L’impatto della digitalizzazione sui processi migratori: tra rischi e opportunità

  Focus - Allegati
  17 March 2022
  24 minutes, 43 seconds

Abstract

L’ampia diffusione delle tecnologie digitali e della popolazione digitale ha indubbiamente un impatto sui processi migratori poiché presenta opportunità e vantaggi per gli individui che intendono intraprendere un percorso migratorio e per gli Stati impegnati nel controllo delle frontiere. Questa analisi mira a individuare le implicazioni della digitalizzazione nei riguardi delle esperienze migratorie, della scelta individuale di migrare e dell’utilizzo delle tecnologie digitali nella gestione statale dell’immigrazione.

a cura di

Emma Conti - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Nicholas Sartori - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Sara Squadrani - Senior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. Cultura & Società

Introduzione

Dato l'utilizzo sempre più esteso delle tecnologie digitali in tutti gli ambiti delle nostre società, risulta interessante analizzare in che modo il processo di digitalizzazione influenzi fenomeni complessi come quello migratorio. L’ampia diffusione delle tecnologie digitali e della popolazione digitale, ovvero delle persone in grado di accedere e utilizzare tali strumenti, presenta opportunità e vantaggi poiché genera stimoli utili per gli individui che intendono intraprendere un percorso migratorio e fornisce nuovi strumenti agli Stati impegnati nel controllo delle frontiere.

È possibile, perciò, indagare il ruolo che i social media e i social network hanno nei confronti delle esperienze migratorie, esplorare come questi sono in grado di influenzare la scelta individuale di migrare e guardare all’utilizzo delle tecnologie digitali nella gestione statale dell’immigrazione.

L’analisi che segue mira a individuare le implicazioni della digitalizzazione sui processi migratori insieme alle tendenze che potrebbero caratterizzare il futuro prossimo, con i connessi rischi e opportunità.


1. I social media vissuti dai migranti

Se in passato la migrazione internazionale significava il distacco radicale dalla comunità di origine (Faist, 2000), oggi possiamo dire che la diffusione dei social media e della comunicazione digitale ha permesso una sorta di “annientamento delle distanze” (Craincross, 1997). I social media hanno un evidente ruolo nel mantenere legami forti e quotidiani con la comunità di origine, in particolare con la famiglia, geograficamente dislocata. Le piattaforme social hanno digitalizzato la comunicazione, rendendola più veloce, simultanea e gratuita, offrendo un’interazione che genera co-presenza virtuale, permettendo ai migranti di spostarsi senza abbandonare la propria comunità, o addirittura di riacquisire intimità con gli altri membri della famiglia (Madianou and Miller, 2012).

L’influenza dei social media e dei social network sulla migrazione non è la stessa per tutti, bisogna considerare gli specifici contesti di partenza e di arrivo, l’accesso alle tecnologie digitali e le competenze per utilizzarle, è necessario distinguere le caratteristiche socio-demografiche dei migranti per non generalizzare esperienze distanti come, ad esempio, quella dei rifugiati o richiedenti asilo in Europa e quella dei giovani che gonfiano le file della mobilitazione studentesca internazionale.

In entrambi i casi e per qualsiasi forma di mobilità è però utile soffermarsi sull’idea di “realtà”. Vi è la diffusa tendenza a adottare un linguaggio dualistico che tende a separare offline e online come due mondi separati, il primo più autentico e naturale dell’altro. Tendiamo a credere che le relazioni mediate dalle tecnologie digitali siano meno umane, dimenticandoci che qualsiasi comunicazione è in realtà culturalmente mediata (Miller et al., 2016). L’utilizzo delle piattaforme social da parte dei migranti dovrebbe allontanarci da questa separazione, in realtà molto artificiale: più che due realtà separate, online e offline rappresentano due dimensioni della stessa realtà che interagiscono e si completano entrando a far parte l’uno dell’altro (Miller et al., 2016). Ad esempio, nell’esperienza migratoria, spesso caratterizzata da isolamento e marginalità a causa della limitata integrazione con la comunità di arrivo, spesso si vive una forma di socialità più stabile online. La comunicazione social permette, infatti, di colmare le fratture create dalla distanza e continuare a vivere la comunità di origine attraverso videochiamate, messaggi istantanei, status e fotografie condivisi online. Questo ha indubbiamente abbassato i rischi e i costi della migrazione (Dekker and Engbersen, 2012).

