Prova generale per il 2027 | La campagna presidenziale francese come laboratorio della guerra cognitiva russa, e che cosa dovrebbe imparare l’Italia prima delle politiche

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  20 October 2026
  16 minutes, 51 seconds

A cura di Francesco Borgese, Membro del Comitato Scientifico e Accademico


A sei mesi dal primo turno del 18 aprile 2027, la corsa all’Eliseo è già diventata il teatro più osservato d’Europa per chi si occupa di interferenze informative. Tra fine luglio e metà agosto tre potenziali successori di Emmanuel Macron, collocati su punti diversi dello spettro politico, sono stati colpiti da campagne di manipolazione che le autorità francesi attribuiscono a reti riconducibili alla Russia. Il dato, preso da solo, non sorprende: la Francia è da anni uno dei bersagli prioritari di Mosca. A meritare attenzione sono piuttosto la forma di queste operazioni, il loro tempismo e la coerenza con un disegno che va oltre la disinformazione tattica e investe la fiducia nel processo elettorale in quanto tale.

La tesi di queste pagine, costruite esclusivamente su fonti aperte, è che la campagna per il 2027 sia entrata in una fase di preparazione sistematica, e che il suo bersaglio principale non sia tanto l’orientamento di voto quanto la legittimità stessa del voto. È una valutazione che si può formulare con un grado di confidenza moderato, ma che ha conseguenze dirette anche per l’Italia, chiamata alle urne nella stessa finestra temporale e, per molti aspetti, esposta alle medesime vulnerabilità con strumenti meno sviluppati.

Un’estate di operazioni e una prova generale già fatta

La sequenza è serrata. A fine luglio l’ex primo ministro Édouard Philippe, candidato dichiarato del centrodestra, viene preso di mira da contenuti che gli attribuiscono una malattia neurodegenerativa incompatibile con la corsa presidenziale. Pochi giorni dopo tocca a Raphaël Glucksmann, eurodeputato e possibile candidato della sinistra moderata, colpito di riflesso attraverso la compagna, la giornalista Léa Salamé, accusata in un video fabbricato di aver comprato il sostegno di alcuni organi di stampa; Glucksmann ha riferito di essere stato informato dal Segretariato generale della difesa e della sicurezza nazionale (SGDSN) che l’operazione era controllata direttamente dal GRU. Infine è la volta di Gabriel Attal, anch’egli ex primo ministro, descritto come malato di Parkinson in video che imitano testate francesi. Attal sporge denuncia e in agosto la procura di Parigi apre un’indagine per sospetta interferenza russa.

Sarebbe un errore leggere questi episodi come un fulmine a ciel sereno. Già alle municipali di marzo Viginum, il servizio dello SGDSN incaricato di contrastare le ingerenze digitali straniere, aveva individuato quattro operazioni, due delle quali di matrice filorussa, e lo stesso SGDSN aveva parlato apertamente di una répétition générale in vista della presidenziale. Da allora il livello d’allarme istituzionale non ha fatto che salire: a giugno il primo ministro Sébastien Lecornu ha evocato minacce pesanti sul voto del 2027 e sulle eventuali legislative successive, e il 18 settembre Macron ha riunito all’Eliseo leader di partito e principali candidati insieme ai vertici della sicurezza per informarli dell’intensificarsi della pressione russa.

Del resto i numeri descrivono una pressione strutturale più che episodica. Il quarto rapporto del Servizio europeo per l’azione esterna sulle minacce FIMI (Foreign Information Manipulation and Interference), pubblicato a marzo, ha censito 540 incidenti nel 2025, e secondo i dati ripresi dalla stampa ucraina la Francia è risultata il secondo Paese più colpito dalle operazioni russe, con 107 attacchi rilevanti contro i 112 registrati in Ucraina e davanti alla Germania, quarta con 71. Quella in corso, dunque, non è un’anomalia ma l’intensificazione mirata di un’attività che dura da anni.

Chi agisce e con quali strumenti

Le attribuzioni francesi chiamano in causa tre reti che, più che iniziative autonome, sembrano svolgere funzioni complementari all’interno di uno stesso ecosistema. La prima è Storm-1516, indicata come affiliata al GRU e responsabile delle operazioni contro Philippe e Glucksmann, alla quale Viginum attribuisce 205 operazioni dall’agosto 2023. Il suo repertorio va dai video inscenati ai falsi reportage, dai falsi testimoni agli audio verosimilmente generati con l’intelligenza artificiale, e la diffusione si appoggia a profili artificiali, a operatori amatoriali retribuiti e al rilancio di influencer, anche statunitensi, che danno ai contenuti una patina di autenticità e li proiettano su un pubblico transnazionale. All’operazione contro Attal Viginum ha invece associato, con confidenza elevata, Matryoshka, una rete che lavora a scatole cinesi, imitando testate e moltiplicando i rimandi fino a saturare il lavoro dei fact-checker, e che durante le municipali aveva condotto sette operazioni volte a suggerire che il voto non si sarebbe svolto in sicurezza.

