Negli ultimi anni, l’evoluzione delle tecnologie digitali e la crescente integrazione dell’intelligenza
artificiale nei processi comunicativi hanno trasformato profondamente il rapporto tra informazione,
percezione pubblica e conflitto. Nei contesti di crisi internazionale, la circolazione di immagini, video
e testimonianze online contribuisce sempre più alla costruzione delle narrative attraverso cui eventi
complessi vengono interpretati, semplificati e politicamente legittimati. In questo scenario, la
dimensione informativa della guerra diventa cruciale nell’orientare emozioni, giudizi morali e
percezioni collettive.
Inoltre, la diffusione di strumenti di intelligenza artificiale generativa ha introdotto un ulteriore
elemento di trasformazione. La possibilità di produrre contenuti sintetici realistici, facilmente
condivisibili e potenzialmente indistinguibili da materiali autentici pone nuove sfide alla credibilità
dell’informazione e alla verifica delle fonti. Specialmente nei casi di vittime civili, violenze,
repressione o scenari di distruzione, il loro impatto risiede non solo nella loro eventuale falsità, ma
nella capacità di inserirsi in cornici interpretative già esistenti e di rafforzare reazioni emotive e
politiche.
Alla luce di queste trasformazioni, la presente analisi intende esaminare il ruolo dei contenuti generati
dall’intelligenza artificiale nella manipolazione delle narrative di guerra, con particolare attenzione
al fenomeno delle cosiddette vittime sintetiche. Concentrandosi sul caso iraniano, l’articolo intende
mostrare come immagini e testimonianze artificialmente generate possano contribuire alla
costruzione di percezioni e narrazioni strategiche del conflitto.
L’analisi sostiene che il problema posto dalle “vittime sintetiche” non riguardi soltanto l’autenticità
dei contenuti, ma il loro ruolo nella competizione narrativa contemporanea. In questa prospettiva, il
caso iraniano mette in evidenza le implicazioni strategiche, cognitive, umanitarie ed etico-giuridiche
dell’uso di immagini sintetiche nei contesti di conflitto: dalla protezione dei civili alla crisi della
fiducia nelle evidenze visive, fino alle difficoltà di regolazione e moderazione delle operazioni
informative digitali.
1. Dalla disinformazione alla guerra dell’informazione
La manipolazione dell’informazione costituisce da sempre una componente centrale dei conflitti
armati e della competizione politica tra attori statali. La propaganda, intesa come uso strategico
della comunicazione per influenzare le percezioni, orientare il consenso e delegittimare l’avversario,
ha accompagnato l’evoluzione della guerra moderna sin dall’inizio del XX secolo.
Durante le due guerre mondiali, i governi fecero ampio ricorso ai mezzi di comunicazione di massa
per mobilitare l’opinione pubblica, consolidare il sostegno interno e costruire rappresentazioni
dicotomiche del nemico. Con la Guerra Fredda, la dimensione informativa acquisì un’importanza
ancora maggiore, trasformandosi progressivamente in uno strumento permanente di competizione
geopolitica e ideologica. Ad esempio, la Radio Free Europe utilizzò la trasmissione di notizie e
programmi culturali per contrastare la propaganda sovietica e promuovere ideali democratici nei
Paesi dell'Est. L’efficacia di tali mezzi conferma l’importanza storica della propaganda e la sua
capacità di plasmare l’opinione pubblica.
L’avvento di internet e successivamente dei social media ha però modificato radicalmente la natura
della propaganda contemporanea. Se in passato la comunicazione strategica era prevalentemente
verticale e controllata da apparati statali o mediatici tradizionali, oggi l’ecosistema informativo appare
fortemente decentralizzato, frammentato e caratterizzato da una circolazione estremamente rapida dei
contenuti. Le piattaforme digitali consentono infatti a una molteplicità di attori, Stati, gruppi non
statali, organizzazioni politiche, media alternativi e singoli utenti, di partecipare simultaneamente alla
produzione e diffusione delle narrative di conflitto.