Nel caso della rotta del Mediterraneo Centrale, ossia la traversata, tra le più letali al mondo, che comprende le frontiere marittime di Libia, Tunisia, Malta e Italia, le piattaforme più utilizzate, prevalentemente dai giovani, sono WhatsApp e Facebook. Grazie a questi social network, i più giovani raccontano di condividere momenti importanti con le proprie famiglie e di vedere i loro fratelli e sorelle crescere. Purtroppo, alcune testimonianze ci raccontano anche di una faccia meno lieta della condivisione social: molti giovani decidono di partire per seguire il sogno, condiviso da molti, di arrivare in Europa per una vita diversa e maggiori opportunità; tuttavia, non sempre le notizie che ricevono anche attraverso i social media, sono vicine al vero. “Solo chi sopravvive può raccontare la sua storia”, raccontano alcuni operatori umanitari riflettendo sul fatto che molti giovani e giovanissimi corrono i rischi collegati alla partenza, nonostante le possibilità di successo siano troppo limitate. I racconti sono di chi “ce l’ha fatta”, tuttavia, come testimoniano gli operatori e le operatrici dell’accoglienza, spesso per non deludere le aspettative o non ammettere che la vita in Europa è più complicata di quella che si aspettavano, i migranti spesso ostentano una vita inventata condividendo foto davanti a macchine di lusso e palazzi, immagini che nascondono realtà molto più difficili.

Un’esperienza completamente diversa è quella dei giovani occidentali, istruiti e provenienti da ceti medio-alti che costituiscono la mobilità studentesca internazionale, si tratta dei millennial con un accesso molto privilegiato ai nuovi media (Dimaggio et al., 2004). Questo li rende una popolazione interessante da osservare al fine di studiare la relazione tra media e migrazione. L’essere continuamente e contemporaneamente parte di due comunità grazie al massiccio uso della comunicazione digitale oltre che avere un forte impatto sulla percezione e la costruzione dell’identità individuale (Kobel, 2020), permette loro di sviluppare un capitale sociale importante per l’esperienza migratoria e l’avanzamento personale.

Se l’epoca moderna è stata spesso definita l’età dell’individualismo, in realtà con la globalizzazione, e in reazione ai tempi di incertezza e crisi degli ultimi decenni, stiamo osservando una tendenza contraria, ossia il “bisogno di comunità” (Bauman, 2001), che ci emancipi e protegga. In questo i social media sono indispensabili: essi consentono di contrastare la tendenza all’isolamento e la dispersione sociale, come è dimostrato dal recente sviluppo di una moltitudine di piattaforme digitali per creare una rete di supporto mobile ai rifugiati. Ne sono un esempio piattaforme come RefAid, Refugeeinfo, JumaMap accessibili da siti web, App o social, che connettono servizi, sportelli, enti pubblici e privati presenti sul territorio per avvicinare i rifugiati ai diritti, alle informazioni o ad occasioni lavorative (come nel caso della piattaforma startrefugees.com).

Oggi, il possesso di uno smartphone permette ad un migrante non solo di accedere alla rete e ai social network per combattere l’isolamento e ottenere informazioni utili prima, durante e una volta concluso il viaggio intrapreso. I telefoni di nuova generazione, infatti, sono dei veri e propri concentrati di strumenti che possono facilitare enormemente la migrazione. Non è difficile immaginare la difficoltà nell’orientarsi in un Paese diverso dal proprio o, ancora peggio, in zone rurali senza molti punti di riferimento a cui fare affidamento. Con uno smartphone sul palmo della propria mano, però, la situazione cambia.

La diffusione di tecnologia a basso costo ha permesso alla stragrande maggioranza della popolazione mondiale di accedere a servizi che fino a pochi anni fa erano appannaggio di pochi, o relegati a strumentazioni estremamente specialistiche e difficili da reperire. Un migrante che varca il confine greco o polacco, non avrà grosse difficoltà ad orientarsi grazie al modulo gps presente sul proprio smartphone; cadrà parzialmente la barriera linguistica grazie ai traduttori simultanei offerti da molte software house; avrà meno difficoltà ad accedere ai servizi grazie alla digitalizzazione di molti di questi. Perciò, migrare con uno smartphone in tasca attenua molte di quelle problematiche che fino a pochi anni fa potevano trasformarsi in vere e proprie angosce per un soggetto deciso a migrare.