Meno visibile, ma forse più insidiosa nel lungo periodo, è la terza rete, nota come Portal Kombat o “Pravda”, identificata da Viginum nel febbraio 2024 e ricondotta a una società informatica con sede in Crimea. La sua funzione non è tanto convincere i lettori quanto garantire persistenza alle narrazioni, ripubblicandole su larga scala e ottimizzandole per i motori di ricerca e, sempre più, per i modelli linguistici. Già nel 2025 un audit di NewsGuard aveva rilevato che i principali chatbot riprendevano i suoi contenuti falsi in circa un terzo dei casi esaminati. In una campagna in cui una quota crescente di elettori interroga assistenti conversazionali per informarsi sui candidati, questa contaminazione delle fonti diventa un canale che aggira del tutto la moderazione delle piattaforme.

Il quadro, tuttavia, sarebbe incompleto se si guardasse soltanto alla Russia. Delle quattro operazioni rilevate alle municipali, una era riconducibile a una società privata legata a un ex appartenente all’intelligence israeliana e un’altra a un operatore commerciale con base in Vietnam: segno di un mercato dell’influenza popolato da Stati, imprese di servizi e attori a fini di lucro, che complica l’attribuzione e diluisce la deterrenza. A questo si aggiunge il nodo, politicamente delicato, dei grandi amplificatori privati. Il 15 luglio Elon Musk, proprietario di X, ha indicato Marine Le Pen come l’ultima speranza della Francia, e quando la candidata ecologista Marine Tondelier ha proposto di sospendere la piattaforma durante la campagna le ha replicato chiedendone il silenziamento; la magistratura francese, intanto, indaga dal gennaio 2025 sull’ipotesi che gli algoritmi di X siano stati usati per finalità di interferenza. Il problema, per chi analizza, non sono le preferenze politiche di un imprenditore, legittimamente espresse, ma il fatto che un’infrastruttura algoritmica di primo piano sia controllata da un attore straniero con un’agenda dichiarata: un rischio sistemico di amplificazione opaca che si somma a quello delle operazioni statali e rende più difficile distinguere il dibattito autentico dalla manipolazione coordinata.

La logica cognitiva: colpire la fiducia, non le opinioni

La scelta del tema sanitario dice molto sulla natura dell’operazione. Una falsa notizia su una posizione politica innesca una contrapposizione ideologica in cui l’elettore tende a difendere il proprio campo; un dubbio sull’idoneità fisica o mentale di un candidato agisce invece su un piano pre-politico, perché non chiede di cambiare opinione ma insinua che la scelta potrebbe rivelarsi inutile. Per funzionare non ha bisogno di essere creduto, gli basta essere ricordato: è il meccanismo che la psicologia cognitiva descrive come effetto di verità illusoria, rafforzato dalla nota persistenza della disinformazione anche dopo la smentita.

Questo primo livello si salda con un secondo, ancora più indicativo. Secondo il Centro ucraino per le comunicazioni strategiche, tra le narrazioni ricorrenti c’è quella che presenta Viginum come strumento di controllo e di censura, accanto ad altre secondo cui la Francia avrebbe ceduto la propria sovranità agli Stati Uniti e il prossimo presidente dovrebbe uscire dalla NATO e ricucire con Mosca. Se si accostano questi temi alle campagne di Matryoshka sulle municipali, la strategia appare chiara: da un lato si indeboliscono i candidati percepiti come ostili, dall’altro si costruisce in anticipo una cornice che permetta di contestare l’esito e di presentare le contromisure istituzionali come prova di manipolazione. È in questo scarto che si misura la distanza tra la guerra psicologica classica e la guerra cognitiva come la intende la letteratura più recente. Il bollettino di giugno del Comando alleato per la trasformazione della NATO osserva che ridurre il fenomeno alla categoria di disinformazione rischia di oscurarne il nucleo, ovvero lo sfruttamento delle identità e delle fratture sociali preesistenti: il contenuto falso è il fumo, il bersaglio vero è la fiducia condivisa su cui poggia la deliberazione democratica.

