli ioni di litio, fondamentali per diversi prodotti legati alla transizione ecologica (Muratore, 2022).
Ognuno degli smartphone di più recente generazione, ad esempio, contiene una piccola quantità di coltan, ingrediente indispensabile per ottimizzare il consumo di energia nei chip di nuova generazione e nei prodotti legati ai semiconduttori. La funzionalità di ogni apparecchio elettronico dipende proprio dal coltan e nel contesto del mercato del materiale formato dalla lega columbite-tantalite ad avere un valore maggiore sono i minerali che offrono un prodotto a più alto tasso di tantalite, quale il coltan del Congo (Muratore, 2022).
La lista dei metalli rari si sovrappone a un'altra lista di risorse cosiddette "critiche", che lo United States Geological Survey(USGS) e la Commissione Europea (CE) hanno aggiornato l'ultima volta rispettivamente nel 2018 e nel 2020 (USGS, 2018; CE, 2020). La loro produzione è concentrata in una manciata di paesi: il Brasile fornisce il 92% del niobio mondiale, il Sudafrica rappresenta l'84% della produzione mondiale di rodio e la RDC fornisce il 60% del cobalto mondiale. Tuttavia, è la Cina che gioca un ruolo cruciale producendo, tra l'altro, l'80% del gallio mondiale, il 74% dell'antimonio, l'83% del tungsteno e il 69% della grafite naturale (Pitron, 2022).
Per la Repubblica Democratica del Congo, le sue enormi ricchezze naturali costituiscono al contempo la sua antica maledizione. L’importanza della RDC non sta solo nelle sue varie ed immense ricchezze sotterranee (oro, diamanti, tantalio, tungsteno, coltan, platino), ma anche nel legname, nel carbone, nei prodotti della fauna selvatica il cui export vale oltre un miliardo di dollari all’anno (Giusti, 2017). Agli inizi ’900, con l’avvento dell’automobile, il Paese pagò con 10 milioni di morti le atrocità dello schiavismo belga legato alla domanda di linfa di gomma. Tuttavia, ciò che ha condizionato la situazione odierna è stata la scoperta di giacimenti minerari nel distretto del Katanga. Questo rinvenimento attirò immediatamente l’attenzione della Cina agli inizi del 2000, la quale ebbe l’astuzia di stringere subito un forte legame con il Congo. Infatti, sul finire della Seconda Guerra del Congo fu eletto presidente della RDC Joseph Kabila (2001-2019), il quale aveva ricevuto l’addestramento militare proprio in Cina durante la sua gioventù (Malm, 2022).
Nel 2007 i legami bilaterali si sono rafforzati notevolmente con la firma dell'accordo Sicomines. Per mezzo di questo accordo si voleva avviare la joint venture mineraria sino-congolese, denominata “Sino-Congolais des Mines” (da cui Sicomines), che prevedeva il collegamento diretto tra il settore minerario del paese al finanziamento delle infrastrutture: la Cina prometteva investimenti miliardari in infrastrutture e aziende nel settore minerario ed estrattivo (Jansson, 2011; Malm, 2022). L’accordo era strutturato in modo tale che la Cina avrebbe finanziato la ricostruzione di infrastrutture su larga scala nella RDC attraverso l’estensione di un prestito il cui rimborso doveva essere garantito dai profitti di un’impresa mineraria. Il consorzio di imprese cinesi e congolesi Sicomines, insieme alla banca cinese di Import-Export (Exim), avrebbe costituito la parte di debitore e come tale sarebbe stata responsabile del rimborso del prestito, utilizzando i profitti della miniera (Malm, 2022).
Nel frattempo, la RDC aveva accumulato un’ingente quantità di debito, che, dopo le elezioni del 2006, preoccupava la comunità internazionale per una sua riduzione – in modo che il paese devastato dalla guerra potesse vivere una ripresa macroeconomica. Questo era considerato fondamentale per raggiungere la stabilità a lungo termine nel paese. Tuttavia, il fatto che la RDC avesse firmato per una linea di credito cinese, che avrebbe potenzialmente appesantito il paese con diversi miliardi di dollari di debito, ha bloccato il processo di riduzione del debito da parte del FMI e della Banca Mondiale attraverso il programma Debt Relief Under the Heavily Indebted Poor Countries (HIPC).