Tale trasformazione ha favorito la crescente centralità della disinformazione nelle dinamiche
contemporanee di sicurezza internazionale. Essa non si limita alla diffusione di contenuti falsi, ma
comprende un insieme più ampio di pratiche volte a manipolare il contesto informativo attraverso la
selezione, l’alterazione o l’amplificazione strategica di informazioni e immagini. L’obiettivo, infatti,
non consiste necessariamente nel convincere di una singola verità, bensì nel generare confusione,
polarizzazione e sfiducia nei confronti delle fonti informative tradizionali, erodendo “the very
mechanisms by which societies construct shared understanding” (Naffi, 2025). La sovrabbondanza
di contenuti e la rapidità con cui essi vengono condivisi online rendono difatti sempre più difficile
verificare l’autenticità delle informazioni, contribuendo a creare un ambiente comunicativo
caratterizzato da incertezza permanente.
L'introduzione dell'intelligenza artificiale ha amplificato ulteriormente tali pratiche, poiché consente
la creazione di contenuti sintetici estremamente realistici in tempi brevi. La crescente diffusione di
strumenti di IA generativa ha infatti ridotto significativamente le competenze tecniche necessarie per
produrre immagini, video e registrazioni audio convincenti, rendendo tali tecnologie accessibili a una
platea sempre più ampia di attori. Inoltre, questi progressi stanno trasformando le modalità di
produzione e diffusione della disinformazione nei contesti di conflitto, facilitando la creazione su
larga scala di contenuti ingannevoli, la loro continua rielaborazione per eludere i sistemi di
moderazione e la rapida propagazione di narrative divisive nello spazio informativo (Fournier-
Tombs, Brubaker and Albrecht, 2023).
Secondo uno studio basato su dati raccolti in 27 Paesi europei, notizie false generate da modelli di IA
possono essere percepite come altrettanto credibili, e talvolta persino più credibili, rispetto a contenuti
analoghi prodotti da esseri umani (Stefkovics and Gere, 2026). Gli autori sottolineano inoltre che
tale effetto non riguarda esclusivamente il testo, ma si estende anche a contenuti multimodali che
incorporano immagini generate artificialmente, confermando il significativo potenziale persuasivo
della disinformazione alimentata dall'IA (Stefkovics and Gere, 2026). In questo contesto, il
problema non consiste soltanto nella diffusione di informazioni false, ma nella crescente capacità
dei contenuti sintetici di mimare le caratteristiche comunicative delle informazioni autentiche,
rendendo più complessa la valutazione della loro attendibilità e aumentando il rischio che narrative
manipolate vengano percepite come credibili dal pubblico. Si crea dunque un rischio concreto
associato ai deepfake, ossia la progressiva erosione della fiducia nei processi attraverso cui individui
e società attribuiscono credibilità alle informazioni (Naffi, 2025). La semplice possibilità che
immagini, video o testimonianze possano essere stati generati artificialmente è infatti sufficiente a
generare dubbi sull'autenticità delle prove disponibili, anche in assenza di evidenze concrete
dell’avvenuta manipolazione. In tale contesto, il problema non consiste soltanto nell'incapacità di
distinguere il vero dal falso, ma nella crescente difficoltà di stabilire cosa possa essere considerato
attendibile, contribuendo ad una vera e propria “crisis of knowing” nell'era digitale (Naffi, 2025).
In tale contesto, i contenuti visivi assumono una rilevanza specifica, poiché immagini e video possono
produrre un impatto emotivo immediato e contribuire alla rapida costruzione di narrative persuasive.
Ciò appare particolarmente evidente nei conflitti armati, dove la disinformazione può inoltre esporre
i civili a violenza ritorsiva, compromettere l’accesso a informazioni vitali per la sicurezza e la
sopravvivenza delle persone, oltre a generare forme significative di sofferenza psicologica (Katz,
2021).
La manipolazione delle narrative nei conflitti contemporanei non produce infatti soltanto
conseguenze sul piano comunicativo, ma può incidere concretamente sulle dinamiche di escalation,
sui processi decisionali e sulle percezioni collettive della legittimità delle operazioni militari.
