L’illusione della stabilità: la riconfigurazione politica yemenita tra fragilità istituzionale e condizionamenti esterni

  Focus - Allegati
  02 July 2026
  17 minutes, 46 seconds

Abstract

A oltre un decennio dall’inizio del conflitto, lo Yemen sta attraversando una fase di riconfigurazione politica. Da un lato, la dissoluzione del Consiglio di Transizione del Sud (STC) nel gennaio 2026 ha ridisegnato il campo degli attori interni senza risolvere le tensioni strutturali che lo avevano generato, mentre il Consiglio di Leadership Presidenziale (PLC), formalmente rafforzato dalla crisi meridionale, deve affrontare la sfida di consolidare la propria legittimità in condizioni di dipendenza finanziaria da Riyadh. Dall’altro, gli Houthi si scontrano tra la necessità di definire la propria identità nell’Asse della Resistenza e la preservazione del movimento attraverso dialoghi informali con l’Arabia Saudita. Sullo sfondo, il conflitto Iran-USA-Israele, capace di ridefinire le priorità di tutti gli attori, e la diplomazia delle Nazioni Unite, ancora limitata a risultati tecnici e non duraturi. L’attuale fase di stabilizzazione politica e militare resta dunque apparente.

Autrice

Beatrice Bosco - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O./Politics

Analisi

Introduzione

La guerra in Yemen si protrae da oltre un decennio. Dalla presa di Sana'a da parte di Ansar Allah nel 2014 e dall'intervento militare a guida saudita nel 2015, il conflitto ha attraversato fasi di scontri aperti, tregue e negoziati intermittenti senza mai produrre un accordo politico. Il cessate-il-fuoco di sei mesi, poi rinnovato due volte, mediato dalle Nazioni Unite nell’aprile 2022 ha ridotto la violenza diretta e congelato le linee del conflitto. Tuttavia, non ha affrontato la questione di come costruire un assetto statale capace di tenere insieme un Paese profondamente frammentato e devastato da una delle più gravi crisi umanitarie di sempre: quasi 20 milioni di persone necessitano di aiuti, tra cui 11 milioni di bambini; si contano oltre 4,5 milioni di sfollati (UNICEF). Il PIL reale pro capite si è ridotto del 58% dal 2015; l’inflazione nelle aree governative ha superato il 30% nel 2024 (World Bank, 2025). Il collasso delle infrastrutture e del sistema sanitario, la mancanza di accesso all'acqua potabile sicura, la difficoltà nel reperire medicinali e le carestie, hanno aumentato i casi di malnutrizione e il rischio di epidemie (tra cui il colera), soprattutto tra le fasce più fragili della popolazione.

Il biennio 2025-2026 ha aperto una nuova fase. L’offensiva del Consiglio di Transizione del Sud (STC) a dicembre, la risposta saudita e la dissoluzione del gruppo hanno ridisegnato il quadro politico meridionale a vantaggio del Consiglio di Leadership Presidenziale (PLC). Il conflitto Iran-USA-Israele ha introdotto una variabile che complica lo scenario regionale e qualsiasi percorso verso eventuali accordi di pace. Tuttavia, si sono registrati segnali positivi: l’insediamento di un nuovo governo, l’approvazione del primo bilancio statale in anni, e soprattutto uno storico accordo sul rilascio dei detenuti con gli Houthi.

