Abstract
Dopo diciassette mesi dal suo scoppio, il conflitto nella regione del Tigrai continua imperterrito impattando in maniera devastante l’Etiopia e la sua popolazione. Il paese al momento annovera una delle più importanti crisi umanitarie al mondo: il flusso di rifugiati che abbandona il paese raggiunge numeri allarmanti e una carestia artificialmente orchestrata colpisce parte della sua popolazione (World Vision, 2021). Lo storia delle relazioni interetniche dell’Etiopia è fondamentale per comprendere al meglio la natura del conflitto e il suo sviluppo. Obiettivo di questa analisi è descrivere tali relazioni, evidenziando le posizioni dei gruppi etnici nelle fasi della storia del paese e nell’attuale guerra.
A cura di: Valentina De Consoli – Junior Researcher Area Cultura & Società, Mondo Internazionale G.E.O.
Introduzione
Il quattro novembre 2020 è scoppiato il conflitto nel Tigrai. Dapprima, si è assistito a scontri nelle caserme del Comando di Militare del Nord nella città di Mekelle, capitale del Tigrai (ISPI, 2021). Nello stesso giorno, il primo ministro Abiy Ahmed Ali ha annunciato di aver lanciato una “law and order operation” contro i paramilitari in Tigrai e le milizie fedeli al Fronte per la Liberazione del Popolo Tigrino (TPLF) (Office of the Prime Minister of Etiopia, 2020). In breve tempo, il Tigrai è diventato il teatro del conflitto: la regione è stata attaccata da Sud e da Est da parte delle forze etiopi con l’appoggio delle milizie locali, da Nord e da Ovest da parte delle forze eritree (ISPI, 2021). A fine novembre 2020, Abiy ha dichiarato il conflitto concluso. Nonostante ciò, ad aprile 2021 il Primo Ministro ha ammesso che la guerra non era terminata ed il 28 giugno i Tigrini si sono reimpossessati della loro capitale (ISPI, 2021). Ad oggi gli scontri persistono e le aree più interessate risultano il Tigrai, l’Afar e parte della regione Amhara (ISPI, 2021). Gli schieramenti vedono da una parte, il movimento TPLF e dall’altra, le forze governative etiopi ed eritree. A maggio 2021 il Gabinetto Etiope ha classificato il TPLF come gruppo terroristico (Bloomberg News, 2021). Diversi tentativi a livello diplomatico sono stati fatti da parte dell’Europa e degli USA in collaborazione con l’Unione Africana, purtroppo, però, gli scontri continuano (ISPI, 2021).
Agli inizi del conflitto, diversi esperti africanisti avevano avvertito che tale guerra avrebbe potuto portare al collasso dell’Etiopia creando una crisi umanitaria tale da oscurare gli altri conflitti a livello regionale. Tale scenario impedirebbe, inoltre, di risolvere tutte le altre crisi presenti nel Corno d’Africa, poiché l’Etiopia ha inviato truppe in supporto alle missioni di peacekeeping delle Nazioni Unite e dell’Unione Africana in Somalia, Sudan e Sud Sudan (US Institute for Peace, 2020).
La crisi umanitaria prevista è in atto. A settembre 2020 il paese contava 1.8 milioni di sfollati interni (IOM, 2020), due mesi dopo la cifra è salita a 2.4 milioni (Worldvision, 2021), di cui 140,000 nella regione di Afar e 700,000 nella regione Amhara (UN News, 2021). Inoltre, circa 2.7 milioni di bambini in Tigrai non hanno accesso all’educazione a causa dei combattimenti (Worldvision, 2021). Il conflitto sta impattando anche i paesi confinanti con l’Etiopia, come, per esempio, il Sud Sudan dove a novembre 2021 si trovavano 63,110 rifugiati etiopi (OCHA, 2022). Nella regione del Tigrai 5,2 milioni di persone si trovano in urgente bisogno di assistenza alimentare, la cifra sale a 7 milioni se si prendono in considerazione anche le regioni di Afar e Amhara (UN News, 2021).
