RIARMO EUROPEO: UN PRIMO PASSO VERSO L’AUTONOMIA STRATEGICA?

  Focus - Allegati
  11 December 2025
  26 minutes, 47 seconds

Abstract

Negli ultimi anni a livello globale si è assistito ad una serie di sconvolgimenti, tra cui un lento declino del sistema unipolare a dominio statunitense e il riemergere di conflitti armati anche in aree ritenute pacifiche come l’Europa. Questi cambiamenti hanno portato i governi nazionali a prestare maggiore attenzione alla propria sicurezza e alle proprie capacità militari, spingendo Paesi che si ritenevano impreparati a implementare politiche di riarmo. Ciò è avvenuto in particolare in Europa, dove per decenni la questione militare è stata affidata principalmente alla NATO e agli Stati Uniti. Gli eventi recenti hanno quindi determinato un cambiamento di approccio tra gli europei che hanno iniziato a riarmarsi, sia a livello nazionale che a livello sovranazionale tramite l’Unione Europea. Questo riarmo potrebbe avvicinare l’UE all’autonomia strategica che le permetterebbe di agire in modo indipendente sullo scenario internazionale, ma comporta al tempo stesso il superamento di una serie di ostacoli considerevoli. Essi possono essere divisi in tre tipologie: politici, economici e tecnici e interni. Questo articolo mira ad approfondire gli ostacoli qui presentati e a raccontare come il ritorno della militarizzazione richiederebbe uno sforzo e un’unità che l’Unione non sembra avere in questo momento.



Autrice

Sharon Giacomelli - Junior Researcher Mondo Internazionale G.E.O. - Politica



Introduzione

Lo scenario politico e geopolitico globale degli ultimi anni ha visto notevoli e rapidi cambiamenti. Tra i più rilevanti possiamo elencare il declino relativo degli Stati Uniti, l’emergere di un sistema mondiale più competitivo e multipolare e il ritorno della guerra interstatale come priorità anche per le aree più pacifiche come l’Europa. In questo contesto uno dei cambiamenti su cui viene posta l’attenzione è l’aumento delle spese nazionali nel settore della difesa, incremento che a livello mondiale si registra per il decimo anno consecutivo Secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, il 2024 è stato l’anno record per le spese militari che hanno raggiunto la cifra di 2718 miliardi di dollari americani (circa 2340 miliardi di euro), in aumento del 9.4% rispetto all’anno precedente (Stockholm International Peace Research Institute, 2025). A trainare questa crescita è l’Europa, un continente che per decenni ha vissuto una condizione di pace, sviluppando un modello di vista che rigetta l’idea della guerra e rendendosi progressivamente dipendente dalle forniture e dallo scudo militare garantito dall'alleato statunitense.

Negli ultimi anni, però, questo atteggiamento e l’aspettativa di poterlo mantenere a lungo sono stati messi a repentaglio dagli avvenimenti geopolitici e la questione della sicurezza è tornata tra le priorità politiche europee. L’Europa, trovatasi impreparata, ha quindi cercato di rispondere in modo il più repentino e coordinato possibile, adottando a vari livelli una vera e propria politica di riarmo che ha segnato una netta inversione di tendenza rispetto al passato.

La politica di riarmo europea si delinea su due traiettorie principali: da una parte la gran parte dei Paesi europei vuole aumentare la quota delle proprie risorse da destinare alla difesa. Dall’altra, emerge la volontà condivisa dei paesi membri dell'UE di aumentare i fondi dedicati al settore della sicurezza, cercando di migliorare la propria autonomia e indipendenza rispetto ad altri attori, in particolare gli USA.

Il presente articolo si concentrerà in particolare sul secondo aspetto, sebbene sia essenziale considerare che i due sono strettamente connessi.

A livello europeo é opportuno fare riferimento ad una serie di iniziative promosse dalla Commissione Europea guidata da Von der Leyen. In particolare, due sono le iniziative più rilevanti: il libro bianco per la difesa europea e il piano ReArm Europe.

Il libro bianco mira a delineare il percorso verso una maggiore integrazione nel settore della difesa, ambito nel quale la capacità decisionale rimane nelle mani dei vari Stati membri, i quali beneficeranno anche della loro membership nell’UE. Questo documento intende quindi facilitare la produzione efficiente delle industrie e l’utilizzo di truppe e asset.

