Meriti ed interrogativi dell'operazione "Break the Wave" in Israele e nei Territori Palestinesi

  Focus - Allegati
  21 July 2022
  9 minutes, 15 seconds

Nelle stesse settimane in cui le fosse comuni delle città intorno a Kiev mostravano al mondo i tragici orrori della guerra in Ucraina, in Israele e nei Territori Palestinesi la tensione è tornata a salire. Tra marzo e aprile, una serie di attentati sono costati la vita a 19 persone (Ahronheim 2022). Tuttavia, il problema più importante per gli apparati di sicurezza dello Stato Ebraico era un altro, ovvero che nessuno aveva idea di cosa stesse succedendo (Harel 2022b). Gli attentati hanno messo in luce la totale impreparazione dei servizi di sicurezza interna, meglio noti come Shin Bet. A rendere la situazione più complicata poi era il fatto che le organizzazioni coinvolte fossero molteplici. In due casi, ovvero nell’attentato di Beersheba del 22 marzo e in quello di Hadera del 27 marzo, gli attentatori avevano dichiarato la propria fedeltà allo Stato Islamico, tradizionalmente poco attivo nell’area. Come se non bastasse, gli stessi attentati appena citati non sono stati perpetrati da palestinesi della Cisgiordania o della Striscia di Gaza, bensì da palestinesi di cittadinanza israeliana (Bulzomì 2022).

Il problema delle cellule ISIS

Nel giro di pochi giorni, i servizi di sicurezza e il governo israeliano si sono trovati a misurarsi con almeno tre importanti questioni. La prima era quella relativa all’eventuale penetrazione del gruppo Stato Islamico in Israele e nei Territori Palestinesi. Formazioni terroristiche legate al gruppo sono infatti presenti sia a nord del Paese, al di là del confine siriano, che a sud, nel Sinai egiziano. Tuttavia, nel corso degli anni la situazione è stata costantemente monitorata dalla sicurezza israeliana, preoccupata di poter avere un terzo nemico oltre ai tradizionali Hamas e Jihad Islamico. Inoltre, il gruppo Stato Islamico ha avuto tradizionalmente poca presa nei Territori Palestinesi. In Cisgiordania la presenza costante di truppe israeliane e l’efficacia del Servizio di Sicurezza Preventivo agli ordini dell’Autorità Palestinese hanno reso la vita difficile a quanti volessero raccogliere seguaci e supporto logistico. Diversa è la situazione della Striscia di Gaza, dove gli ingressi sono scrupolosamente controllati dalle autorità israeliane e dove è difficile scalzare Hamas e il Jihad Islamico, formazioni di matrice islamista molto potenti e radicate. Ciononostante, il gruppo Stato Islamico è riuscito a mettere a segno alcuni attentati in territorio israeliano. Il primo è avvenuto nel centro di Tel Aviv nel gennaio del 2016, mentre il secondo è avvenuto nella stessa città cinque mesi dopo (Levy 2022). Da allora numerosi personaggi ritenuti vicini all’organizzazione terroristica sono stati arrestati sia dentro che fuori dalla Green Line, assestando un duro colpo alle sue cellule locali. Quanto accaduto nei primi mesi del 2022 ha portato Israele ad interrogarsi sulla presenza di nuove cellule dell’ISIS soprattutto tra i palestinesi di cittadinanza israeliana.

Il problema dei palestinesi di cittadinanza israeliana

Il secondo problema principale era il sostegno, vero o presunto, delle comunità palestinesi di Israele nei confronti di attività terroristiche. La questione di certo non è nuova, ma è diventata di una certa importanza soprattutto a seguito dei disordini del 2021. In quei giorni, diverse comunità miste quali Giaffa, Akko, Haifa, Ramle e Lod, oltre ovviamente a Gerusalemme, sono diventate teatro di scontri tra manifestanti israeliani e palestinesi, creando non poche preoccupazioni nei circoli della sicurezza israeliana. Per la prima volta in molto tempo diversi palestinesi di cittadinanza israeliana, che insieme costituiscono circa il 20% della popolazione del Paese, sono scesi in piazza contro le politiche israeliane, dando vita, in certi casi, a scontri violenti con la polizia e membri della destra israeliana. Indipendentemente da chi fosse stato il primo responsabile degli scontri del 2021, lo spettro di una guerra interna ai confini dello Stato Ebraico per la prima volta ha allarmato la sua classe dirigente (Mainoldi 2021). Gli attentati di marzo e aprile, insieme ai disordini che di solito si verificano durante il Ramadan, hanno rapidamente messo i dirigenti israeliani sull’allerta, soprattutto in merito ai palestinesi al di qua della Green Line.

Il problema di come evitare una nuova escalation

L’ultima questione importante era quella relativa alle modalità di risposta da impiegare. Quando gli esperti di sicurezza israeliani si sono resi conto che il Paese stava attraversando una nuova ondata di terrorismo, le strategie di risposta sono state al centro del dibattito. Il pericolo infatti non proveniva soltanto dalle eventuali cellule ISIS nello Stato Ebraico ma anche da Hamas e dal Jihad Islamico. Yahya Sinwar, leader politico di Hamas a Gaza, e Mohammed Deif, tra i più temuti membri delle brigate Ezzedin al-Qassam, l’ala militare di Hamas, avevano a più riprese invitato a compiere attacchi terroristici in Israele (Ahronheim 2022). Per questo motivo diversi analisti propendevano per un’operazione su vasta scala. Il portavoce delle Forze di Difesa Israeliane (Israel Defnce Forces, d’ora in poi IDF), Brig. Gen. Ran Kochav, dichiarò che le IDF erano pronte ad operare in qualsiasi teatro, Gaza compresa (The Jerusalem Post 2022). Sebbene la decisione di invadere Gaza sia sempre stata considerata l’extrema ratio, un’eventuale attacco alla Striscia sarebbe stato mirato a neutralizzare le postazioni militari di Hamas e del Jihad Islamico, nonché, molto probabilmente, a neutralizzare Sinwar e Deif.