Infine, l’accesso a internet diventa anche una porta di accesso alla quotidianità del Paese verso il quale si è deciso di migrare. Tramite la rete è possibile informarsi sui servizi offerti al migrante in una data area, è possibile connettersi con i propri conterranei ed è possibile restare aggiornati con quello che accade in quella determinata nazione. Inoltre, è possibile entrare a far parte di comunità virtuali (che poi lo sono quasi sempre solo parzialmente) e interagire con altre persone con le quali costruire legami sociali indispensabili alla vita nel nuovo contesto.


2. La scelta migratoria come investimento

Lo spostamento di persone in lungo e in largo per il mondo ha coinvolto la storia umana sin dai suoi albori. Conoscere cosa avessero in mente quei primi umani, purtroppo, è compito impossibile; anche senza disturbare gli umani delle origini e posando lo sguardo sulle migrazioni di qualche secolo fa, non sempre è possibile determinare con certezza quali fossero le cause e i desideri che spingevano quelle persone a spostarsi. Insomma, che gli esseri umani si muovano in ogni parte del globo è un dato di fatto di ogni epoca e di ogni luogo, ma non sempre è possibile indagarne le ragioni profonde. A partire dal secolo scorso, però, alcune cose sono cambiate: i primi mezzi di informazione e il convivere di più generazioni durante il medesimo periodo storico, ha permesso che molte delle motivazioni o delle idee che i migranti avevano di un dato Paese giungessero fino a noi. Ed ecco, ad esempio, l’idea degli Stati Uniti come “terra delle meraviglie” da parte dei migranti italiani. Le migrazioni avvengono in quasi tutte le zone del globo, ma la quota principale è fra Stati - generalmente - del sud e del nord del mondo (unico caso rovesciato è forse l’Australia). Le migrazioni avvengono perciò su molteplici direttrici: esistono migrazioni sud-sud, ossia da e verso Paesi del sud del mondo; migrazioni nord-nord ossia fra Paesi a reddito alto e, infine, fra paesi del sud e del nord del mondo (UN DESA, 2020).

Grazie ai - o per mezzo dei - social network e ad un mondo costantemente connesso, oggi siamo in grado di carpire alcuni dei riferimenti che un migrante può utilizzare per ottenere alcune informazioni preliminari - anche se stereotipate - del contesto verso cui è diretto. Nel 2022, la possibilità di entrare in posesso di uno smartphone non è così remota nemmeno nei Paesi economicamente più in sofferenza e di riflesso, quindi, a livello teorico, ma in alcuni casi anche pratico, è possibile ottenere delle informazioni riguardo ad un determinato territorio semplicemente digitando alcuni caratteri su una barra di ricerca. Questo, però, come già detto, conferisce sì una quantità di informazioni ad un potenziale migrante assai utili, ma queste informazioni posso creare un’idea distorta del contesto verso cui migrare (ISS Africa, 2019). Nel caso dell’immigrazione proveniente dai Paesi della zona del Maghreb, ad esempio, ci si può ritrovare di fronte a veri e propri “travel blogger” dell’immigrazione che contribuiscono a creare un immaginario stereotipato della vita in Europa. Un esempio su tutti è il blogger marocchino Zouhir Bounou, che con i suoi viaggi illegali attraverso le frontiere di diversi Stati e con i suoi video ha raggiunto milioni di utenti (The Economist, 2020). Questa tipologia di fenomeni ha indubbiamente un impatto sulla scelta migratoria e nella costruzione dell’immaginario del Paese verso cui si desidera muoversi. Questo aspetto è rilevante soprattutto in quei soggetti che sono cresciuti in un mondo in via di digitalizzazione o già digitalizzato, ossia le giovani generazioni.