Il piano denominato ReArm Europe, pubblicato nel marzo 2025, prevede lo stanziamento di €800 miliardi nel settore della difesa, in aggiunta alla creazione di uno strumento di €150 miliardi chiamato SAFE (Commissione Euopea, 2025).

Nel complesso questo piano rappresenta circa il 6% del totale del PIL totale dell’UE e potrebbe segnare un momento di rottura con il passato. Questi fondi potrebbero infatti costituire la spinta essenziale, necessaria e, per alcuni, sperata capace di indirizzare realmente gli Stati membri dell’Unione verso la definizione ed implementazione di una vera politica comune di difesa, portando a termine l’obiettivo di creare la cosiddetta autonomia strategica che renderebbe l’Europa indipendente dagli Stati Uniti. Tuttavia, nonostante gli annunci della Commissione, rimangono notevoli ostacoli alla realizzazione di questo progetto.

Il presente articolo mira a spiegare perché proprio in questi anni gli Stati europei hanno iniziato a ripensare il loro approccio e le loro spese militari, rilanciando il progetto di una difesa comune, e ad approfondire i principali ostacoli alla sua realizzazione.



Contesto storico

I Paesi europei, a partire dal periodo in cui lo scenario internazionale era governato dalla sfida tra Stati Uniti e Unione Sovietica, hanno delegato la propria sicurezza al più forte alleato oltreoceano. Gli Stati Uniti hanno per decenni garantito la loro protezione del Vecchio continente, permettendo agli Stati europei di non aumentare i propri investimenti nel settore militare e della difesa.

Questo ha avuto una serie di conseguenze. Da un lato, ha generato una strutturale dipendenza europea nei confronti delle capacità militari americane, soprattutto in termini di deterrenza, coordinamento operativo e intelligence. Gli europei sono consapevoli che, senza il supporto e l’intervento statunitense, difficilmente sarebbero in grado di affrontare una situazione di conflitto o di intervenire in scenari di conflitto di ampia portata in modo efficace e coordinato. Dall’altro lato, tale dipendenza ha contribuito ad allontanare la possibilità e l’idea stessa di guerra dalle società europee, rafforzando orientamenti politici e culturali inclini al pacifismo e al disarmo.

Tuttavia, questo atteggiamento è drasticamente cambiato negli ultimi anni, nello specifico a seguito di una serie di eventi geopolitici. Due sviluppi , in particolare, possono essere considerati alla radice di questo cambio di paradigma: l’invasione russa dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio 2022 e la rielezione di Donald Trump come Presidente degli Stati Uniti nel novembre 2024.

L’invasione russa da parte della Federazione Russa ha rappresentato il primo spartiacque nella storia europea. Dopo oltre trent’anni di relativa pace sul continente, la guerra è tornata in Europa, con effetti drammatici per le popolazioni coinvolte e profonde ripercussioni a livello politico e strategico. Dal febbraio 2022 la difesa è quindi diventata la priorità centrale in molti paesi europei e per le istituzioni comuni, i quali hanno cercato di supportare finanziariamente e militarmente l’alleato invaso e, al contempo, migliorare e sviluppare le proprie capacità di difesa. È stato proprio in questo contesto che alcuni membri della NATO, l’Alleanza atlantica creata nel secondo dopoguerra come risposta all’espansione dell’influenza sovietica, hanno deciso di aumentare la parte del PIL dedicata alla difesa e alla sicurezza, fino alla definizione dell’impegno a impiegare fino al 5% del proprio prodotto interno lordo in questi settori entro il 2035 (NATO, 2025).