La creazione di una controversia internazionale portò la banca cinese Exim ad uscire dall’accordo nel 2012, poiché considerava i rischi operazionali troppo alti nella RDC. Ed in effetti, dopo Sicomines, non sono stati estesi alla RDC prestiti cinesi su larga scala legati a iniziative minerarie e destinati a finanziare infrastrutture di carattere pubblico – come strade, ospedali e scuole. Tuttavia, con la rinegoziazione dell’accordo Sicomines fu garantito al Congo l’accesso al programma per HIPC (Malm, 2022).
Se l'attività economica cinese nella RDC è stata ancora significativa tra il 2010 e il 2019, non consisteva nel tipo di offerte di finanziamento che avrebbero fornito al regime congolese l'opportunità di esercitarle a proprio favore come in passato e a scapito di altri attori esterni. Per esempio, nel settore minerario, strategicamente importante, la presenza cinese è cresciuta attraverso acquisizioni, piuttosto che attraverso investimenti diretti sostenuti da prestiti governativi cinesi su larga scala. La prima delle due significative acquisizioni cinesi durante questo periodo è stata fatta dalla China Molybdenum Co. Ltd quando ha acquisito il più grande produttore di rame della RDC, Tenke Fungurume, dalla società statunitense Freeport-McMoran Inc. nel 2016. La seconda grande acquisizione cinese ha riguardato il progetto di rame Kamoa-Kakula della canadese Ivanhoé nella località di Kolwezi. La cinese Zijin Mining Group è diventata partner del progetto nel 2015 e possedeva una quota del 39,6% al luglio 2020. Tuttavia, nessuno di questi investimenti include un veicolo finanziario di sviluppo destinato a finanziare le infrastrutture pubbliche (Malm, 2022).
La lotta tra le potenze internazionali per i prodotti congolesi ha probabilmente provocato un inasprimento della battaglia per l’appropriamento delle risorse tra le fazioni etniche nella RDC. Inoltre, con la crescente presenza di milizie esterne nel paese si è scatenata una guerra per il controllo del mercato di queste materie. Questa situazione di instabilità genera un’impennata inflazionistica e una riduzione delle misure di controllo sui diritti delle persone: ad esempio, per quanto riguarda il coltan, se il suo prezzo nel 1998 si attestava intorno ai due dollari, nel 2004 ha invece raggiunto la cifra dei seicento dollari ed oggi ha un valore di circa cento o centocinquanta dollari al chilogrammo; alla base della sua produzione e manifattura, il coltan estratto in Congo – come probabilmente le altre materie estratte – presenta uno sfruttamento sistematico di manodopera a basso costo, molto spesso anche infantile (Muratore, 2022).
2. L’impatto da estrazione di metalli rari sulla situazione di conflitto e di instabilità nella RDC
Mentre il mondo spinge verso l'energia rinnovabile, si prevede che la domanda di minerali critici vedrà livelli di crescita senza precedenti. Uno di questi minerali è il cobalto, un minerale necessario per i veicoli elettrici e lo stoccaggio delle batterie. Le più grandi riserve di cobalto al mondo si trovano nella Repubblica Democratica del Congo, dove l'estrazione del cobalto è strettamente legata alle violazioni dei diritti umani e alle atrocità (Dasilva, 2022).
Minerali come il cobalto, il rame e il litio sono essenziali per creare la tecnologia dell'energia pulita necessaria al mondo per raggiungere il suo obiettivo di emissioni nette pari a zero. Così, mentre la domanda di combustibili fossili crollerà man mano che questa tecnologia diventerà più diffusa e desiderabile, la domanda di questi minerali e metalli aumenterà rapidamente. La crescita della domanda di minerali critici, dunque, difficilmente sarà un evento a breve termine o temporaneo: si sta già rimodellando il settore energetico e l'attuale panorama geopolitico. Questa ristrutturazione influenzerà fondamentalmente gli stati ricchi di minerali e, in particolare, gli stati più fragili ricchi di minerali come la RDC (Dasilva, 2022). Già tra il 2000 e il 2010 la domanda per il cobalto era triplicata, guidata da un boom di richieste per la sua applicazione nei campi della metallurgia e dello stoccaggio delle batterie. Inoltre, la crescita costante della sua domanda nel primo decennio degli anni Duemila ha incoraggiato un gran numero di minatori artigianali e su piccola scala (ASM) ad estrarre l'heterogenite, un minerale di cobalto molto comune nel sud-est del Congo (Tsurukawa et al., 2011).