Questa evoluzione ha progressivamente portato allo sviluppo del concetto di information warfare,
espressione che non indica una singola tecnica di conflitto, ma un insieme di pratiche orientate alla
protezione, manipolazione, degradazione o negazione dell’informazione. Come osserva Libicki
(Libicki, 1995), il concetto comprende diverse forme di competizione informativa, tra cui la guerra
psicologica, nella quale l’informazione viene utilizzata per influenzare percezioni, atteggiamenti e
comportamenti di pubblici amici, neutrali o avversari. Con l’evoluzione del cyberspazio e delle
infrastrutture digitali globali, tali pratiche hanno assunto una dimensione sempre più strategica,
estendendosi oltre il campo di battaglia tradizionale e coinvolgendo direttamente l’opinione pubblica,
le istituzioni e gli ecosistemi informativi delle società contemporanee (Molander, Riddile and Wilson,
1996). A differenza della propaganda tradizionale, la guerra dell’informazione contemporanea si
sviluppa quindi all’interno di ecosistemi digitali globalizzati, nei quali il controllo delle narrative
diventa parte integrante della competizione tra attori internazionali. La crescente integrazione
dell'intelligenza artificiale in questi processi ha ulteriormente ampliato le possibilità operative di tali
campagne, introducendo capacità di produzione e diffusione di contenuti sintetici che saranno
analizzate nella sezione seguente.
2. Intelligenza artificiale e contenuti sintetici: una nuova frontiera della manipolazione
informativa
Negli ultimi anni, strumenti come Midjourney, DALL-E e Stable Diffusion hanno reso possibile la
creazione di immagini altamente realistiche a partire da semplici istruzioni testuali, riducendo
drasticamente le competenze tecniche e le risorse necessarie per produrre contenuti visivi complessi
((Tang et al., 2024 ; Oppenlaender, 2022).
In tale contesto si inserisce il fenomeno dei synthetic media, ossia contenuti prodotti o modificati in
n forma di immagini, video, testo o audio, generalmente attraverso tecnologie di intelligenza
artificiale. Tra questi, particolare attenzione è stata riservata ai cosiddetti deepfake, definiti come
contenuti audiovisivi artificialmente generati o alterati al fine di rappresentare persone, oggetti o
situazioni reali o fittizie in modo convincente (Canadian Digital Regulators Forum, 2025). Essi si
distinguono dalle forme tradizionali di disinformazione in quanto risultano estremamente
convincenti, facilmente scalabili e sempre più accessibili (Naffi, 2025). In una prospettiva più ampia,
il World Economic Forum evidenzia come la diffusione di dati e contenuti sintetici possa generare
rischi significativi di governance, tra cui la creazione di materiali ingannevoli, l’impersonificazione
di individui, la diffusione di disinformazione e l’erosione della fiducia pubblica nell’autenticità delle
informazioni disponibili (World Economic Forum, 2025). La sola possibilità che un contenuto possa
essere stato generato artificialmente è spesso sufficiente a generare dubbi sulla sua autenticità,
contribuendo ad alimentare una più ampia crisi della fiducia nell'informazione.
Diversi studi mostrano che gli individui incontrano notevoli difficoltà nel distinguere immagini
autentiche da immagini generate artificialmente, difficoltà che emergono sia negli esperimenti su
immagini generate dall’IA in generale, sia negli studi condotti su volti sintetici, inclusi volti familiari
o riconoscibili, che possono essere percepiti come indistinguibili da fotografie reali (Frank et al.,
2023; Kramer et al., 2025; Roca et al., 2025). In condizioni di fruizione ordinaria dei social media,
tali difficoltà risultano ulteriormente accentuate. Gli utenti raramente analizzano le immagini in modo
lento e sistematico: più spesso le osservano rapidamente, all’interno di flussi informativi continui,
privilegiando una comprensione generale della scena rispetto all’esame dei dettagli. Il sistema
percettivo umano tende a cogliere il significato complessivo di un’immagine, mentre anomalie visive,
incoerenze anatomiche o errori di generazione possono passare inosservati se l’attenzione non è
orientata specificamente alla loro individuazione. In questo senso, la vulnerabilità ai contenuti
sintetici non dipende soltanto dal realismo tecnico delle immagini, ma anche dalle modalità cognitive
e ambientali attraverso cui esse vengono normalmente consumate online.