A questo contesto di crisi si aggiungono i crimini di guerra e di odio etnico perpetuati durante il conflitto. Le condizioni di insufficienza alimentare vissute dalla popolazione della regione del Tigrai sono la conseguenza di operazioni di distruzione di attrezzature e beni agricoli da parte di soldati etiopi, eritrei e da forze provenienti dalla regione Amhara (The Conversation, 2021). Inoltre, sia forze governative etiopi (Amnesty International, 2021) che uomini del TPLF (Amnesty International News, 2021) hanno utilizzato stupri come strumento di guerra.
Principali Gruppi Etnici Etiopi
L’Etiopia è la seconda nazione più popolosa dell’Africa e attualmente conta ben più di 119 milioni di abitanti (World Population Review, 2022). Al suo interno presenta una divisione in più di quindici gruppi etnici, tra i più si grandi si annoverano quello degli Oromo che rappresentano il 34,4 % della popolazione nazionale, a seguire il gruppo degli Amhara pari al 27% ed il gruppo dei Tigrini, i quali compongono il 6,1% (Minority Rights Group, 2019).
Gli Oromo in principio erano un gruppo organizzato in piccoli clan e villaggi che adottava uno stile di vita principalmente nomadico. Dapprima occupavano la parte Sud-est del paese, successivamente, durante le migrazioni del sedicesimo secolo raggiunsero le altre aree dell’Etiopia. Una volta arrivati nei nuovi territori essi assimilavano le usanze delle altre popolazioni e lentamente hanno abbandonato lo stile di vita nomadico (Britannica, 2018(1)). Oggi, gli Oromo possono essere divisi in quattro gruppi: gli Oromo Occidentali, molti dei quali sono stati convertiti al Cristianesimo da preti missionari; gli Oromo del Nord che hanno subito una forte influenza da parte dall’etnia Amhara; gli Oromo del Sud, i quali hanno mantenuto uno stile di vita più simile a quello ante-migrazioni; infine, i Borana, i quali vivono nell’area al confine col Kenya. Gli Oromo parlano una lingua cuscitica della famiglia di quelle Afro-asiatiche (Minority Rights Group, 2018), l’Oromiffa (Ethnomed, 1994). Per quanto riguarda la religione, tradizionalmente gli Oromo hanno sempre avuto delle credenze religiose che orbitavano attorno ad un Dio, Waaqa, responsabile per tutto ciò che accade agli esseri umani. Quando diversi Oromo hanno adottato nuove religioni, in particolare Cristianesimo e Islam, molti di loro hanno mantenuto il concetto di Waaqa nel loro credo incorporandolo ai valori della nuova religione (Ethnomed, 1994). In generale, questo gruppo etnico è fortemente collegato alla cultura araba e musulmana (Minority Rights Group, 2018).
Gli Amhara, detti anche Abissini, costituiscono poco più di un quarto dell’intera popolazione etiope, la loro lingua è stata la lingua ufficiale del paese fino agli anni ‘90, l’amarico. Questo popolo è discendente di conquistatori semitici, i quali hanno migrato verso Sud per mescolarsi con i popoli indigeni cuscitici fondatori del Regno di Aksum in Etiopia. Gli Amhara affermano di essere discendenti del Re Salomone e della Regina Sheba, da cui discenderebbe anche il Re Menelik I. La monarchia abissina ha mantenuto questa linea ancestrale fino alla caduta dell’imperatore Haile Salassie I (R. Lundquist, 1997). Gli Amhara hanno la stessa discendenza dei Tigrini: i loro antenati semitici arrivarono nei territori che oggi sono l’Etiopia e l’Eritrea dalla Penisola Arabica. Gli Amhara abitano la parte centrale e nordica del paese (R. Lundquist, 1997), sono un popolo di agricoltori e tradizionalmente nella loro struttura sociale il possedimento di terreni era utilizzato come criterio per valutare l’importanza di un uomo. Questo popolo è tra i maggiori frequentanti della Chiesa Ortodossa Etiope (Britannica, 2018(2)).
I Tigrini sono un gruppo etnico che popola la parte centrale dell’Eritrea e la regione maggiormente a Nord dell’Etiopia, il Tigrai. In Eritrea compongono circa la metà dell’intera popolazione (Britannica, 2015(2)), contrariamente all’Etiopia dove sono meno del 10% (Minority Rights Group, 2019). Questo gruppo etnico parla il Tigrino, una lingua semitica derivante dal Geez (lingua liturgica della Chiesa Etiope) (Britannica, 2015 (1)) e dal Tigré (lingua parlata antecedentemente dal popolo che occupava la parte nord-occidentale dell’Eritrea) (Britannica, 2015(2)). I Tigrini, assieme agli Amhara, sono tra i maggiori frequentatori della Chiesa Ortodossa Etiope (Britannica, 2015(2)).