1. Dall’offensiva militare alla dissoluzione del STC: una rottura politica prima che militare.

L'offensiva militare “Promising Future” del STC, formazione politica secessionista sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti (EAU), del 3 dicembre 2025, con cui circa diecimila combattenti secessionisti hanno preso il controllo dei governatorati di Hadhramaut e al-Mahra, non può essere letta esclusivamente come un'iniziativa militare. L’escalation di fine 2025 si può spiegare sotto una triplice lente: da un lato, l’aggravarsi della crisi economica e sociale nei grandi centri urbani controllati dal STC, caratterizzati da pessime condizioni di welfare e da frequenti blackout; dall’altro, lo sfruttamento dei giacimenti energetici e petroliferi del Wadi Hadhramaut; ed infine, l’anniversario dell’indipendenza dello Yemen del Sud (30 novembre), che ha contribuito ad alimentare il fervore nazionalistico. Inoltre, occorre anche citare che Hadhramaut e al-Mahra sono governatorati di fondamentale importanza sia dal punto di vista commerciale (e.g. il porto di al-Mukalla ad Hadhramaut) sia da quello securitario per il traffico di armi di al-Qaeda nella Penisola Arabica (AQAP). Le richieste della delegazione saudita-emiratina circa il ritiro del STC dai territori occupati e il dispiegamento delle FRN (le "forze di resistenza nazionale” finanziate da Riyadh come riserve militari legalizzate dal governo yemenita pur non essendone alle dipendenze) sono state rigettate dai secessionisti. I successivi bombardamenti sauditi e l’annuncio della fine delle operazioni emiratine di contrasto al terrorismo in Yemen hanno esacerbato la crisi (Ardemagni).

La situazione si è aggravata con rapidità. Il 2 gennaio il STC ha annunciato un referendum per l’indipendenza del Sud da svolgersi tra due anni, come risposta all’annuncio dell’Arabia Saudita di ospitare una conferenza per il Sud dello Yemen con delegazioni dei vari gruppi politici. A ciò è seguito il dispiegamento delle FRN, che ha causato il ritiro del STC dalle aree conquistate tra cui al-Mukalla, città portuale diventata il simbolo della secessione. Infine, il 9 gennaio, dall’Arabia Saudita, il segretario generale del STC, Abdulrahman Jalal al-Subaihi, ha annunciato la sua dissoluzione per il mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati. Lo stesso giorno, il leader Aidarus al-Zoubaidi, destituito dalla vicepresidenza del PLC il 7 gennaio e accusato di alto tradimento, è fuggito ad Abu Dhabi. Tuttavia, la parte del Consiglio di Transizione del Sud rimasta in Yemen ha rifiutato lo scioglimento e ha creato il Comitato militare supremo, da integrare sotto il Ministero della Difesa per “prepararsi alla prossima fase del conflitto”.

La dissoluzione del STC non comporta quindi la fine del progetto politico che lo ha animato. Il separatismo meridionale esiste in Yemen da decenni, precedendo la stessa fondazione del STC nel 2017, e le sue radici affondano nel movimento al-Hirak (Movimento per lo Yemen del Sud), attivo dal 2007, e nella memoria collettiva di uno Yemen del Sud indipendente fino alla riunificazione del 1990. Di conseguenza, nonostante la scomparsa di un solo principale interlocutore organizzato, se non si considera il Comitato militare supremo, il progetto secessionista non è scomparso, bensì si è frammentato in molte istanze tribali, locali e frazionali con cui è più difficile avviare un dialogo politico.

L’avanzata ha quindi invertito l’equilibrio imposto dall’accordo di Riyadh (2019) e rappresenta il punto di rottura dell’esperimento di power-sharing interno al PLC, l’organo di presidenza yemenita, che aveva tentato di tenere insieme attori con interessi strutturalmente incompatibili. Infatti, il PLC è stato progettato come un’architettura di compromesso: un esecutivo allargato che incorpora il STC accanto ad altre fazioni del sud e del nord non-Houthi, nella speranza che la compartecipazione al potere limitasse la conflittualità. Oltre all’inefficacia politica nell’affrontare la crisi economica, il PLC è oggi delegittimato proprio al suo interno, a causa della logica del power-sharing in quanto tutti gli attori perseguono i propri obiettivi e tendono a ricalibrare il loro allineamento a favore di Emirati Arabi Uniti o Arabia Saudita a seconda delle circostanze.