Il ritorno alla Casa Bianca di Donald Trump ha ulteriormente allarmato gli europei. Già durante il suo primo mandato, dal 2017 al 2021, Trump aveva fortemente condannato i membri della NATO che non spendevano il 2% del proprio PIL nella difesa. Le critiche del presidente statunitense all’alleanza atlantica avevano rigenerato il dibattito europeo ripetuto all’autonomia strategica europea e alla sovranità europea. L’arrivo alla Casa Bianca di Joe Biden nel 2021 aveva temporaneamente attenuato le paure europee di una possibile uscita dell’America dall’Alleanza o, quantomeno, di una sua minore partecipazione. Il ritorno di Donald Trump ha nuovamente cambiato le carte in tavola. Non solo ha riprese a sollecitare gli alleati ad incrementare i propri finanziamenti militari, obiettivo raggiunto con l’accordo raggiunto nell’estate del 2025, ma ha anche mutato il proprio approccio nei confronti della guerra russo-ucraina. L’obiettivo prioritario del presidente sembra quello di raggiungere la fine del conflitto, anche facendo pressioni sull’Ucraina per costringerla ad accettare condizioni sfavorevoli e più vicine alle richieste russe. L’indecisione e le idee trumpiane rendono meno sicura la volontà statunitense di aiutare e guidare militarmente e politicamente l’Europa.

La convergenza di questi eventi ha reso la guerra molto più vicina ai confini e alle società europee e la difesa è tornata, dopo moltissimi anni, al centro delle priorità politiche delle leadership del Vecchio continente.



Criticità del percorso di riarmo: aspetti politici

L’idea della creazione di una politica di difesa comune non è un tema nuovo nel processo di integrazione europea, ma affonda le sue radici ai primi anni della Comunità Economica Europea (CEE). Infatti, già nel 1952 è stato avanzato il progetto di creazione della Comunità europea di difesa (CED), in un contesto internazionale caratterizzato dalla nascita delle tensioni bipolari tra Stati Uniti e Unione Sovietica. Nata su proposta francese, lo scopo era quello di creare un’organizzazione militare sovranazionale europea nella quale inquadrare gli eserciti nazionali. In questo modo le nuove truppe tedesche, assieme a quelle degli altri Paesi partecipanti, sarebbero state sotto il controllo di un’autorità europea, diminuendo la preoccupazione francese circa una possibile nuova militarizzazione della Germania. Tuttavia, questo progetto non venne mai implementato. Infatti, affinché la CED potesse entrare in vigore, era necessario che i parlamenti nazionali ratificassero il Trattato istitutivo. Fu proprio il parlamento francese, l’Assemblea nazionale, a respingere la ratifica. Questo cambiamento di posizione di Parigi fu influenzato da due fattori. Il primo fu la morte di Stalin, il leader dell’Unione Sovietica, che alimentò la speranza di una distensione nei rapporti bipolari tra le due superpotenze. Il secondo, invece, riguardò il fenomeno della decolonizzazione e, in particolare, la guerra in Indocina. L’esercito francese era direttamente coinvolto in quella regione e in seno all’Assemblea Nazionale nacque e si diffuse la preoccupazione secondo cui la creazione di una struttura sovranazionale, alla quale delegare le decisioni in ambito militare, avrebbe fatto perdere a Parigi il controllo diretto sull’esercito. La mancata ratifica da parte del parlamento francese decretò la fine del progetto europeo, a favore di un approccio atlantico.

Il fallimento della CED non ha impedito all’Unione di disciplinare la difesa comune anche in sede europea, è stata quindi definita la Politica di Sicurezza e di Difesa comune (PSDC) disciplinata dal Titolo V del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE).

Negli anni Novanta, con la firma del Trattato di Maastricht (1992) si è fatto un passo avanti con la definizione della Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC). Alla fine del decennio, il Trattato di Amsterdam ha introdotto la figura dell’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri (1999). Dieci anni dopo venne definita la Politica di Sicurezza e Difesa Comuni, secondo le indicazioni del Titolo V del Trattato di Lisbona, le quali includevano anche una clausola di mutua difesa tra gli Stati Membri. Nonostante tali sviluppi, il grado di integrazione è rimasto limitato e la collaborazione e cooperazione in ambito militare non hanno assunto un carattere pienamente vincolante.

Nel 2017 l’UE ha poi creato una struttura di difesa comune, essa viene denominata PESCO, ossia Permanent Structured Cooperation. Nata con grandi aspettative, la PESCO coinvolge 26 dei 27 Stati membri, tutti tranne Malta, e mira a creare capacità di difesa comuni, coordinare investimenti e migliorare l’interoperabilità delle forze armate nazionali. Nonostante si ponga un obiettivo ambizioso e assai rilevante, la PESCO rimane limitata. Il problema maggioritario rimane la mancanza di una visione militare comune e coordinata.