Sfortunatamente, quella che avrebbe potuto essere un'incredibile opportunità di generare entrate eque e sviluppo locale non aveva ancora realizzato tutto il suo potenziale a causa della difficile coesistenza di estrazione industriale e artigianale, combinata con una mancanza di governance, generando gravi impatti negativi in alcune aree del paese (Tsurukawa et al., 2011).
Un primo esempio ce lo forniscono le zone del Congo meridionale, dove si è potuto assistere ad un fenomeno per cui centinaia di migliaia di congolesi si sono trasferiti in zone un tempo remote. Ad esempio, Kolwezi supera il milione e mezzo di residenti. Molti di questi hanno trovato lavoro nelle miniere industriali della regione; altri sono diventati “scavatori artigianali”, i c.d. creuseurs. Alcuni creuseurs si assicurano i permessi per lavorare come freelance in pozzi ufficialmente autorizzati, ma molti altri si intrufolano nei siti di notte o scavano da soli buchi e gallerie – persino sotto le proprie case – rischiando crolli e altri pericoli alla ricerca di tesori sepolti (Niarchos, 2021). Nonostante gli sforzi delle ONG per migliorare i mezzi di sussistenza locali fornendo un'alternativa all'estrazione mineraria artigianale, c'era un tacito riconoscimento rispetto l'ineluttabilità dell'ASM (Calvao et al., 2021).
Le accuse di abusi dei diritti umani hanno da tempo gettato qualche dubbio sul settore. Di fronte ai crescenti rischi legali e di reputazione, molte società multinazionali coinvolte nell'estrazione, raffinazione, commercio e uso del cobalto, affermano di aver "eliminato i rischi" evitando l’utilizzo di cobalto estratto artigianalmente dalla RDC nelle loro miniere (Umpula et al., 2021). Lasciati con poche alternative praticabili e di fronte alla possibilità di boicottaggi dei consumatori, embarghi transnazionali e ulteriori rischi di reputazione, le società transnazionali hanno iniziato a impegnarsi con il settore artigianale congolese (Calvao et al., 2021).
Tuttavia, i rischi relativi alla violazione dei diritti umani sono particolarmente alti nelle miniere artigianali della RDC. Il lavoro minorile, gli incidenti mortali e gli scontri violenti tra i minatori artigianali e il personale di sicurezza delle grandi imprese minerarie sono tutt’ora ricorrenti (Baumann-Pauly, 2020). La cosa più importante da fare per le aziende sarebbe di lavorare con le principali parti interessate per stabilire uno standard ASM comune per la sicurezza in miniera e il lavoro minorile, oltre che garantire che il cobalto ASM sia acquistato in modo responsabile. "Formalizzazione dell’ASM" può significare cose molto diverse per le diverse aziende, e non esiste uno standard comune o uniformità nella sua attuazione. Questa mancanza di una comprensione comune di ciò che costituisce una "ASM responsabile" ostacola l'accettazione del cobalto ASM sul mercato. Molte grandi aziende attualmente non si riforniscono dalla RDC a causa delle preoccupazioni sui diritti umani. Molte altre aziende che producono strumenti elettronici o veicoli elettrici non utilizzano, almeno ufficialmente, il cobalto proveniente dai siti ASM, anche se sono ben consapevoli delle difficoltà pratiche di separare il cobalto ASM dalla produzione industriale seguendolo in questi siti minerari (Baumann-Pauly, 2020).
Fra le altre conseguenze nelle zone minerarie meridionali, secondo alcune interviste condotte qualche anno addietro, si annovera la possibilità di trovare anche bambini di tre anni a lavorare nell’estrazione del cobalto dalle lastre di roccia. I bambini che lavorano nelle miniere sono spesso obbligatoriamente drogati per sopprimere la fame e resistere alla stanchezza. Vicino alle grandi miniere la prostituzione di donne e ragazze è dilagante. Altre donne lavano il materiale grezzo delle miniere, che è spesso pieno di metalli tossici e, in alcuni casi, leggermente radioattivo. Se una donna incinta lavora con metalli pesanti come il cobalto, può aumentare le sue possibilità di avere un nato morto o un bambino con difetti alla nascita (Niarchos, 2021).