2. Il governo al-Zindani: legittimità formale e fragilità reale.

Dopo aver accettato le dimissioni dell’ex primo ministro Salem bin Braik, il PLC, sostenuto dall’Arabia Saudita, ha proceduto alla formazione di un nuovo gabinetto guidato dal primo ministro Shaya Mohsen al-Zindani. Il nuovo governo, composto da 34 membri, comprende 10 ministri del precedente esecutivo e tre donne, una novità rilevante in un sistema politico che strutturalmente ha escluso le donne dai ruoli decisionali. L’allargamento del governo da 25 membri a 34 risponde ad una logica di inclusione politica dopo la crisi politica meridionale. Tuttavia, nonostante il tentativo di rappresentare le istanze meridionali di tribù e fazioni, l’esecutivo diventa vulnerabile alla paralisi decisionale e l'allargamento rischia di rivelarsi un esercizio di legittimazione simbolica, piuttosto che una reale redistribuzione del potere.

Ciò nonostante, occorre citare due risultati positivi del lavoro del nuovo gabinetto. Il primo è l'approvazione del bilancio statale 2026, il primo in sette anni. Il secondo è la consultazione dell’articolo IV con il Fondo Monetario Internazionale (FMI), la prima dopo undici anni. Il FMI ha valutato le riforme avviate dal governo al-Zindani, inclusa la centralizzazione del finanziamento delle importazioni attraverso il sistema bancario ufficiale. Questi atti di governance ordinaria hanno una valenza politica che trascende il merito economico: segnalano la volontà del governo di operare come Stato funzionante, con le implicazioni di legittimità che ne derivano sul piano interno e internazionale.

Il vincolo strutturale resta la dipendenza da Riyadh, il “principale sponsor e partner di sicurezza” del governo yemenita, che paga gli stipendi e finanzia il governo yemenita. Questa dipendenza subordina ogni scelta politica al giudizio saudita e alimenta la narrativa di chi percepisce l’Arabia Saudita come un attore ostile all’autodeterminazione del Sud. La sovranità finanziaria è, in questo contesto, una questione politica prima ancora che economica, e l'agenda economica di al-Zindani rischia di essere vista come un rafforzamento della dipendenza piuttosto che come un percorso verso l'autonomia.

Nel discorso del 10 gennaio 2026, il presidente al-Alimi ha annunciato la convocazione di una «Conferenza di Dialogo del Sud», da tenersi sotto sponsorizzazione saudita e finalizzata ad affrontare la «causa meridionale» attraverso un processo politico inclusivo. A distanza di cinque mesi, la conferenza non ha ancora una data, un'agenda né una lista di partecipanti confermati. Questo ritardo riflette la difficoltà di definire la rappresentanza delle istanze meridionali, oggi rappresentate da una pluralità di attori, in assenza del STC come interlocutore unico. Lo stesso STC, pur formalmente disciolto, continua ad operare come una struttura organizzata e a emettere dichiarazioni politiche attraverso il Comitato militare supremo.

Il risultato è un circolo vizioso tipico dei processi di pace in contesti post-conflitto: la Conferenza non può tenersi senza una rappresentanza meridionale credibile, e tale rappresentanza non si consolida senza un processo politico che la legittimi. L'Inviato speciale delle Nazioni Unite per lo Yemen, Hans Grundberg, ha affermato che “il futuro del Sud non può essere determinato da un singolo attore o con la forza. In definitiva, spetta agli yemeniti – compresa la diversità di prospettive del Sud – affrontare questa complessa e annosa questione”.

3. La duplice strategia di Ansar Allah.

Mentre il fronte meridionale si è ridisegnato tra dicembre 2025 e gennaio 2026, gli Houthi hanno mantenuto una postura di sostanziale attesa. Questo comportamento è coerente con la loro logica politica di lungo periodo: evitare di impegnarsi in fronti che non offrono vantaggi immediati certi, osservare le divisioni degli avversari e consolidare il controllo interno nei territori già amministrati . La dissoluzione del STC e la crisi del PLC hanno confermato che la coalizione anti-Houthi è strutturalmente fragile. In questo senso, il gennaio 2026 ha rafforzato la narrazione sciita secondo cui gli Houthi sono l'unico attore capace di garantire un governo unitario allo Yemen (al-Muslimi).