Storia delle relazioni Interetniche Etiopi
Per poter comprendere il ruolo dell’elemento etnico all’interno dell’attuale conflitto in Tigrai è necessario capire in che modo i sopraelencati gruppi etnici si sono relazionati durante il secolo scorso. Infatti, per ogni fase politica della storia contemporanea etiopica si sono presentati scontri o discriminazioni tra gruppi etnici.
A partire dagli anni ’90 del 1800 gli Amhara hanno governato dominando sulle altre etnie (Donham, James, 1986). Le persone che parlavano amarico e che controllavano gli altopiani dell’Etiopia si trovavano in una posizione di privilegio, in quanto controllavano i mezzi di produzione nazionali e quindi, riuscivano ad esercitare il loro potere anche sui popoli che abitavano le pianure (Abbink, 2011).
Tali dinamiche rimasero invariate per la maggior parte del ‘900 ed il primo aprile 1930 Tafari Maconnèn si proclamò imperatore di Etiopia, coronato col nome Haile Salassie I. Egli era un Amhara e fu l’ultimo imperatore di Etiopia dal 1930 fino al 1974 (Britannica, 2022). Durante tutto il suo impero, l’elemento etnico è risultato fondamentale all’interno delle gerarchie sociali nei centri urbani e quasi solamente gli Amhara potevano godere di una posizione di prestigio (Bjeren, 1985). L’etnia Oromo ha subito forti discriminazioni durante questo periodo. Tali discriminazioni, però, risalgono al diciannovesimo secolo, quando gli imperatori Amhara conquistarono la nazione indipendente degli Oromo per annetterla al loro impero (Culture Survive, 1981). Da allora, fu fatto ogni tentativo per assicurare una dominazione della lingua e cultura amarica su quella Oromo (Ethnomed, 1994), infatti, fu proibito parlare la lingua Oromiffa e fu imposto ai bambini Oromo di avere lezioni in amarico (Cultural Survive, 1981).
Anche il gruppo etnico dei Tigrini ha subito discriminazioni durante l’impero di Salassie. Durante gli anni ’70 vi erano molti studenti alla Haile Salassie’s University che facevano parte del movimento studentesco etiope interno all’università. Essi lamentavano una discriminazione nei loro confronti e in quelli degli Oromo soprattutto sul profilo linguistico e culturale. Diversi di questi studenti anni dopo si unirono a fondarono il Fronte per la Liberazione del Popolo Tigrino (TPLF), essi lamentavano: una loro impressione che il Tigrai fosse intenzionalmente mantenuto povero, l’obbligo di parlare l’amarico e la violenza statale che incontravano ogni volta che qualche membro del popolo tigrino provasse a migliorare le loro condizioni. Infine, nel 1943 Haile Salassie invitò la British Royal Air Force a bombardare la regione del Tigrai dove la popolazione tigrina si stava ribellando al processo di centralizzazione condotto dall’imperatore. Tale ribellione è passata alla storia come Rivolta Wayone, parola tigrina che si riferisce alla resistenza contro l’élite dominante (LSE, 2018).
Nel 1974 iniziarono una serie di ammutinamenti da parte, per lo più, di giovani generali che incolpavano Salassie per il peggioramento economico del paese. A giugno diversi di questi generali si unirono componendo la Commissione di Coordinamento delle Forze Armate, di Polizia e dell’Esercito (Derg) e smantellarono la monarchia deponendo Salassie. Il dodici settembre del 1974 nacque, quindi, il Consiglio Amministrativo Militare Provvisorio (PMAC) guidato dal Derg e avente funzione di governo nazionale (Britannica, 2022). Nonostante questa ribellione fosse nata in risposta al contrasto tra la condizione fortemente abbiente della classe dominante e la profonda povertà del resto della popolazione etiopica, la violenza contro il popolo non venne meno e conseguentemente l’Etiopia uscì dai diciassette anni di regime socialista ancora più divisa. Infatti, durante il regime dei Derg la popolazione Oromo è stata discriminata, torturata e repressa: rappresentando la maggioranza della popolazione etiopica, la minoranza al potere voleva impedire che si unissero (Cultural Survive, 1981). A metà degli anni ’70, nacque il TPLF (LSE, 2018), come espresso precedentemente, l’insoddisfazione da parte dei Tigrini per il trattamento riservatogli era sorta prima della rivoluzione del 1974, tuttavia, fu l’installazione del regime militare a portare alla nascita del movimento.