Un secondo esempio, che spiega lo sfruttamento delle risorse minerali e la prolungata instabilità politica, può essere osservata nelle zone orientali della RDC. La creazione di partenariati tra le multinazionali e i gruppi ribelli ha minato l'autorità instabile dello Stato nelle regioni minerarie e ha dato potere alla milizia locale con l'obiettivo finale di avere accesso alle regioni minerarie per guadagni personali ed egoistici (Rapanyane, 2021). Le grandi multinazionali giocano un ruolo significativo nella prosecuzione del conflitto armato per le risorse poiché i gruppi ribelli armati continuano a utilizzare i benefici derivanti dai loro legami commerciali con le multinazionali per finanziare le loro attività violente, acquistare armi e combattere le truppe governative per mantenere il controllo sulle regioni più instabili (Rapanyane, 2021).
Nella provincia di Kivu, a sud, i gruppi ribelli beneficiano economicamente dallo sfruttamento delle miniere negando alle istituzioni centrali o alle multinazionali la possibilità di occupare posti di lavoro, instaurare pratiche che rispettino l’uomo e l’ambiente, ecc. I gruppi ribelli agiscono imponendo delle tasse di protezione sulle ASM, checkpoints militarizzati e tributi di vario tipo; infine, ovviamente, sfruttano gli stessi giacimenti minerari per l’estrazione di coltan principalmente (Ogoti, 2019).
Ai conflitti interni, alle dinamiche sociali e culturali domestiche e al difficile rapporto Stato-ASM-Multinazionali del settore, vi si aggiungono i gruppi ribelli provenienti da Uganda, Burundi e Ruanda a minare ulteriormente la stabilità della RDC (Ogoti, 2019). Il conflitto tra i paesi della Regione dei Grandi Laghi continua sulla sistemazione dei confini e sull’appropriazione delle risorse (Ce.S.I., 2011). Oltre ad alimentare illeciti paralleli (traffico di armi e riciclaggio di denaro), la filiera estrattiva giova anche al PIL di Ruanda e Uganda che dall’instabilità dell’area profittano per acquistare il coltan dai signori della guerra e smistarlo sulle rotte del mercato globale, prestandosi alla contraffazione della tracciabilità con cui le multinazionali in Occidente eludono le norme che vietano l’uso di materie prime provenienti da zone di guerra (Casale, 2022).
Conclusioni
Dall'analisi di cui sopra, è chiaro che le persone che vivono in paesi ricchi di risorse come la RDC stanno subendo esperienze traumatiche causate dalla cattiva gestione delle vaste entrate ricavate dalle risorse naturali e minerarie. Questa sfortuna ha riaffermato un modello consolidato di “maledizione delle risorse” che si trasmuta in questi paesi meno competenti nella governance e meno ricchi. Spesso, il conflitto minerario delle risorse sottolinea una buona correlazione empirica tra i paesi ricchi di risorse come la RDC e il loro ridotto investimento di capitale umano, l'enorme corruzione politica interna, e una pericolosa riduzione della diversificazione economica per la crescita economica. Il risultato finale di queste conseguenze è la diminuzione della stagnazione economica a lungo termine della presunta nazione sfortunata.
L'aumento della domanda di cobalto, finora, non ha facilitato o esacerbato il conflitto armato nella RDC, che è la definizione stessa di un "minerale da conflitto". Mentre i problemi che affliggono questa industria mineraria devono essere affrontati, non etichettando il cobalto come un minerale di conflitto e tirando il minerale sotto una legislazione come quelle più recenti o in concomitanza con le grandi multinazionali straniere, poiché questo non riesce ad affrontare gli abusi sottostanti dei diritti umani. Qualsiasi sforzo esterno di due-diligence della catena di approvvigionamento avrà difficoltà senza concentrarsi principalmente sulle questioni interne sottostanti all'industria del cobalto della RDC. In definitiva, qualsiasi riforma di successo deve concentrarsi sullo spostamento della prospettiva della RDC sulle miniere ASM dall'essere una barriera al profitto all'essere un'opportunità di crescita economica.
Nonostante diversi impatti sociali negativi, l'estrazione artigianale del cobalto ha il potenziale per alleviare la povertà nella RDC e innescare uno sviluppo sostenibile nelle province. Il codice minerario sta stabilendo un quadro per un passaggio dall'estrazione artigianale a un'estrazione su piccola scala più qualificata e a valore aggiunto. L'esistenza di un servizio ufficiale specifico (SAESSCAM) con il mandato di assistere i minatori artigianali è una grande risorsa, così come la rete di sindacati e cooperative che comprende tutto il Copperbelt. Nonostante le attuali disfunzioni e la mancanza di governance e di trasparenza a certi livelli di tali organizzazioni, quest’ultime offrono una struttura che può migliorare significativamente la sorte dell’economia del paese anche in relazione alle controparti straniere.
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