È necessario anche considerare il più ampio contesto regionale, in particolare il conflitto tra Iran, Stati Uniti e Israele e il ruolo che il movimento sciita può avere grazie al controllo dello stretto di Bab al-Mandab. Nonostante le pressioni di entrare nel conflitto in supporto a Teheran in quanto membro dell’Asse della Resistenza, il gruppo è rimasto in attesa nelle prime settimane del conflitto. Infatti, il calcolo strategico suggeriva prudenza in quanto si stavano svolgendo negoziati informali con l’Arabia Saudita riguardo al conflitto yemenita. Inoltre, gli Houthi vogliono presentarsi come un attore regionale autonomo piuttosto che come una mera autorità locale de facto. L’eventuale intervento avrebbe rischiato di compromettere questi canali, distruggere i progressi nei negoziati sui detenuti, e attrarre nuovi raid americani e israeliani su un Paese già devastato. In aggiunta, gli Houthi «mantengono un forte desiderio di agency indipendente» rispetto all'Iran, pur non potendo rinnegare pubblicamente la propria appartenenza all'Asse della Resistenza.

Tuttavia, la dimensione identitaria e ideologica, costruita intorno alla lotta contro l’imperialismo americano e sionista, ha reso il non-intervento politicamente costoso sul piano della credibilità interna. La ripresa dei lanci di missili e droni contro Israele del 28 marzo, i primi dopo il fragile cessate-il-fuoco a Gaza dell’ottobre 2025, ha rappresentato la diretta risposta ai bombardamenti USA-israeliani su Teheran del 28 febbraio. Questa decisione va letta prevalentemente come un atto di politica interna: mentre il conflitto Iran-USA-Israele infiammava il dibattito pubblico e aumentava la pressione sull’economia yemenita, il mancato intervento di Ansar Allah ha rischiato di essere percepito come un tradimento non solo dei principi fondativi del movimento ma anche nei confronti degli alleati regionali.

Dopo il cessate-il-fuoco Iran-USA del 7 aprile, gli Houthi hanno sospeso ulteriori attacchi contro Israele, pur avvertendo di essere pronti a riprenderli. L’8 giugno hanno annunciato un divieto totale di transito per le navi israeliane nel Mar Rosso, definendole “obiettivi militari legittimi”.

Parallelamente all'escalation retorica e militare, gli Houthi hanno continuato a partecipare ai negoziati informali con l'Arabia Saudita attraverso i canali stabiliti dall'Oman, con la consapevolezza che un accordo con Riyadh è la condizione necessaria per qualsiasi normalizzazione del loro status.

4. L’accordo sui detenuti del 14 maggio 2026.

Le detenzioni del personale delle Nazioni Unite e delle ONG sono state utilizzate dagli Houthi come strumento politico di pressione negoziale, con la finalità di ottenere concessioni favorevoli nelle trattative.

Il 14 maggio 2026, il governo yemenita e Ansar Allah hanno raggiunto un accordo sotto l’egida delle Nazioni Unite per il rilascio di oltre 1600 detenuti legati al conflitto, il più grande rilascio concordato dall’inizio del conflitto. I negoziati si sono svolti in Giordania, Svizzera e Oman, e sono stati facilitati dal Comitato di supervisione co-presieduto dalle Nazioni Unite e dal Comitato Internazionale della Croce Rossa (CICR) nel quadro dello Stockholm Agreement (2018).

La valenza dell’accordo sui detenuti trascende i risultati umanitari. Si è dimostrato che il dialogo diretto PLC-Houthi è possibile anche in un contesto di escalation regionale. L’intesa dimostra come entrambe le parti siano disposte a fare concessioni su dossier specifici e come il quadro del Stockholm Agreement conservi ancora una funzione legittimante per i negoziati, seppur svuotato di alcune sue previsioni originarie.