A partire dal 1985 il governo etiope ha cominciato a subire attacchi in Tigrai ed in Eritrea da parte del TPLF unito al Fronte per la Liberazione del Popolo Eritreo (EPLF). Dopo anni di scontri, nel 1989 nacque il Movimento Democratico del Popolo Etiope, a maggioranza Amhara, questi due gruppi uniti formarono il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiope (EPRDF), con l’aiuto del Fronte di Liberazione Oromo (OLF) a Sud e altri movimenti a livello regionale, il 28 maggio del 1991 l’EPRDF prese il potere (Britannica, 2022).
Nacque così una fase di transizione che durò fino al 1995, infatti, in quell’anno fu promulgata la terza costituzione etiope, la quale diede vita alla Repubblica Democratica Federale di Etiopia. Tale costituzione voleva valorizzare i principi del regionalismo e dell’autonomia etnica (Britannica, 2022), facendo nascere quello che potrebbe essere definito un “Federalismo etnico” (Breines, 2019). La Repubblica Democratica Federale Etiopica è suddivisa in nove Stati su base etnica: Tigrai, Afar, Amhara, Oromia, Somali, Benishangul-Gumuz, Regione delle Nazioni, nazionalità e popoli del Sud, Gambela e Harar (Atlante Geopolitico Treccani, 2016). Il Consiglio dei Ministri salito al potere nel 1995 rifletteva per la sua composizione la divisione etnica del paese (Britannica, 2022).
Nonostante gli sforzi fatti nel tentativo di superare i problemi di natura etnica e garantire la rappresentatività politica a tutti i gruppi, affinché tali discriminazioni terminassero, l’Etiopia ha assistito a scontri e discriminazioni di natura etnica anche dopo gli anni ’90. L’EPRDF, infatti, ha mantenuto il controllo politico ed essendo questo a guida tigrina ha posto tale gruppo in una posizione di potere sopra gli altri gruppi etnici (Atlante Geopolitico Treccani, 2016). Fin da subito, fu visibile a tutti che i Tigrini stavano cercando di monopolizzare il potere politico e indirizzare le risorse statali verso la loro regione, tutto questo contribuì a creare una polarizzazione interna alla società che vedeva i Tigrini da un lato e dall’altro le etnie escluse dalla vita politica (Abbink, 1995).
In poco tempo, anche i Tigrini hanno iniziato un processo di repressione nei confronti delle altre etnie per mantenere il potere. Dapprima, il governo ha iniziato a censurare dai media tutti i contenuti critici nei confronti del sistema politico e del governo (Stremlau, 2011), conseguentemente gli unici strumenti rimasti agli altri gruppi etnici per parlare della repressione subita e criticare il sistema erano blog e social networks. Tra i contenuti condivisi vi erano persino alcuni documenti che provavano l’esistenza di politiche discriminatorie nei confronti di altre etnie e video di violenza perpetuate dalla polizia (Breines, 2019).
Osservando il caso degli Amhara, è possibile notare che tra il 1991 e il 2018, periodo in cui i Tigrini hanno avuto il potere, questo popolo è stato bersaglio di una campagna di vergogna e disumanizzazione. Inoltre, gli Amhara negli anni si sono sempre di più distribuiti nelle varie regioni dell’Etiopia, diventando così delle minoranze in diversi degli Stati Federali e ciò ha contribuito a renderli vittime di violenza e marginalizzazione sistematica (Foreign Policy, 2022).