Le cause che possono spingere un migrante a spostarsi sono molte: può sussistere il desiderio di migliorare la propria condizione economica, la necessità di allontanarsi da un contesto politicamente e socialmente instabile, ecc. La scelta di una persona che sceglie di migrare, dunque, può ricadere su diverse destinazioni a seconda della necessità di quel momento o a seconda delle progettualità dell’individuo. Può accadere, però, che la scelta di raggiungere una certa nazione da parte di un soggetto e le politiche di quello Stato non sempre coincidano. Infatti, l’atteggiamento dei diversi Stati nei confronti dell’immigrazione, ovviamente, non è sempre il medesimo. Perfino gli stessi Stati, a seconda del periodo storico e/o delle situazioni contingenti, adottano politiche diverse in tema di immigrazione. Questi atteggiamenti possono influenzare la destinazione di un migrante. Un esempio recente si può ritrovare nella chiusura quasi totale delle frontiere da parte della maggioranza degli Stati. In questa maniera, c’è una continua mediazione fra la volontà di raggiungere un luogo da parte di un soggetto e la disponibilità dello Stato in questione a rendersi più o meno disponibile ad accogliere un nuovo arrivato entro i propri confini.

Esempio unico nel suo genere è il Portogallo. Questo Paese dell’Europa meridionale è soggetto ad un flusso migratorio di cittadini di Stati non appartenenti all’UE, non provenienti da Nazioni africane, come la maggior parte dei suoi vicini, ma dal Brasile. Nel 2020, il 33% degli immigrati giunti in Portogallo era rappresentato da persone di nazionalità brasiliana (Instituto Nacional de Estatística - Estatísticas Demográficas, 2020). Questo fatto può essere ragionevolmente attribuito all’ex passato coloniale del Portogallo; come si detto precedentemente, una delle più grandi barriere per una persona che si sposta in un contesto sociale diverso dal proprio è la lingua. Fra lo Stato iberico e gli altri paesi lusofoni esiste una convenzione che li avvicina sotto quest’ultimo aspetto. Questo è l’Accordo Ortografico. Il Portogallo è uno dei pochi Paesi - se non l’unico - ad adottare un atteggiamento linguisticamente paritario verso quelle che sono state sue ex colonie. Il documento appena citato, infatti, è un vero e proprio intento tra le diverse nazioni lusofone nel costruire un terreno linguistico minimo comune, pur mantenendo le peculiarità linguistiche di ognuno degli Stati sottoscrittori del sopracitato accordo (Acordo ortográfico da língua portuguesa : atos internacionais e normas correlatas. – 2. ed. – Brasília: Senado Federal, 2014). Grazie a quanto appena descritto, il Portogallo si è reso - almeno linguisticamente parlando - una scelta preferenziale da parte di alcuni rispetto ad altri Stati dell’Ue.

Diversamente da quanto sopra citato e a differenza del passato, oggi esistono nuovi stimoli che possono fungere da modelli e/o da catalizzatori per indirizzare le persone verso un determinato comportamento o a seguire un certo modello. In un mondo sempre più interconnesso anche per mezzo dei social media e dei social network, gli influencer, ossia soggetti molto attivi su diverse piattaforme online e con un vasto seguito, hanno un ruolo determinante nell’influenzare l’opinione o nell’orientare i comportamenti dei loro follower. Basti pensare a quanto gli influencer entrino all’interno del dibattito pubblico e riescano a portare in auge un determinato discorso, o, ancora, quanto gli influencer riescano ad orientare l’opinione di molti dei loro follower su un determinato argomento o fornire loro un immaginario, reale o meno, rispetto ad un determinato fenomeno oppure un modello a cui ispirarsi.

Così, anche i contesti migratori hanno i loro riferimenti e i loro influencer con le loro peculiarità. Il caso più celebre è forse quello di Khaby Lame, influencer di origini senegalesi che da semplice tiktoker torinese è riuscito a guadagnarsi in brevissimo tempo una visibilità a dir poco incredibile non solo a livello italiano, ma anche internazionale. I casi come quelli di Khaby, sono sicuramente d’ispirazione a molti giovani che cercano un futuro diverso in una terra lontana da quella in cui sono nati. Il messaggio che traspare dai social è chiaro: “se ce l’ha fatta lui, in un Paese lontano, ce la posso fare anche io” (BBC News, 2021).