Un elemento essenziale da considerare è che ogni azione militare presuppone la definizione di un obiettivo politico chiaro. Questo compito diviene assai complesso dal momento che in ambito europeo si deve trovare un accordo tra 27 Stati membri, ciascuno con la propria tradizione e i propri obiettivi interni ed internazionali. Di conseguenza, in più occasioni gli Stati membri si sono ritrovati a sostenere posizioni e attori diversi e, a volte, addirittura contrapposti.

Questa divisione interna è riscontrabile anche nel due principali scenari di crisi degli ultimi anni: l’invasione russa dell’Ucraina e la risposta israeliana all’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023.

Nel primo caso, sebbene vi sia una unanime condanna all’invasione e un sostegno formale a Kiev, vi sono diverse opinioni sulle modalità di sostegno all’Ucraina e sulle possibili sanzioni contro Mosca. Sono ancora in corso dibattiti sulla possibilità di inviare truppe europee nel territorio invaso a seguito di un ipotetico accordo di tregua o di pace, sostenuto con più forza dalla Francia e alla quale si oppongono Germania e Italia (Zsiros, 2025). In riferimento alle sanzioni, nonostante siano stati approvati diversi pacchetti di sanzioni, la definizione di quali applicare ha mostrato profonde divisioni, ritardando l’entrata in vigore e a volte minacciandone l’efficacia.

La medesima divisione si è riproposta a seguito della reazione del governo di Netanyahu all’attacco di Hamas. Dopo un'iniziale condanna alle azioni del gruppo palestinese, le posizioni europee hanno iniziato progressivamente a divergere. Germania, Austria e Repubblica Ceca hanno continuato a mostrare il proprio supporto alla risposta di Tel Aviv, enfatizzando il diritto di Israele all’autodifesa. Al contrario, Spagna, Irlanda, Belgio e in parte anche la Francia si sono spostati verso posizioni più critiche rispetto alle azioni considerate eccessive e spregiudicate dell’esercito israeliano. La mancanza di visione comune ha impedito la possibile adozione di un pacchetto di sanzioni contro Israele proposto dalla Commissione Europea a causa delle azioni di Tel Aviv (De La Fed, 2025; SkyTg24, 2025). La difficoltà di unire idee differenti è stata resa esplicita dalle parole di Kaja Kallas, l’attuale Alto Rappresentante dell’UE, durante un suo intervento davanti al Parlamento Europeo in riferimento alla necessità di implementare misure sanzionatorie contro Israele. Kallas ha infatti dichiarato: “Io qui non rappresento me stessa, io rappresento 27 Stati membri. Se spettasse a me decidere, personalmente, io una decisione la prenderei. Ma non posso perché rappresento 27 Stati membri e serve l’unanimità” (Ansa, 2025).

Questi sono gli esempi più recenti, ma non sono mancati nel corso dei decenni momenti nei quali l’Unione non ha potuto intervenire a causa delle differenze di visione e di obiettivi tra i propri membri.

In aggiunta alle divisioni politiche, la costruzione di una politica di difesa comune dovrebbe prevedere una serie di modifiche istituzionali che al momento non sembrano essere nell’agenda europea. Sarebbe infatti necessario rafforzare il potere decisionale del Consiglio europeo, il quale dovrebbe definire in modo più chiaro e unitario l’indirizzo della politica estera, superando l’approccio di gestione del rischio che lo ha caratterizzato fino ad ora. Affinché l’Unione possa essere in grado di agire in modo autonomo nello scenario internazionale, è fondamentale un’ulteriore deroga di sovranità alle istituzioni comunitarie. In tale ambito, tuttavia, permane ancora una notevole resistenza da parte delle leadership politiche dei Paesi membri che sono riluttanti ad accettarla, soprattutto in un settore molto sensibile come quello della difesa.







Criticità del processo di riarmo: aspetti economici e tecnici

Una delle principali caratteristiche delle capacità militari europee riguarda la loro forte frammentazione lungo linee nazionali, con rare eccezioni come i Battlegroup dell’Unione. Infatti, gli americani hanno fornito, negli ultimi decenni, gran parte degli strumenti di coordinamento, di comando e di intelligence fondamentali per l’efficacia degli eserciti europei occupati in zone di conflitto o di tensione.