Anche la scelta dei bersagli, apparentemente trasversale, va letta con attenzione. Philippe, Attal e Glucksmann appartengono a famiglie politiche diverse, ma condividono un profilo pubblico critico verso il Cremlino e favorevole al sostegno all’Ucraina. Con il Rassemblement National in testa ai sondaggi del primo turno, che Elabe colloca intorno al 34-35 per cento, indebolire i potenziali sfidanti nell’area che si contende l’accesso al ballottaggio produce effetti asimmetrici. Non serve ipotizzare un coordinamento con forze politiche francesi, e nulla nelle fonti aperte lo suggerisce; basta constatare che la frammentazione dell’area filo-ucraina converge con gli interessi di Mosca, per la quale Parigi resta uno dei pilastri del sostegno europeo a Kyiv.

Resta, naturalmente, la questione dell’impatto reale. Una fonte di sicurezza citata dall’AFP ha descritto l’operazione contro Philippe come poco visibile fino a quando un grande telegiornale nazionale non ne ha dato notizia, collocandola nella routine degli attacchi russi che di rado superano la soglia della notorietà. È un’osservazione che tocca il cuore del problema: molte di queste operazioni hanno numeri organici modesti e acquistano peso proprio quando la denuncia, l’attribuzione istituzionale e la copertura mediatica le portano al centro del dibattito. Chi difende si trova così davanti a un dilemma che nessuna democrazia ha ancora risolto, perché tacere significa lasciare che le narrazioni sedimentino in nicchie da cui possono riemergere al momento opportuno, mentre denunciare significa amplificarle e alimentare l’idea che le istituzioni agitino lo spettro russo per delegittimare il dissenso. Non a caso, nel dibattito italiano, una parte della maggioranza ha reagito agli allarmi parlando di “ansia anti-russa”. La prassi francese suggerisce una via intermedia, fatta di allerta riservata e preventiva ai candidati bersaglio e di una comunicazione pubblica sobria e ancorata a prove verificabili. Occorre però anche una certa umiltà epistemica: l’effetto di queste campagne sul comportamento elettorale è difficile da quantificare, e sopravvalutarlo è paradossalmente un risultato desiderabile per chi le conduce, perché un’opinione pubblica convinta che ogni voto sia manipolato ha già smesso di fidarsi del voto.

Quando il cognitivo incontra il cinetico

Tutto questo non può essere separato dall’escalation della componente fisica della minaccia ibrida. Nella notte tra il 4 e il 5 agosto alcuni droni carichi di esplosivo sono stati rinvenuti presso l’aeroporto di Lipsia/Halle, snodo logistico usato anche per le forniture militari all’Ucraina: uno vicino a velivoli cargo ucraini, un altro che secondo le ricostruzioni avrebbe urtato un aereo in volo, un terzo ritrovato una decina di giorni più tardi. Il 1° settembre Berlino ha attribuito formalmente la responsabilità alla Russia e ha annunciato, tra le contromisure, la chiusura del consolato generale russo a Bonn, mentre l’Alta rappresentante Kaja Kallas parlava di attacchi ibridi ormai cinetici e prospettava il pacchetto di sanzioni più ampio adottato finora.

La coincidenza temporale con le operazioni sulla campagna francese non prova un coordinamento diretto, ma è coerente con un approccio in cui sabotaggio, intimidazione e manipolazione informativa appartengono allo stesso repertorio coercitivo. Gli eventi cinetici producono effetti cognitivi propri, dalla paura al senso di vulnerabilità fino alla polarizzazione sul sostegno a Kyiv, e le operazioni informative preparano e sfruttano il clima emotivo che quegli eventi generano. È questa integrazione, più della sofisticazione delle singole componenti, a definire la minaccia, come ha colto lo stesso ministro degli Esteri Antonio Tajani quando, commentando il caso di Lipsia, ha collegato la guerra ibrida al rischio di condizionamento dei voti europei.

Le risposte di Parigi e di Bruxelles

Di fronte a questo scenario la Francia può contare su uno degli apparati più maturi d’Europa. Viginum, operativo dal 2021, unisce monitoraggio, attribuzione e pubblicazione di rapporti tecnici, mentre lo SGDSN coordina una rete interministeriale che comprende Matignon, il ministero dell’Interno e l’Arcom. Il 16 aprile Macron ha annunciato un progetto di legge contro le ingerenze straniere, pensato in particolare per regolare l’acquisto di visibilità sui social in periodo elettorale, e a giugno Lecornu ha indicato come strumenti possibili nuovi procedimenti d’urgenza davanti al giudice durante la campagna e un inasprimento delle pene, prospettando l’esame parlamentare in autunno. I limiti, però, sono evidenti: il calendario legislativo è stretto rispetto all’orizzonte elettorale, ogni intervento sulla regolazione del discorso online espone il governo proprio a quell’accusa di censura che le reti avversarie coltivano, la dipendenza da piattaforme extraeuropee riduce l’efficacia degli strumenti nazionali, e un’azione giudiziaria che si chiuda a elezioni avvenute ha un valore deterrente limitato.