A ciò si aggiungono ulteriori fattori cognitivi. Gli individui tendono generalmente a elaborare le
informazioni attraverso processi mentali rapidi e intuitivi, basati su scorciatoie cognitive (heuristics),
piuttosto che mediante valutazioni analitiche approfondite. Quando un'immagine appare coerente con
convinzioni, aspettative o orientamenti politici preesistenti, la probabilità che venga accettata come
autentica aumenta sensibilmente.
In questo quadro, l’intelligenza artificiale rappresenta un importante moltiplicatore delle operazioni
di influenza contemporanee. Come evidenziato dal Global Risks Report 2026, la disinformazione e
la misinformation figurano tra i principali rischi globali nel breve periodo, mentre gli esiti avversi
delle tecnologie di intelligenza artificiale registrano il maggiore aumento di rilevanza tra l’orizzonte
a due anni e quello a dieci anni (World Economic Forum, 2026). Lo stesso report sottolinea inoltre
come l’impiego malevolo dell’IA generativa possa produrre contenuti sintetici altamente convincenti,
inclusi ordini falsificati o filmati artificiali del campo di battaglia, con il rischio di generare
confusione nei processi decisionali umani e tecnologici in contesti di conflitto.
Tale fenomeno si collega al concetto di liar’s dividend, elaborato da Chesney e Citron (Chesney e
Citron, 2019), secondo cui la crescente consapevolezza della possibilità di creare contenuti
audiovisivi falsificati consente anche di mettere in dubbio prove autentiche, sostenendo che siano
state generate o manipolate artificialmente. In questo scenario, la diffusione dei deepfake produce un
duplice effetto: da un lato aumenta la capacità di creare false rappresentazioni della realtà; dall’altro
offre a individui, governi o attori politici uno strumento retorico per contestare informazioni reali e
verificabili. La manipolazione informativa non si limita quindi alla produzione di falsi credibili, ma
rischia di compromettere la fiducia nelle evidenze visive e nei meccanismi di verifica
tradizionalmente utilizzati per accertare i fatti (Chesney and Citron, 2019; Mea Digital Evidence
Integrity, 2026).
Inoltre, la crescente capacità dei sistemi generativi di creare immagini, video e testimonianze
apparentemente autentiche amplia infatti le possibilità di influenza sulle percezioni individuali e
collettive. In questa prospettiva, l'IA può essere interpretata come uno strumento capace di incidere
sulla dimensione cognitiva degli individui, contribuendo a modellare interpretazioni, emozioni e
processi decisionali. In questo contesto, le moderne operazioni di influenza mirano sempre più a
produrre effetti attraverso i processi cognitivi di interpretazione delle informazioni, trasformando la
percezione stessa in un terreno di competizione strategica (Stato Maggiore della Difesa, 2023).
Alla luce di queste trasformazioni, l'intelligenza artificiale non può essere considerata semplicemente
come una nuova tecnologia comunicativa. Essa rappresenta piuttosto uno strumento capace di
amplificare e trasformare le dinamiche della guerra dell'informazione contemporanea, incidendo
direttamente sulla costruzione delle percezioni collettive e sulla competizione per il controllo delle
narrative. È proprio in questa prospettiva che si inserisce il caso delle cosiddette “vittime sintetiche”
diffuse nel contesto iraniano, che costituisce un esempio particolarmente significativo delle
potenzialità e dei rischi associati all'impiego strategico dei contenuti generati artificialmente.