Per raggiungere un livello significativo di autonomia è quindi necessario che l’Europa investa e sviluppi capacità in questi settori specifici. Gli ostacoli principali al riarmo europeo sono la frammentarietà dell’industria della difesa e la capacità finanziaria limitata.

Per quanto riguarda il primo aspetto, la preoccupazione principale relativa alla capacità europea di investire i soldi allocati in modo efficace ed efficiente deriva dalla frammentazione del mercato europeo della difesa, che, a differenza di quello commerciale, rimane di competenza dei vari governi nazionali. Ciascun Paese ha storicamente sviluppato la tendenza ad evolversi in modo isolato e ad affidarsi ad un monopolista nazionale che fornisce gli armamenti che gli sono necessari (Wolff et all., 2025). Questo modello produttivo comporta non solo un aumento delle spese a livello continentale, ma crea anche un sistema caratterizzato da ridondanze nei settori della ricerca e dello sviluppo che aumentano i costi e impediscono la collaborazione e l’interoperabilità dei sistemi nazionali. Infatti, ciascun produttore opera in un mercato relativamente piccolo e produce su scale ridotte, con un livello di concorrenza basso.

Una conseguenza di queste frammentazioni industriali riguarda l’elevata dipendenza europea da fornitori extra-UE. Secondo l’IRIS, l’Istituto di relazioni internazionali e strategiche francese, circa il 78% degli acquisti europei in ambito militare effettuati tra il settembre 2022 e la metà del 2023 proveniva da Paesi terzi rispetto all’Unione, in larga parte dagli Stati Uniti che da soli componevano l’80% del totale (Maulny, 2023). Questa tendenza è evidente anche nel 2024, rafforzata dal continuo supporto militare europeo allo sforzo di resistenza ucraino (Riccio, 2025).

Questa dipendenza strutturale è connessa al fatto che la politica della difesa non rientra tra le competenze attribuite in modo esclusivo alle istituzioni europee dai Trattati fondativi. Ne consegue che le decisioni di spesa nel settore e il loro utilizzo vengono prese prevalentemente a livello nazionale e perlopiù in assenza di una reale coordinazione.

Va sottolineato che la spesa pubblica per la difesa nei Paesi membri dell’UE è stata per decenni insufficiente. Grazie ad un periodo prolungato di pace e all’ombrello di sicurezza fornito da Washington, negli ultimi cinquant’anni la spesa militare nell’UE è stata in calo (EuNews, 2024). Questo sottofinanziamento ha rallentato lo sviluppo di capacità in termini di know-how e avanguardia tecnologica. Di conseguenza, l’Unione non è al passo con i principali concorrenti globali, come Stati Uniti, Cina e Russia. Per cercare di colmare il divario è quindi fondamentale un aumento rapido delle capacità militari europee, il quale comporta la necessità di allocare ingenti risorse finanziarie, incrementando, soprattutto nel breve periodo, il debito pubblico. Nessuno Stato dell’Unione è in grado di, o ha la volontà di, occuparsi delle modifiche e degli sviluppi necessari.

La principale preoccupazione rimane dunque la capacità effettiva dell’Europa di spendere in modo efficiente le risorse stanziate. L’aumento degli investimenti, di per sé, non garantisce un miglioramento delle capacità militari: non è sufficiente investire di più secondo la logica del “more is better”, ma è necessario farlo in maniera coordinata, strategica e orientata a obiettivi comuni.




Criticità del percorso di riarmo: aspetti interni

Il riarmo viene interpretato dalle istituzioni comunitarie e dai governi nazionali come una condizione necessaria ad assicurare la futura sicurezza e stabilità del Vecchio Continente. Un’Europa unita e armata difficilmente potrà essere vittima di un attacco militare esterno e, qualora ciò avvenisse, la risposta dovrà essere decisa e condivisa. Sembra questa l’idea di fondo che ha spinto le élite politiche ad adottare la decisione di finanziare ed investire nel settore delle armi e della difesa.