Il caso degli Oromo non è da meno, tra il 2011 e il 2014 ci sono stati almeno 5,000 arresti di membri del gruppo etnico solamente perché hanno manifestato pacificamente la loro opposizione al governo oppure perché sospetti di averlo fatto. Qualunque forma di espressione della cultura oromica, canzone, testo, festività tradizionale, veniva considerato una manifestazione di dissenso al governo e per questo non era tollerata (Amnesty International, 2014). Tale trattamento fu riservato a tantissime altre etnie: i Somali soffrivano di una fame artificialmente creata nel loro territorio e di uccisioni e sparizioni di individui; gli Anuak erano vittime di massacri; repressione e violenza colpivano anche i Sidama (Foreign Policy, 2022).
Salita al potere di Abiy Ahmed Ali e scoppio del conflitto
Nelle elezioni amministrative tenutesi nel maggio del 2005 in Etiopia, i partiti d’opposizione sono riusciti ad ottenere alcune poltrone in Parlamento, tuttavia, non sono venute meno proteste e scontri tra civili e forze governative che hanno portato ad oltre 36 morti, 3,000 arresti e centinaia di feriti. Per questo motivo le elezioni generali del 2010, come quelle del 2015, si sono tenute in un clima assai più rilassato, ma non per questo più attento a garantire rappresentatività politica a tutti i gruppi etnici. In quelle elezioni non è stata concessa una sufficiente copertura mediatica alle campagne elettorali dei partiti di opposizione, inoltre, alcuni osservatori internazionali hanno evidenziato la presenza di violenze ed intimidazioni nei confronti dei cittadini rispetto al voto. Infatti, sia nel 2010 che nel 2015 l’EPRDF i suoi alleati politici hanno ottenuto la stragrande maggioranza di seggi in Parlamento (Britannica, 2022).
In seguito ad un piano elaborato dal governo attorno al 2015 per espandere la città autonoma di Addis Abeba alla regione dell’Oromia, sono scoppiate nella regione delle violente proteste durate mesi. Tali proteste si sono successivamente espanse fino alla regione Ahmara e in alcune regioni del Sud. Ad ottobre 2016 è stato dichiarato lo stato d’emergenza terminato nell’agosto 2017 (Britannica, 2022).
Ad inizio 2018, con l’obiettivo di azzerare le tensioni, il governo ha inaspettatamente liberato migliaia di prigionieri politici. Successivamente, il primo ministro Hailé Mariàm Desalegn, al potere dal 2012, ha firmato le sue dimissioni e a marzo del 2018 Abyi Ahmed Ali è subentrato come suo successore (Britannica, 2022). Abyi è il primo uomo politico Oromo a ricoprire la carica di Primo Ministro del paese, la sua nomina è stata fonte di forte speranza, da parte di tutto il popolo etiopico, che l’era delle discriminazioni a livello etnico fosse terminata.
Una volta salito al potere, Abiy ha apportato delle riforme al sistema politico: ha concluso ufficialmente la disputa per la definizione dei confini con l’Eritrea iniziata nel 1998, ha tolto il Fronte di Liberazione Oromo e il Fronte di Liberazione Nazionale Ogaden dalla lista di organizzazioni terroristiche che minacciano l’Etiopia, ha liberato altre migliaia di prigionieri politici (Britannica, 2022). Queste riforme hanno permesso la creazione di un clima più aperto e rispettoso di tutti i gruppi etnici che compongono la nazione, tuttavia, è stato evidenziato come la velocità con cui sono state fatte queste riforme invece che favorire una maggiore unità nazionale abbia permesso di far emergere tutte le divisioni e le opposizioni tra gruppi etnici, silenziate dal precedente sistema politico (Britannica, 2022).
Fin dal principio è emerso un clima di fortissimo astio da parte di tutti i gruppi etnici nei confronti dei Tigrini. Un luogo che riflette questa dinamica di divisione sono i campus universitari, lì la miscela di persone provenienti da ogni parte del paese è inevitabile. Specialmente nelle regioni dove è stato maggiormente subito il privilegio dei Tigrini negli anni in cui l’EPRDF era al potere, gli studenti Tigrini sono state vittime di discriminazioni e violenze di matrice etnica (Breines, 2019). In particolare, tra il 2019 e il 2020 questo tipo di aggressioni è aumentato: alcuni di loro sono arrivati a non uscire di casa dal terrore che potessero essere accusati e/o arrestati per supportare il TPLF (TNH, 2020).