Altri esperti di sicurezza, tuttavia, erano di un’altra opinione. Dalle colonne di Haaretz Amos Harel, analista di spicco della testata, sostenne che un’operazione su vasta scala simile a quella del 2002 non fosse necessaria (Harel 2022c). Nonostante i richiami alla violenza, la leadership di Hamas non ha alcun interesse a scatenare una guerra come quella del 2021. Prova ne è il fatto che le manifestazioni contro l’occupazione israeliana dei Territori Palestinesi, in passato sfociate in violenti scontri sia in Cisgiordania che a Gaza, sono state tenute sotto controllo dai comandanti della fazione allo scopo di non provocare ulteriori disordini. Per questi motivi Harel proponeva un tipo di risposta fondato più sulla tecnologia e sull’intelligence che sulla forza vera e propria (Harel 2022a).

“Break the Wave” ha inizio

L’approccio che si è scelto di adottare è stato una via di mezzo. L’operazione “Break the Wave”, lanciata a inizio aprile, consiste in una campagna di arresti ed uccisioni mirate soprattutto in Cisgiordania. Le IDF hanno dispiegato almeno 14 battaglioni lungo la Green Line e in Cisgiordania. Ai militari in congedo è stato poi accordato il permesso di portare le armi anche fuori servizio, mentre ai cittadini in possesso di armi è stato dato il permesso di girare armati. Diverse operazioni si sono verificate sia all’interno della Green Line che nelle aree di Jenin e Nablus. Tuttavia, le comunità palestinesi non sono state occupate in maniera permanente e Sinwar e Deif, pur rimanendo obiettivi importanti, non sono stati uccisi. L’obiettivo dell’operazione è quello di prevenire il più possibile attacchi terroristici in territorio israeliano senza provocare un’altra guerra come nel 2021.

Critiche all’operazione

Ad oggi [luglio 2022], l’operazione è ancora in corso, ragion per cui è prematuro stabilire se sia stato un successo o no. Da una parte, l’Ufficio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha dichiarato che il numero di palestinesi uccisi dalle IDF o dalle altre agenzie di sicurezza israeliane tra gennaio e giugno del 2022 è aumentato del 46% rispetto allo scorso anno. Si parla, più precisamente, di 60 uccisioni in sei mesi contro le 78 dell’intero 2021 e le 24 del 2020. Lo stesso rapporto critica l’uso della forza da parte degli israeliani, giudicato non conforme alle norme del diritto internazionale (i24News 2022). Diversi sono stati gli episodi controversi che si sono verificati nel corso dell’operazione, tra i quali il più famoso è stato senza dubbio il caso di Shireen Abu Akleh, reporter di Al-Jazeera uccisa l’11 maggio in un campo profughi nei pressi di Jenin.

Il punto di vista delle IDF

Di diversa opinione sono i servizi di sicurezza israeliani. Nel corso di una riunione tenutasi nella base dell’aeronautica “Palmachim” il ramatkal (Capo di Stato Maggiore) Aviv Kochavi ha parlato dei risultati conseguiti nel corso dell’operazione “Break the Wave” e di altre missioni di addestramento. Riferendosi alla prima, Kochavi ha annunciato che sono stati fatti passi avanti nel rinforzare la barriera che separa il territorio israeliano da quello palestinese. Numerose operazioni di intelligence e di contrasto al terrorismo poi hanno portato a numerosi arresti e hanno neutralizzato diversi terroristi, prevenendo numerosi attentati contro obiettivi israeliani. L’operazione ha infine messo in evidenza la prontezza delle IDF e delle altre agenzie di sicurezza, che era risultata carente nei primi mesi dell’anno (IDF Editorial Team 2022).

Conclusioni

Sebbene l’operazione abbia portato ad un effettivo calo degli attentati terroristici, le perplessità riguardo al prezzo da pagare per raggiungere questo risultato rimangono. Come in altri periodi densi di violenza, soprattutto ai danni della popolazione israeliana, l’incubo della Seconda Intifada si fa avanti nella mente degli israeliani. La lunga serie di attentati di quegli anni, perpetrati con giubbotti esplosivi a danno della popolazione civile, è stata un trauma per la popolazione dello Stato Ebraico e un monito per i servizi di sicurezza. Oggi come allora, la risposta è stata violenta e, sebbene si sia sviluppata in maniera diversa, ha mietuto molte vittime tra la popolazione palestinese.

Al momento non è possibile stabilire quando l’operazione volgerà al termine. Gli scontri che si verificano ogni settimana indicano che Israele non ritiene ancora raggiunti gli obiettivi che si era fissato ad aprile. La caduta del governo Bennett-Lapid e lo spettro del ritorno di Netanyahu come Capo del Governo rendono la situazione ancora più complicata. Sebbene Bennett si collochi teoricamente più a destra di Netanyahu, una vittoria dell’ex Capo del Governo, soprattutto in ticket con il Partito Sionista Religioso, potrebbe essere interpretata dai palestinesi come un nuovo atto ostile da parte di Israele. Che tale vittoria possa essere accolta con una nuova ondata di attacchi è improbabile; che essa possa portare alla fine di “Break the Wave” lo è ancora di più.

BIBLIOGRAFIA

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