In altri casi, però, i contenuti condivisi dagli influencer possono far apparire un fenomeno rischioso come quello della migrazione dal Nord Africa fino alle coste europee come qualcosa di “avventuroso” e la vita in Europa come qualcosa di facile, spensierato, soddisfacente sia dal punto di vista sociale che lavorativo. In molti casi, però, questa è solo una distorsione della realtà e molte volte, come ben noto, le conseguenze della rotta migratoria mediterranea sono ben diverse. Un caso che può essere preso come esempio è quello di alcune tiktoker (ossia utenti attivi sul social network TikTok) provenienti dalla Tunisia che, una volta raggiunta l’Italia sono riuscite a postare diversi contenuti nei quali visitano città europee, guidano macchine costose, etc. (Daily Mail Online, 2022).

I contenuti presenti sui social network e talvolta condivisi dagli stessi migranti, possono avere un impatto enorme sul modo di percepire un fenomeno o un dato contesto da parte di un potenziale migrante. Come detto, gli influencer veicolano i loro messaggi e le loro esperienze ad un pubblico enorme, formato da centinaia di migliaia di persone che, condizionate da una realtà preconfezionata, possono sottostimare i rischi nel compiere determinate scelte. Gli influencer, consapevoli o meno, hanno un grandissimo potere che può distorcere enormemente una realtà che empiricamente apparirebbe assai diversa.

3. Digitalizzazione delle frontiere e dati biometrici

Il concetto di “confine” è centrale per comprendere il fenomeno migratorio, un processo complesso spesso ridotto all’atto di attraversare i confini nazionali. Spesso ci si è interrogati sul significato e la forma del confine, ad oggi si è superata l’idea di un confine vero, naturale e certo (Collyer, 2020), si preferisce pensare ai confini come un’invenzione politica prodotta e praticata da molteplici attori, pratiche e policies (Alimia, 2019). È indispensabile oggi considerare anche la digitalizzazione e l’uso della tecnologia nei processi di trasformazione e produzione dei confini.

I confini spesso non hanno una natura fisica e invece che separare territori, distinguono popolazioni. Con le parole di Pallister-wilkins (2018) possiamo dire che i confini, oggi, viaggiano insieme ai migranti che intendono controllare. Seppure invisibili, i confini stanno proliferando, essi si estendono oltre il territorio nazionale in un processo di esternalizzazione delle frontiere e seguono gli individui entro i territori (Collyer, 2020). Inoltre, il processo di erosione delle barriere fisiche osservato negli ultimi decenni è stato accelerato dal processo di digitalizzazione: lo sviluppo tecnologico gioca, infatti, un ruolo essenziale nella trasformazione dello “scenario di confine”. Nuove barriere digitali costruite da tecnologie avanzate di riconoscimento e identificazione costituiscono nuove impenetrabile frontiere (Alimia, 2019), molto più efficaci nel bloccare i flussi di quanto muri e infrastrutture fisiche non siano mai state (Collyer, 2020).

La “crisi dei rifugiati” del 2015 è stata un punto di svolta per l’inasprirsi delle politiche migratorie europee. Contemporaneamente alla svolta verso la gestione umanitaria delle frontiere, abbiamo assistito al ritorno delle barriere fisiche – fortemente voluto dalla propaganda securitaria – e ad una rapida digitalizzazione del controllo migratorio. Le tecnologie digitali e i dati biometrici sono diventati essenziali per fornire l’assistenza umanitaria e, più in generale, per la gestione dei rifugiati. L’uso di “big data” nel controllo della mobilità delle popolazioni ha generato nuovi e invisibili “big borders” (Metcalfe and Dencik, 2019), con importanti conseguenze sociali e politiche.

Il dibattito attorno alla digitalizzazione delle frontiere e circa l’uso delle tecnologie per la rilevazione di dati biometrici è polarizzato ed acceso. Se da un lato alcuni credono che possa essere uno strumento per migliorare la capacità di riconoscimento e gestione dei flussi di rifugiati offrendo loro un’identità riconosciuta e riconoscibile per accedere ai servizi e all’aiuto umanitario, dall’altro lato molte sono le preoccupazioni attorno a questa forma di sorveglianza che riproduce logiche discriminatorie oltre che violare alcuni diritti, come quello della privacy e del consenso.