3. Il caso iraniano: le “vittime sintetiche” e la costruzione delle narrative di conflitto
L'emergere di contenuti generati artificialmente raffiguranti presunte vittime del governo iraniano
rappresenta un caso significativo dell'intersezione tra intelligenza artificiale, guerra dell'informazione
e competizione narrativa. Negli ultimi mesi numerosi contenuti audiovisivi raffiguranti donne
iraniane vittime di violenze, repressioni e persecuzioni hanno iniziato a circolare sulle piattaforme
digitali e sui social media. In uno dei casi più discussi, una presunta ex detenuta raccontava di essere
stata sottoposta a violenze sessuali durante la repressione delle proteste di gennaio 2026 (Al Jazeera,
2026). Successive verifiche hanno però dimostrato che il video era stato generato artificialmente
attraverso strumenti di intelligenza artificiale: non solo il volto della donna risultava sintetico, ma
l'intera scena, librerie, tende, samovar, era stata costruita artificialmente, senza che i creatori
indicassero l'origine della testimonianza (Al Jazeera, 2026). Il video risulta essere un prodotto
dell’organizzazione israeliana Generative AI for Good, che si presenta come una società d’impatto
impegnata nello sviluppo di iniziative basate sull’IA per amplificare “silenced voices” e generare
consapevolezza su questioni sociali ad alto impatto (Al Jazeera, 2026; Generative AI for Good,
n.d.).
Un aspetto particolarmente rilevante riguarda la costruzione narrativa interna a tali contenuti. Nel
video analizzato da Al Jazeera, la figura sintetica non si limita a descrivere violenze generiche, ma
attribuisce gli abusi a soggetti identificati attraverso tratti etnici specifici: arabafoni, afghani, persone
dagli 'occhi a mandorla'. Tale scelta narrativa non è casuale: il contenuto non si limita ad accusare il
governo iraniano, ma attiva un immaginario nazionalista che costruisce un nemico interno di carattere
etnico, sovrapponendo alla propaganda antigovernativa una dimensione identitaria capace di
intercettare e amplificare tensioni preesistenti (Al Jazeera, 2026).
Le immagini di sofferenza umana risultano particolarmente efficaci perché favoriscono un processo
di identificazione emotiva con la vittima: il pubblico non si confronta soltanto con un’informazione,
ma con una figura individualizzata, vulnerabile e apparentemente reale, alla quale è portato ad
attribuire innocenza, credibilità e bisogno di protezione. In questo meccanismo, l’empatia può
rapidamente trasformarsi in indignazione morale e nella ricerca di un responsabile chiaramente
identificabile. Come osservano Chesney e Citron (Chesney e Citron, 2019), i deepfake possono
rendere più credibili accuse relative a vittime civili o abusi militari, influenzando il terreno della
competizione narrativa e, in alcuni casi, contribuendo alla mobilitazione politica o a reazioni
violente. Nel caso iraniano, tale dinamica assume un rilievo ulteriore: quando la sofferenza della
vittima sintetica viene associata a responsabili descritti attraverso categorie etniche o identitarie,
l’identificazione con la vittima può contribuire non solo alla delegittimazione dell’avversario
politico, ma anche all’alimentazione di ostilità verso gruppi specifici. Il danno cognitivo, dunque,
non consiste soltanto nell’eventuale accettazione di un falso come vero, ma nella capacità del
contenuto di orientare emozioni, attribuzioni di colpa e predisposizioni ostili prima ancora che la sua
autenticità venga verificata o contestata.
Le figure femminili presenti nei video e nelle immagini condividono caratteristiche ricorrenti: giovani
donne rappresentate come vittime, private di capacità di azione autonoma e bisognose di protezione
esterna. Tale rappresentazione richiama stereotipi consolidati nella costruzione occidentale del Medio
Oriente, contribuendo a rafforzare una lettura moralizzata e riduzionista delle dinamiche politiche
regionali. Come evidenziato da Edward Said nel suo saggio Orientalismo, le società mediorientali
sono state frequentemente descritte attraverso categorie che le rappresentano come arretrate,
oppressive e incapaci di garantire libertà e diritti fondamentali, mentre l'Occidente assume il ruolo di
soggetto civilizzatore e liberatore (Said, 1978). In questo quadro, la figura della donna musulmana
oppressa occupa una posizione centrale, poiché consente di trasformare questioni geopolitiche
complesse in narrazioni moralmente semplificate.
È opportuno precisare che l'analisi critica di tali rappresentazioni non implica la negazione delle
violenze reali perpetrate nei contesti di conflitto e di repressione. Come sottolinea esplicitamente
Soraya Lennie di Al Jazeera, la denuncia della manipolazione narrativa non equivale a mettere in
dubbio l'esistenza di vittime reali di violenza statale e sessuale (Al Jazeera, 2026). Il problema non
risiede nella rappresentazione della sofferenza in quanto tale, ma nella produzione deliberata di
vittime fittizie finalizzata a orientare la percezione pubblica e legittimare determinate posizioni
politiche.