5. La rivalità saudita-emiratina.

Le recenti crisi hanno esplicitato una divergenza tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti latente da anni (Salem). La dissoluzione del STC, considerato il principale strumento di influenza di Abu Dhabi nello Yemen meridionale, ha provocato un rafforzamento dell’influenza di Riyadh. L’Arabia Saudita aveva considerato l’operazione “Promising Future” come una minaccia indiretta alla propria sicurezza nazionale e non poteva accettare che forze filo-emiratine si trovassero vicino al confine e controllassero i giacimenti di petrolio e gas di Hadhramaut e al-Mahra, tramite cui autofinanziare la secessione dello Yemen del Sud. Riyadh si è mossa secondo due direttrici: in primo luogo, attraverso il finanziamento delle Forze di Resistenza Nazionale (FRN) e il sostegno alle milizie tribali; poi, per via diplomatica, indicendo la conferenza politica per il Sud e riconoscendo almeno formalmente le istanze meridionali.

Gli Emirati Arabi Uniti , invece, hanno dovuto ridimensionare la propria influenza. Con la dissoluzione del Consiglio di Transizione del Sud e il ritiro delle truppe emiratine da Yemen, Socotra e Perim già dal 2019, Abu Dhabi ha subito un riposizionamento nello scenario yemenita. Ciò non significa però una sconfitta definitiva: grazie al network di alleati locali e proxies, gli EAU continuano a proiettarsi verso il Mar Rosso, il Golfo di Aden e il Mar Arabico. Tuttavia, al momento, l’Arabia Saudita è emersa come unico sponsor del governo yemenita.

Si evidenziano così le strategie opposte da parte delle due potenze: mentre Abu Dhabi punta ad utilizzare i vari proxy locali per controllare le principali rotte commerciali (Bab al-Mandab, Aden, l’Oceano Indiano), sfruttando la frammentazione sociale in tribù e fazioni rivali, tra gli obiettivi di Riyadh c’è la stabilizzazione istituzionale con un governo riconosciuto internazionalmente per evitare fonti di instabilità vicino al confine. Sinteticamente occorre citare le tensioni tra EAU e Arabia Saudita nel conflitto in Sudan e riguardo al riconoscimento dello Stato del Somaliland da parte di Israele.

Conclusioni

Lo Yemen di metà 2026 si trova in una fase di equilibrio instabile: nonostante si possano contare elementi positivi come le prime mosse del governo al-Zindani e lo storico accordo sui detenuti, l’attuale de-escalation del conflitto, l’apparente cristallizzazione della nuova configurazione politica nello Yemen del Sud e il riposizionamento dell’Arabia Saudita a discapito degli Emirati Arabi Uniti sono potenziali fattori di destabilizzazione.

Per ridurre il rischio di tensioni e di ulteriori fratture interne almeno nel breve-medio periodo, si possono identificare tre condizioni basilari: la convocazione della Conferenza di Dialogo del Sud, per legittimare il PLC al di là del sostegno saudita e per affrontare le istanze separatiste meridionali; la formalizzazione dei negoziati tra Riyadh e Houthi attraverso i canali omaniti; ed infine, la strutturazione di una cornice internazionale (tra cui la mediazione della diplomazia ONU) per i negoziati intra-yemeniti. Inoltre, si possono distinguere tre possibili scenari di medio termine, non mutualmente esclusivi e legati in parte alle precedenti condizioni politiche: una stabilizzazione fragile che prolunga lo stallo senza un accordo politico (probabilità medio-alta); un'escalation regionale in direzione del conflitto Iran-USA-Israele (probabilità media, che dipende dagli sviluppi dei negoziati Iran-USA); una ripresa del conflitto interno tra governo e Houthi (probabilità bassa per le conseguenze economiche; piuttosto il gabinetto al-Zindani potrebbe allinearsi alle sanzioni statunitensi contro gli Houthi).

Infine, come ha concluso l’Inviato speciale delle Nazioni Unite in Yemen Hans Grundberg, “finché il conflitto in Yemen rimarrà irrisolto, persisterà il rischio di un'ulteriore destabilizzazione, sia all'interno del Paese sia – qualora le tensioni regionali dovessero riaccendersi – ben oltre i suoi confini. Le parti dovrebbero sfruttare questa fase di de-escalation regionale per compiere progressi verso il rilancio di un processo politico capace di porre fine al conflitto in Yemen in modo sostenibile.”

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Bibliografia & Sitografia.

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