Sul piano europeo il 2026 ha segnato passi rilevanti. Il rapporto FIMI del SEAE ha introdotto il FIMI Deterrence Playbook, che propone di colpire i nodi abilitanti delle operazioni, cioè intermediari, fornitori di servizi e infrastrutture, per renderle più costose e meno sostenibili; il 15 settembre il Parlamento europeo ha approvato lo Scudo europeo per la democrazia, che individua nella Russia la principale minaccia ibrida esterna, e a fine settembre i ministri sono stati incaricati di elaborare un protocollo di sicurezza d’emergenza, annunciato da Ursula von der Leyen nel discorso sullo Stato dell’Unione, che uno Stato membro potrà attivare per coordinare rapidamente la risposta a una minaccia ibrida. Resta però aperto il nodo di fondo, cioè il passaggio da una postura difensiva, centrata sulla resilienza, a una capace di imporre costi. Kallas ha riconosciuto a marzo che l’Unione è stata finora soprattutto reattiva e che servirebbero misure più offensive, aggiungendo che parte degli strumenti di contrasto dovrebbe restare riservata. Per una democrazia è un terreno scivoloso, perché la trasparenza è insieme un valore da proteggere e una vulnerabilità operativa, e il modo in cui questo equilibrio verrà trovato sarà con ogni probabilità uno dei temi centrali della sicurezza europea nei prossimi anni.

Che cosa significa per l’Italia

L’Italia voterà per le politiche nel 2027, e il caso francese le offre l’opportunità di osservare in anticipo ciò che con buona probabilità la attende. Ai primi di settembre Tajani ha definito consistente il rischio di influenze di Mosca sul voto, e il direttore generale del DIS, Vittorio Rizzi, ha precisato che su indicazione del COPASIR è già stata adottata una serie di misure a tutela del processo elettorale. L’intelligence segnala da tempo campagne di disinformazione, attacchi informatici e sostegno a estremismi, anche con l’impiego dell’IA generativa e soprattutto attraverso canali filorussi su Telegram, e la Relazione annuale presentata a marzo indicava la Federazione Russa come principale minaccia per il continente nel 2026.

La prima lezione riguarda i tempi. In Francia le operazioni contro i candidati sono emerse con nove mesi di anticipo, precedute da una prova sulle amministrative: la finestra utile per prepararsi è quindi già aperta, e le tornate locali e referendarie dei prossimi mesi andrebbero osservate come banchi di prova. La seconda riguarda gli strumenti. Le competenze esistono, distribuite tra comparto intelligence, Agenzia per la cybersicurezza nazionale, AGCOM e forze di polizia, ma l’Italia non dispone a oggi di una struttura con un mandato pubblico paragonabile a quello di Viginum, capace di produrre rapporti tecnici consultabili da media, ricercatori e partiti; non servirebbe necessariamente un nuovo ente, quanto chiarezza di mandato, garanzie di indipendenza e trasparenza sul metodo. Da qui discende la terza lezione: il modello francese di allerta preventiva e riservata ai candidati presi di mira, a prescindere dallo schieramento, è replicabile e ha un valore anche politico, perché riduce il rischio che la difesa dalle ingerenze appaia come uno strumento di parte.

Il punto più delicato, però, è forse un altro. Quando la percezione della minaccia coincide con le appartenenze di coalizione, come accade oggi nel dibattito italiano, ogni allarme viene letto come mossa tattica e ogni silenzio come complicità, e questa stessa divergenza diventa una vulnerabilità sfruttabile. Un quadro condiviso, per esempio un protocollo su attribuzione e comunicazione concordato in sede parlamentare con il coinvolgimento del COPASIR, sottrarrebbe all’avversario uno dei suoi bersagli più redditizi. A ciò si aggiunge una questione tecnologica che finora ha ricevuto poca attenzione: il ricorso crescente agli assistenti conversazionali come fonte di informazione rende urgente un confronto con i fornitori di modelli e con i motori di ricerca sulla tracciabilità delle fonti in lingua italiana, perché una rete come “Pravda”, attiva su decine di Paesi e idiomi, non ha alcun motivo di escludere l’italiano.