Le osservazioni formulate si inseriscono proprio in questa prospettiva. La giornalista sottolinea come
la rappresentazione delle donne orientali come vittime indifese da salvare costituisca uno degli
strumenti propagandistici più efficaci nelle strategie di comunicazione politica contemporanee,
progettato per intercettare specificamente il pubblico occidentale. (Al Jazeera, 2026). Attraverso tale
rappresentazione, conflitti caratterizzati da una molteplicità di fattori storici, politici e strategici
vengono reinterpretati attraverso una lente prevalentemente morale ed emotiva, nella quale la
distinzione tra vittime e responsabili appare immediata e priva di ambiguità.
È significativo a questo proposito il caso delle immagini raffiguranti otto presunte donne iraniane
condannate a morte, condivise dal presidente statunitense Donald Trump come esempio delle
violazioni dei diritti umani attribuite a Teheran (Al Jazeera, 2026). Sebbene la magistratura iraniana
abbia negato le accuse e diversi analisti abbiano contestato l’autenticità delle immagini, discutendo
se fossero completamente generate dall’IA o soltanto ritoccate, le caratteristiche visive delle figure
appaiono costruite secondo codici estetici facilmente riconoscibili da un pubblico occidentale:
giovani, attraenti, prive di velo e, in diversi casi, bionde. Tali scelte non sembrano rispondere a criteri
di rappresentazione realistica, ma a una logica di massimizzazione dell’identificazione emotiva.
Questo episodio mostra come la capacità persuasiva delle immagini non dipenda soltanto dalla loro
autenticità, ma anche dalla loro coerenza con aspettative, schemi interpretativi e sensibilità politiche
preesistenti. In un ambiente digitale caratterizzato da un consumo rapido dei contenuti e da una
bassa propensione alla verifica, immagini emotivamente coinvolgenti possono quindi contribuire a
orientare la percezione degli eventi anche quando la loro autenticità viene successivamente contestata.
In questa prospettiva, il valore delle immagini generate artificialmente non dipende tanto dalla loro
autenticità, quanto dalla loro capacità di influenzare il modo in cui eventi e attori vengono percepiti
e interpretati. Considerando l'influenza come l'insieme di strumenti e metodologie impiegati per
orientare il pensiero umano attraverso i processi di interpretazione delle informazioni (Stato Maggiore
della Difesa, 2023), le “vittime sintetiche” osservate nel caso iraniano possono essere lette come
strumenti di costruzione narrativa capaci di intervenire direttamente sulla dimensione cognitiva del
conflitto, non solo falsificando, ma orientando lo schema attraverso cui quell'evento viene compreso,
giudicato e utilizzato come base per posizioni politiche.
4. Cognitive Warfare e competizione narrativa nell'era dell'intelligenza artificiale
L'evoluzione delle tecnologie digitali e l'espansione dello spazio informativo hanno progressivamente
trasformato il modo in cui gli attori statali e non statali perseguono obiettivi strategici. Se le
tradizionali operazioni di influenza miravano prevalentemente a controllare il flusso delle
informazioni, le più recenti riflessioni teoriche evidenziano come il vero terreno di competizione sia
sempre più rappresentato dalla dimensione cognitiva degli individui. In questa prospettiva, l'obiettivo
non consiste semplicemente nel diffondere un determinato messaggio, bensì nel modellare il modo
in cui esso viene percepito, interpretato e interiorizzato dalle audience di riferimento.