Prima di addentrarci nelle ragioni dei sostenitori e degli oppositori, è necessario, innanzitutto, definire “biometria” per comprendere le possibili conseguenze della digitalizzazione delle frontiere e dell’utilizzo dei dati biometrici per il controllo dei confini.

La biometria è lo studio delle caratteristiche e delle misure fisiologiche del corpo (impronta digitale, iride, voce, geometria delle mani e del viso, DNA), che ha reso il corpo umano in una potenziale fonte di informazioni accurate. I dati biometrici, utilizzati fin dall’inizio del XXI secolo sono diventati il principale metodo di identificazione, registrazione e classificazione dei rifugiati. Lo stesso UNHCR è uno dei maggiori utilizzatori dei dati biometrici e ha guidato la creazione di un database centralizzato, che intende racchiudere le informazioni di diversi database inter-operativi, tra cui il SIS per le informazioni relative ai territori Schengen dell’ Unione Europea, per una gestione più efficiente delle popolazioni in movimento. Trasformato in una fonte di accuratezza, precisione e verità, il corpo diventa un mezzo di identificazione, utilizzato come strumento per l’esclusione sociale che può sostituire potenzialmente i confini fisici e geografici (Aas, 2017). Tradotto in uno schema di informazioni in codice binario, il corpo crea una nuova forma di identità e non permette nessuna forma di negoziazione, interpretazione o resistenza (Aas, 2017).

Per diverse ragioni i sostenitori sottolineano i vantaggi di poter identificare rapidamente gli individui, evidenziando gli interessi degli stessi rifugiati. Per prima cosa, l’utilizzo di dati biometrici, garantirebbe una migliore progettazione e organizzazione degli interventi, permettendo di pensare a risposte emergenziali con l’allocazione delle giuste risorse.

Inoltre, molti evidenziano l’importanza di offrire ai rifugiati senza documenti, e quindi non identificabili, uno strumento di riconoscimento per stabilire e provare la propria identità davanti alle istituzioni permettendo loro di ottenere supporto e ricevere aiuti (Weitzberg et al., 2021). I dati biometrici sono ritenuti più affidabili, oggettivi e “veri” – oltre che essere più veloci da ottenere – rispetto alla “storia di vita” narrata in un’intervista. Il corpo, o meglio le informazioni da lui estratte fungono da carta di identità portatile, unica, sempre con noi, e impossibile da duplicare. Questo sembra offrire protezione dalle frodi di identità, tutelando i rifugiati da svariate violenze subite nell’attraversare i confini e proteggendo gli stessi Stati da tentativi di ingresso irregolare.

Tuttavia, alla luce di queste osservazioni si solleva il dubbio sul fatto che una persona debba sempre essere identificabile. Sebbene per alcune procedure, come il rilascio dei permessi di soggiorno o l'erogazione di servizi finanziari, l’identificazione sia necessaria, per altri servizi come la distribuzione di cibo o le prestazioni mediche di primo-soccorso non occorre necessariamente identificare i beneficiari. Se compiuti quando non strettamente necessari, il riconoscimento e l’identificazione si trasformerebbero quindi in una costante sorveglianza.

Un terzo vantaggio che risulterebbe dall’utilizzo delle tecnologie di riconoscimento, a favore delle organizzazioni umanitarie e quindi indirettamente dei rifugiati, è la possibilità per le organizzazioni di rendere conto dei propri interventi ai donatori, risultando responsabili dei propri risultati e di conseguenza ricevere maggiori finanziamenti e risorse.

Nonostante un generale consenso attorno a questi aspetti positivi, una riflessione più approfondita espone diverse criticità. I “confini biometrici” anche chiamati “smart borders” impongono una totale e netta esclusione degli estranei (Lyon, 2013). La tecnologia, in nome della sua presunta oggettività e neutralità, non considera situazioni specifiche e non ammette possibili errori. È, tuttavia, urgente riconoscere che le tecnologie non sono neutrali: generate e impattate dai rapporti di potere, esse rispondono strettamente a esigenze politiche e sociali. Allenate da algoritmi, pensati e influenzati dal discorso politico, le tecnologie potrebbero rinforzare e riprodurre bias razziali, di genere o di altra natura con il rischio di escludere dall’assistenza umanitaria individui che potrebbero averne diritto. Altra conseguenza di questa logica è quella della sorveglianza continua, che si separa dall’atto di attraversare il confine e che segue gli individui e i loro corpi ovunque anche a distanza, tracciando molteplici linee di confine (Amoore, 2006), intersecandosi con il processo di esternalizzazione delle frontiere.