L’atteggiamento che mira a voler identificare l’origine etnica delle persone è suscettibile a forti stereotipizzazioni, nel caso dei Tigrini, per esempio, una pettinatura “scompigliata” viene ricollegata ai seguaci del Fronte di Liberazione Tigrino (Breines, 2019). Questa ricerca di pretesti per aggredire ha portato molti Tigrini a temere di uscire di casa. Laetitia Barder, direttrice della sezione del Corno d’Africa di Human Rights Watch, ha riferito in una intervista a “The New Humanitarian” che ha ricevuto report che testimoniano aggressioni per le strade ed irruzioni arbitrarie da parte di forze governative etiopi nelle case di individui Tigrini tra coloro che non abitano in Tigrai (TNH, 2020).
A contribuire al clima di tensioni etniche è stato anche l’assassinio di Hachalu Hundessa, attivista e autore di canzoni appartenente all’etnia Oromo, nel giugno del 2020. La sua morte è stata ricollegata da molti ad una causa politica. Conseguentemente, per diverse settimane ci sono state proteste ed episodi di violenza etnica (Britannica, 2022).
Verso fine 2019 Abiy ha sciolto il partito EPRDF per fondare il “Prosperity Party”, contenente i tre partiti maggioritari del paese, rappresentanti dell’etnia Oromo, Ahmara e dei Popoli del Sud, più altri piccoli partiti a base etnico-regionale. Il TPLF non ha voluto entrare a far parte di questo partito (Britannica, 2022).
A questo clima di tensioni e insoddisfazione da parte di diversi gruppi etnici si è aggiunto il posponimento delle elezioni programmate per il 2020 a causa della pandemia da Covid-19. Tale decisione fu accolta dal popolo tigrino come uno stratagemma di Abiy per mantenere il potere più a lungo. Nel settembre 2020 si sono tenute le elezioni regionali in Tigrai e il TPLF ha ottenuto tutti i seggi elettorali eccetto uno (Amnesty International, 2021). Questo suggerisce che le continue discriminazioni subite dai Tigrini hanno portato ad un avvicinamento al TPLF.
Le elezioni in Tigrai hanno esacerbato le tensioni tra la regione e il governo federale e quest’ultimo ha iniziato a trattenere fondi dall’amministrazione regionale (Britannica, 2022). Un ulteriore escalation delle tensioni si è assistita ad ottobre 2020, quando gli ufficiali del Tigrai si sono rifiutati di far entrare nella regione la nuova divisione Nord-Est delle Forze di Difesa Nazionali Etiopiche (ENDF) (Aljazeera, 2020). Nei primi giorni di novembre un presunto assalto del TPLF a delle basi militari del governo in Tigrai ha portato le forze governative ad invadere la regione (The Guardian, 2020), il 4 novembre 2020 è scoppiato il conflitto.
Le relazioni interetniche hanno contribuito a formare le tensioni sfociate in scontri e sono state sfruttate durante gli ultimi diciassette mesi di guerra da parte di entrambe le fazioni. Sin dall’inizio del conflitto le forze governative etiopiche hanno utilizzato un linguaggio disumanizzante nei confronti dei Tigrini, Samantha Power direttrice della U.S. Agency for International Development (USAID), in seguito ad una visita in Etiopia nel 2021, ha riferito di aver parlato alle autorità nazionali rispetto a come la retorica adottata possa inasprire gli antagonismi tra gruppi etnici, portando conseguentemente ad atrocità compiute con il movente dell’appartenenza etnica.
Entrambe le parti del conflitto hanno adottato tra gli strumenti di guerra la violenza contro i civili. Nella fase iniziale degli scontri le forze governative etiopiche ed eritree hanno commesso diversi abusi nei confronti dei Tigrini, tra cui massacri di civili e pulizia etnica nella parte occidentale del Tigrai. A questo si deve aggiungere il blocco economico e umanitario che sta causando la carestia alimentare orchestrata dalle forze governative nella regione del Tigrai (TNH, 2021). Inoltre, un report di Amnesty International pubblicato nel 2021 raccoglie testimonianze di donne di etnia tigrina che hanno subito stupri e altre forme di violenza sessuale da parte delle forze governative etiopi ed eritree. Le testimonianze raccolte suggeriscono che lo stupro fosse utilizzata come arma per umiliare e terrorizzare sia le vittime che il loro gruppo etnico d’appartenenza. Infatti, il fatto che tali tecniche siano così frequenti suggerisce che questa strategia sia approvata dai governi di Etiopia ed Eritrea (Amnesty International, 2021).