Negli ultimi anni, tali trasformazioni hanno favorito la progressiva affermazione del concetto di
cognitive warfare. La cognitive warfare può essere definita come un'operazione multidominio che
impiega mezzi, azioni e strumenti attraverso i domini fisici, il cyberspazio e l'ambiente informativo
al fine di influenzare il comportamento umano e generare effetti nella dimensione cognitiva, con
l'obiettivo di ottenere un vantaggio sull'avversario (Stato Maggiore della Difesa, 2023). In una
prospettiva analoga, la NATO definisce la cognitive warfare come una competizione per la “cognitive
superiority”, basata su attività militari e non militari deliberate e sincronizzate lungo l’intero
continuum della competizione, finalizzate a ottenere, mantenere e proteggere un vantaggio cognitivo
(NATO Allied Command Transformation, 2026). Du Cluzel descrive tale fenomeno come una forma
di manipolazione della cognizione dell’avversario, orientata a indebolirne, influenzarne o alterarne i
processi decisionali (Du Cluzel, 2021). Ne deriva che la cognitive warfare non riguarda soltanto il
controllo dell’informazione disponibile, ma la capacità di incidere sul modo in cui individui, società
e istituzioni percepiscono, interpretano e reagiscono agli eventi.
Il caso delle “vittime sintetiche” analizzato nella sezione precedente costituisce un elemento centrale
dell’analisi, poiché consente di osservare in modo concreto come l’IA generativa possa essere
impiegata nella costruzione di narrative di conflitto. Gran parte della letteratura su deepfake,
disinformazione e cognitive warfare tende infatti a concentrarsi sui rischi generali dei contenuti
sintetici o sulla loro capacità di ingannare il pubblico. Il caso iraniano permette invece di evidenziare
una dinamica più specifica: la creazione di figure vittimarie artificiali non mira soltanto a produrre
un falso credibile, ma a costruire un dispositivo narrativo capace di attivare schemi interpretativi
preesistenti, rafforzare predisposizioni emotive e orientare il modo in cui il conflitto viene percepito
e giudicato.
In questo senso, le “vittime sintetiche” possono essere lette come strumenti di influenza cognitiva nel
senso tecnico di metodologie finalizzate a orientare il pensiero umano agendo sui processi di
interpretazione delle informazioni e sfruttando fattori identitari, culturali ed emotivi (Stato Maggiore
della Difesa, 2023). Il valore aggiunto del caso iraniano risiede proprio nel mostrare come tali
meccanismi possano operare simultaneamente su più livelli: sul piano internazionale, contribuendo
alla costruzione di narrative di legittimazione o delegittimazione; sul piano sociale e identitario,
rafforzando rappresentazioni polarizzanti attraverso la selezione strategica delle vittime, dei
responsabili e dei codici emotivi utilizzati nella narrazione.
Chesney e Citron evidenziano inoltre una conseguenza sistemica spesso sottovalutata: quando la
verità diventa una questione di percezione e la plausibilità della manipolazione è sufficiente a
screditare qualsiasi evidenza, il potere tende a concentrarsi nelle mani di chi dispone della voce più
prominente e delle risorse comunicative più ampie (Chesney e Citron, 2019). In questo scenario, gli
attori in grado di controllare i canali informativi dominanti acquisiscono un vantaggio strutturale,
poiché possono contestare prove scomode invocando la possibilità della manipolazione artificiale
senza necessità di confutarle nel merito. Tale dinamica si presta a letture particolarmente rilevanti
nel caso iraniano, dove la disponibilità di contenuti sintetici può essere invocata tanto per costruire
narrative accusatorie quanto per delegittimare documentazione autentica relativa alle violazioni dei
diritti umani.
Le conseguenze di tali dinamiche non si limitano al dominio informativo. Come evidenziato
dall'International Committee of the Red Cross (ICRC), le operazioni informative e digitali possono
produrre effetti concreti sulla sicurezza e sul benessere delle popolazioni civili durante i conflitti
armati (Katz, 2021). Il rapporto Protecting Civilians Against Digital Threats During Armed Conflict,
sottolinea infatti come la digitalizzazione abbia amplificato la scala, la velocità e la portata delle
operazioni informative, che possono distorcere i fatti, influenzare credenze e comportamenti,
alimentare tensioni sociali, diffondere sfiducia e aumentare i rischi di danno per i civili (ICRC,
2023). Tali dinamiche possono colpire in modo particolare donne, minori e minoranze in situazione
di vulnerabilità, oltre a compromettere la disponibilità, l’integrità e l’affidabilità delle informazioni
critiche di cui i civili hanno bisogno per la propria sicurezza e sopravvivenza (ICRC, 2023). In questo
senso, i danni prodotti dalle campagne informative non devono essere considerati esclusivamente
simbolici o immateriali, poiché possono incidere concretamente sulla capacità delle popolazioni civili
di orientarsi e proteggersi in contesti di conflitto.