Tuttavia, vi sono due aspetti interni che rischiano di limitare l’efficacia e la sostenibilità politica del processo di riarmo. Il primo elemento riguarda la diversa percezione delle minacce e, di conseguenza, la diversa disponibilità di accettare i costi e i rischi associati ad un rafforzamento militare-

Da una parte, infatti, i sondaggi mostrano che nel complesso la società europea supporta l’aumento delle spese nella difesa (ECFR, 2025). Secondo il sondaggio dell’ECFR, nei 12 Paesi membri intervistati il supporto è maggiore in Polonia, Danimarca, Regno Unito, Estonia e Romania. L’unico Stato considerato nel quale la maggioranza è opposta è l’Italia, dove la percentuale di chi si oppone fermamente o in modo meno deciso al riarmo è del 57%, contro il 14% che al contrario è favorevole.

Dall’altra parte, si deve riconoscere che alcune opinioni pubbliche sono tradizionalmente più pacifiste e si oppongono maggiormente ad un aumento dell’uso della forza e della produzione militare. Questa differenziazione è ancor più vera se si considera la posizione geografica delle percezioni di minaccia. Non è infatti un caso che tra i Paesi maggiormente favorevoli e pronti a spendere di più in difesa vi siano quelli più vicini al confine con la Russia, cioè: Polonia, Estonia, Svezia (Schickler, 2025). La Polonia, ad esempio, è tra i Paesi europei quelli che hanno il budget militare più elevato in relazione al PIL, pari a circa il 4,5% nel 2025 (Romano, 2025). Al contrario, quegli Stati che storicamente hanno avuto un approccio più positivo e non risentono della vicinanza geografica con Mosca tendono ad opporsi con maggiore forza alla nuova ondata di militarizzazione: Italia, Grecia, Spagna, Portogallo (Euronews, 2025).

Alcune società si oppongono a questo aumento del budget militare non solamente e non tanto perché sono contrarie al rafforzamento delle capacità difensive e offensive del proprio Paese e dell’Unione, o non ritengono vi siano imminenti e importanti minacce alla propria sicurezza. In molti casi, ciò deriva dall’idea che sarebbe più efficace e utile finanziare altri settori, tra cui la sanità e l’istruzione pubblica o forme di intervento contro la lotta al cambiamento climatico o altri fenomeni sociali quali la lotta alla discriminazione di genere.



Prospettive positive

Nonostante il mercato europeo della difesa sia estremamente frammentato e diviso, vi sono però una serie di iniziative sviluppate nel 2025 che potrebbero formare una solida partenza verso una maggiore collaborazione effettiva.

La principale operazione riguarda la sottoscrizione nell’ottobre 2025 da parte di tre colossi europei, l’italiana Leonardo, l’inglese Thales e la francese Airbus, di un Memorandum of Understanding per dare vita al Project Bromo (Almeida e Jolly, 2025). Si tratta di una joint venture che riunirà i settori satellitari delle tre aziende per creare un unico gruppo europeo capace di competere con i giganti americani e cinesi tra cui Starlink di Elon Musk. Lo sviluppo di una partnership di questo tipo riprende un modello che ha dimostrato di funzionare come quelli di MDBA, il consorzio missilistico nato nel 2001 e che ha coinvolto gli stessi tre Paesi europei e che ha permesso la gestione condivisa delle attività seppur mantenendo società nazionali autonome ed indipendenti. Se il Project Bromo sarà capace di rispettare le aspettative che ha creato alla sua nascita, l’Europa potrà avanzare la propria autonomia strategica nello spazio, settore per ora dominato da Stati Uniti e Cina.

Non solo i privati, ma anche le istituzioni europee stanno agendo per rafforzare l’industria della difesa comune. Il 25 novembre 2025 è stato approvato in via definitiva dal Parlamento Europeo il Programma europeo per la Difesa (EDIP) che vuole garantire la disponibilità e la fornitura di armamenti ai Paesi membri. Come ha sottolineato il relatore al progetto Raphaël Glucksmann, appartenente al gruppo europeo S&D, l’EDIP rappresenta “il fondamento della difesa comune e sovrana che [l’Unione deve] costruire” (Parlement Européen, 2025). Due sono i cardini del nuovo programma: la sovranità e la cooperazione. In quest’ottica, l’EDIP mira a finanziare con soldi europei industrie europee, cercando di ridurre la dipendenza da rifornimenti e produzioni estere.

L’importanza di tale progetto è stata ribadita anche dal commissario europeo per la Difesa e lo Spazio, Andrius Kubilius, il quale ha riconosciuto che esso è uno strumento fondamentale affinché l’Europa sia pronta a livello operativo ad agire e lo ha descritto come una “rivoluzione nella politica industriale della difesa”(European Commission, 2025), destinata a ridurre le criticità del sistema attuale, ossia la sua frammentazione e la sua limitata capacità innovativa (Cantarini, 2025).