Anche il TPLF ha adottato la violenza contro i civili come strumento di guerra: il The New Humanitarian ha riportato l’uccisione di centinaia di civili tra l’8 e il 9 settembre nella città di Kobo, nella regione Amhara, da parte di soldati del TPLF. Secondo un altro report di Amnesty International, almeno 70 donne hanno denunciato di essere state violentate durante gli attacchi perpetuati dalle forze tigrine nella città di Nifas Mewcha in Amhara nello scorso agosto. Le violenze sono state accompagnate da frasi umilianti e atti discriminatori su base etnica, in questo modo le vittime hanno avuto la conferma che si trattasse di soldati del TPLF.
Conclusioni
Ripercorrere le relazioni interetniche interne all’Etiopia permette di comprendere la delicatezza dei rapporti tra i popoli che vivono in questa nazione. Allo stesso tempo, mostra in che modo la divisione in gruppi etnici abbia danneggiato prima di tutto i civili, in ogni fase della storia contemporanea del paese.
La storia etiopica suggerisce che adottare un sistema politico basato sulla distinzione a livello etnico della popolazione non aiuti a costruire una più solida unità nazionale. Infatti, la creazione di un “federalismo etnico” (Breines, 2019) non ha contribuito a superare i problemi interni al paese e a lasciare maggiore indipendenza alle etnie, anzi ha paradossalmente portato ad aumentare gli scontri tra i vari gruppi. Infatti, nemmeno le riforme del Primo Ministro Abiy hanno permesso il superamento degli scontri tra gruppi etnici.
Per poter prevenire tali situazioni di crisi è fondamentale lavorare al rafforzamento dell’unità nazionale e a salvaguardare le condizioni sociali dei cittadini. Infatti, le discriminazioni etniche che colpiscono i civili creano un clima di difficoltà per interi gruppi della popolazione e il che permette agli attori in un conflitto, come il TPLF in questo caso, di sfruttare questa vulnerabilità. In un contesto così frammentato come quello etiope servirebbe permettere ai vari gruppi etnici di esprimere liberamente la loro appartenenza ad un gruppo etnico, evitando, quindi, ogni forma di repressione di natura culturale e linguistica. Allo stesso tempo, però, a livello culturale, risulta necessario creare un maggior senso di appartenenza allo Stato.
Un punto di partenza in questo processo potrebbero essere proprio i campus universitari, luoghi dove cittadini provenienti da tutte le parti del paese si miscelano.
Contenuto dell’Informazione |
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1 |
Confermata |
Confermato da altre fonti indipendenti; logico in sé; coerente con altre informazioni sull’argomento |
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Presumibilmente Vera |
Non confermato; logico in sé; consistente con altre informazioni sull’argomento. |
3 |
Forse Vera |
Non confermato; ragionevolmente logico in sé; concorda con alcune altre informazioni sull’argomento |
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Incerta |
Non confermato; possibile ma non logico in sé; non ci sono altre informazioni sull’argomento |
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Improbabile |
Non confermato; non logico in sé; contraddetto da altre informazioni sul soggetto. |
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Non giudicabile |
Non esiste alcuna base per valutare la validità dell’informazione. |
Affidabilità della fonte |
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A |
Affidabile |
Nessun dubbio di autenticità, affidabilità o competenza; ha una storia di completa affidabilità. |
B |
Normalmente Affidabile |
Piccoli dubbi di autenticità, affidabilità, o competenza, tuttavia ha una storia di informazioni valide nella maggior parte dei casi. |
C |
Abbastanza Affidabile |
Dubbio di autenticità, affidabilità o competenza; tuttavia, in passato ha fornito informazioni valide. |
D |
Normalmente non Affidabile |
Dubbio significativo sull’autenticità affidabilità o competenza, tuttavia in passato ha fornito informazioni valide. |
E |
Inaffidabile |
Mancanza di autenticità, affidabilità e competenza; storia di informazioni non valide. |
F |
Non giudicabile |
Non esiste alcuna base per valutare l’affidabilità della fonte. |
Fonti
Bibliografia
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