Guardando ai prossimi sei mesi, lo scenario più probabile resta quello di una pressione persistente a bassa intensità, fatta di operazioni ricorrenti contro candidati e istituzioni, con impatto organico limitato e picchi di visibilità legati alla copertura mediatica. Non si può però escludere, con una probabilità che va considerata realistica, un’escalation calibrata a ridosso del voto francese, concentrata nelle ultime ore di campagna sotto forma di contenuti sintetici o di materiale sottratto e manipolato, sul modello dei Macron Leaks del 2017, quando la finestra per smentire è ridotta al minimo. E se l’esito dovesse risultare ravvicinato, diventerebbe probabile una campagna di delegittimazione successiva al voto, perfettamente coerente con la cornice narrativa già costruita. In questa prospettiva, i segnali da seguire con più attenzione sono lo spostamento dei falsi dalla reputazione dei candidati alle procedure elettorali, la comparsa di contenuti audio sintetici di qualità superiore a quella vista finora, la sincronizzazione tra episodi di sabotaggio e picchi di attività informativa, la ripresa delle narrazioni da parte di attori interni con ampio seguito e, non ultimo, la replica in Italia di tecniche già sperimentate oltralpe, che confermerebbe la logica del laboratorio.

Conclusioni

Il caso francese offre all’Europa un’occasione rara: osservare in tempo reale, e con un apparato di vigilanza tra i più avanzati, lo sviluppo di una campagna di guerra cognitiva contro un’elezione di primo piano. Ne emerge non tanto la forza delle singole operazioni, spesso grossolane e poco diffuse, quanto la coerenza del disegno: indebolire i candidati sgraditi, saturare l’ambiente informativo, preparare la delegittimazione dell’esito e trasformare le difese istituzionali in argomenti contro le istituzioni stesse.

Per l’Italia la lezione principale riguarda il tempo. Le campagne si costruiscono con mesi di anticipo e con altrettanto anticipo si contrastano, e la finestra per dotarsi di capacità dedicate, regole condivise e un linguaggio comune tra le forze politiche sulla natura della minaccia è aperta adesso, non a campagna avviata. La resilienza cognitiva di una democrazia non si misura sulla capacità di smentire ogni falso, ma sulla tenuta del terreno comune su cui i cittadini, pur divisi, continuano a riconoscere come legittime le regole del confronto. È esattamente quel terreno che la guerra cognitiva prende di mira.

Nota metodologica

L’analisi si basa esclusivamente su fonti aperte aggiornate all’11 ottobre 2026. Le espressioni di probabilità e i livelli di confidenza seguono le convenzioni comunemente adottate nell’analisi d’intelligence. Le attribuzioni ad attori specifici riportano quelle formulate dalle autorità o dagli enti citati e non costituiscono valutazioni autonome dell’autore.

Fonti

Servizio europeo per l’azione esterna, 4th EEAS Report on Foreign Information Manipulation and Interference Threats, marzo 2026.

Il Foglio, «L’intelligence russa ha nel mirino le elezioni in Francia», 5 agosto 2026, e «The race for the Élysée has begun with a clash over Russian interference», 14 agosto 2026. Euronews, servizi del 4 e 16 agosto 2026 sulle operazioni contro Glucksmann, Philippe e Attal; 16 luglio 2026 su Musk e Le Pen; 28 settembre 2026 sul protocollo di sicurezza d’emergenza. Next.ink, «Présidentielle 2027 : des ingérences aux conséquences difficilement quantifiables», 6 agosto 2026.

Kyiv Post, analisi del Centro ucraino per le comunicazioni strategiche sulle reti russe e le presidenziali francesi, agosto 2026.

LCP e Sud Radio, conferenza stampa di Sébastien Lecornu presso lo SGDSN, 11 giugno 2026; Euronews (edizione francese), annuncio del progetto di legge, 17 aprile 2026. La Gaceta / AFP, sulle operazioni rilevate da Viginum alle municipali di marzo 2026. Il Post, La Sicilia e Quotidiano.net, servizi del 1° e 2 settembre 2026 sull’attribuzione tedesca del caso Lipsia/Halle.

ANSA e L’Unione Sarda, dichiarazioni di Antonio Tajani e Vittorio Rizzi, 3 settembre 2026. NATO Allied Command Transformation, CogWar Newsletter, giugno 2026.

NewsGuard, audit sulla rete “Pravda” e i chatbot, 2025.

Anadolu Agency, intervento di Kaja Kallas alla conferenza FIMI, 17 marzo 2026. Quotidiano.net, servizio del 20 settembre 2026 sullo Scudo europeo per la democrazia. Swissinfo / Keystone-ATS, 6 agosto 2026; EWN / AFP sull’indagine francese su X, maggio 2026.

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