Effetti geopolitici e conseguenze su autonomia strategica

Il piano di riarmo presenta una lunga serie di effetti positivi, se ben implementato. Un maggior investimento potrebbe consentire all’Unione Europea, o ad un gruppo dei suoi Stati membri, di avere maggiore autonomia e indipendenza nella risposta a crisi o minacce, riducendo la necessità di dipendere da alleanze esterne come la NATO o da attori terzi come gli USA: A questo scopo è però fondamentale che agli investimenti siano associati miglioramento dal punto di vista dell’integrazione e dell’interoperabilità degli armamenti. Non è sufficiente acquistare nuove armi, ma anche sviluppare effettivamente un’industria comune coesa, efficiente e coordinata. Un mercato degli armamenti realmente comune comporterebbe la creazione di un numero importante di posti di lavoro e spingerebbe la crescita economica. Maggiore autonomia e maggiore forza economica potrebbero permettere all’UE di agire come attore globale con un importante peso geopolitico.

Questi elementi positivi sono però anche associati ad una serie di rischi e ostacoli. Tra questi vi è sicuramente il fatto che, nonostante le intenzioni e i piani, rimane una forte dipendenza da fornitori non europei o a catene internazionali, aspetto che rende più difficile raggiungere un’autonomia reale.

Un ultimo aspetto riguarda il rischio di militarizzazione dell’Europa e la creazione di nuove tensioni geopolitiche. Il pericolo maggiore è quello della definizione di un sistema caratterizzato da quello che nelle relazioni internazionali viene definito “trappola della sicurezza” (in inglese security dilemma). Questo concetto deriva dall’approccio realista e descrive il comportamento di uno Stato che decide di riarmarsi come conseguenza del riarmo di un Paese vicino. Infatti, sebbene uno Stato possa avere intenzioni completamente pacifiche, l’aumento degli investimenti nella sicurezza e nella difesa di un Paese vicino lo porterà ad adottare una politica militare difensiva, poiché temerà, o riterrà più probabile, di essere attaccato.

Questo meccanismo potrebbe riproporsi nel caso di un riarmo europeo nei confronti della Russia, nello specifico. Mosca potrebbe interpretare, in chiave offensiva, il riarmo difensivo europeo e vederlo come una minaccia alla propria sicurezza e stabilità (Tripi, 2025). Una delle possibili azioni conseguenti della Russia potrebbe essere aumentare la propria spesa e la propria presenza militare ai confini dell’Unione, rendendo più facile la creazione di tensioni e scontri.




Conclusione

La traiettoria degli ultimi anni sembra chiaramente andare verso un generale riarmo globale. Ma mentre siamo abituati a leggere di numeri considerevoli spesi dagli Stati Uniti, dalla Cina o dalla Russia nel settore militare, lo siamo meno nel vedere che anche la “pacifica” Europa ha intrapreso un percorso analogo. L’Europa stessa ha riconosciuto la necessità di aumentare le proprie spese e capacità militari in questo mutato contesto geopolitico caratterizzato da maggiori preoccupazioni riguardo a possibili offensive da parte di attori terzi.

Come è avvenuto al momento dell’invasione russa dell’Ucraina, anche in questo aspetto l’Europa si è scoperta impreparata per la sfida che deve affrontare, ma sembra abbia l’intenzione di migliorare negli elementi in cui è maggiormente debole. A fronte di un mercato frammentato su linee nazionali, l’UE sta cercando di unificarlo mediante programmi come l’EDIP che mirano a rilanciare la cooperazione e la solidarietà europea. In risposta al sottofinanziamento del settore, lancia un programma di finanziamento ingente.

Queste soluzioni potrebbero però non essere sufficienti a risolvere il problema. La maggiore preoccupazione rimane sulla capacità degli attori europei di sfruttare a proprio favore l’opportunità fornitagli e sviluppare un mercato comune della difesa che sia realmente basato sulla cooperazione e sul sostegno reciproco. Questo è il primo passo per la definizione di una vera autonomia strategica che permetta all’Unione di agire come un attore unito.





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