Inoltre, i più scettici, sono preoccupati dalla mancanza di un sistema di protezione della privacy, poiché i dati vengono spesso venduti o condivisi e se ne perde il controllo molto facilmente. Lo stesso responsabile UNHCR per il database biometrico è allarmato per lo scarso investimento nella sicurezza informatica da parte delle agenzie umanitarie. Questo solleva diversi dubbi etici sul consenso e potrebbe rendere i campi dei rifugiati dei laboratori per nuove tecnologie con pericolose conseguenze a danno dei diritti dei rifugiati. Visto il loro status di vulnerabilità, i rifugiati non possono realmente rifiutarsi di collaborare; dunque, l’ottenimento di questi dati potrebbe essere frutto di coercizione. Inoltre, i dati vengono conservati a lungo e condivisi con terzi senza consenso e partecipazione degli interessati (Aas, 2017). Una riflessione dovrebbe attivarsi attorno al fatto che il corpo possa dare informazioni senza bisogno di coinvolgere l’individuo interessato, perché dia il proprio consenso, azzerando, quindi, il bisogno di comunicazione.

Da questa discussione è possibile riflettere sulla trasformazione che ha subito l’idea di “identità”. C’è il rischio di pensare che una persona senza documenti sia senza identità, come se l’identità potesse essere una cosa distaccata dal sé e la tecnologia fosse necessaria per fornire una identità leggibile dallo Stato, stabile, oggettiva e non ambigua. Il corpo, in silenzio, parla mentre l’individuo che parla non è più necessario o non è sufficiente per l’identificazione (Aas, 2017).

Queste nuove frontiere digitali e il sistema di riconoscimento su cui esse si basano escludono la comunicazione ed sono generate dalla conoscenza e l’osservazione unidirezionale da parte delle istituzioni. Questo sistema di sorveglianza è figli di relazioni di potere asimmetriche tra nazioni, e tra agenzie umanitarie e rifugiati, che si potrebbe tradurre in una forma di colonialismo tecnologico guidato da logiche neoliberali di sorveglianza ed estrazione (Weitzberg et al., 2021).

Conclusione

L’analisi circa l'impatto delle tecnologie digitali sui processi migratori che è stata condotta fin qui ha fatto emergere riflessioni, in primo luogo, circa il ruolo di facilitatore della socialità e dell'accesso ai servizi utili a migranti e rifugiati che i social media e i social network possono giocare. Si è visto come a fronte di esperienze di isolamento e marginalità che generalmente caratterizzano la migrazione, l’uso di strumenti digitali - quando sono accessibili - è in grado di ridurre il distacco dell’individuo dalla comunità di origine, di incidere sulle aspettative dei migranti e sulla costruzione della loro identità individuale.

In secondo luogo, infatti, contenuti presenti sui social network, e talvolta condivisi dagli stessi migranti, possono avere un impatto rilevante sul modo di percepire un fenomeno o un dato contesto come quello del Paese di arrivo, e dunque sulla scelta di migrare. Oltre a considerare le motivazioni di carattere socio-economico è opportuno perciò guardare a come informazioni e contenuti che circolano online possono orientare le scelte migratorie dei singoli o di gruppi.

Non solo il piano individuale, ma anche quello politico registra gli effetti della digitalizzazione. Da un lato, quest’ultima ha fornito strumenti per gestire i flussi migratori in ingresso in maniera più rapida ed efficiente per gli Stati di destinazione. Ma dall’altro, il ricorso ad un uso sempre più pervasivo delle tecnologie digitali nel controllo degli individui che attraversano le frontiere rischia di porre barriere al rispetto e al godimento dei diritti fondamentali, e di rendere selettivo e discriminatorio l’accesso ad aiuti di carattere umanitario.



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