Queste dinamiche sollevano anche questioni etico-giuridiche rilevanti. La cognitive warfare non
dispone ancora di una definizione giuridica univoca e condivisa, e ciò rende più complessa la sua
qualificazione all’interno delle categorie tradizionali del diritto internazionale. Marsili osserva infatti
che concetti come cyber warfare, information warfare e cognitive warfare restano fluidi, privi di
una definizione legale consolidata e spesso collocati al di sotto della soglia del conflitto armato in
senso stretto (Marsili, 2023). Questa ambiguità terminologica e giuridica è particolarmente
problematica in quanto, le operazioni digitali e informative possono contribuire a rendere più
sfumata la distinzione tra dimensione civile e militare, soprattutto quando coinvolgono piattaforme
digitali, infrastrutture civili, attori privati e popolazioni esposte alla manipolazione informativa
(Devidal, 2026).
Il problema non si limita quindi soltanto alla falsità dei contenuti, ma anche la difficoltà di stabilire
quali norme si applichino a pratiche che producono effetti reali attraverso strumenti non cinetici. Parte
della dottrina ha discusso se, in casi estremi, operazioni cognitive capaci di causare danni fisici,
destabilizzazione grave o interruzione di servizi essenziali possano avvicinarsi alla soglia del divieto
dell’uso della forza ai sensi dell’articolo 2(4) della Carta delle Nazioni Unite (Pobjie 2024 ;
Wanyana, 2025). Tuttavia, tale qualificazione richiede criteri stringenti, tra cui gravità, intenzione,
nesso causale diretto e conseguenze materiali significative (Wanyana, 2025). Per questo motivo, nel
caso delle vittime sintetiche, appare più prudente parlare di una zona grigia etico-giuridica: i
contenuti generati dall’IA difficilmente integrano di per sé un uso della forza, ma possono
comunque incidere su beni giuridici e morali rilevanti, quali la sicurezza dei civili, l’accesso a
informazioni affidabili, la dignità delle vittime rappresentate e l’autonomia cognitiva delle audience.
Anche le risposte regolatorie e di moderazione presentano difficoltà significative. Come sottolineano
Lahmann, Custers e Scott, gli strumenti basati sull’intelligenza artificiale per individuare o
contrastare campagne di cognitive warfare possono interferire con diritti fondamentali quali privacy,
protezione dei dati, libertà di espressione, libertà di informazione e autodeterminazione democratica
(Lahmann, Custers e Scott, 2025). Inoltre, l’impossibilità di dimostrare un nesso causale diretto tra
un contenuto manipolato e un determinato effetto politico o sociale rende particolarmente delicato
l’intervento statale o algoritmico nello spazio informativo. Ne deriva che ogni misura di contrasto
dovrebbe essere fondata su una base legale chiara, rispettare criteri di necessità e proporzionalità e
bilanciare la protezione dell’ecosistema informativo con la tutela delle libertà fondamentali.
A tale dimensione umanitaria ed etico-giuridica si affianca inoltre una conseguenza di carattere
diplomatico e strategico. Contenuti sintetici strategicamente diffusi possono vincolare le opzioni di
risposta dei governi attraverso l'infiammazione dell'opinione pubblica: una volta che narrative
visivamente potenti hanno orientato la percezione collettiva di un evento, diventa politicamente
difficile assumere posizioni moderate o sfumate senza incorrere in costi reputazionali significativi
(Chesney e Citron, 2019). Nel caso iraniano, la circolazione di immagini di presunte vittime, anche
laddove successivamente contestate, ha contribuito a costruire un quadro narrativo nel quale qualsiasi
posizione diplomatica più cauta rischiava di essere percepita come connivenza o indifferenza. Questo
meccanismo trasforma i contenuti sintetici da semplici strumenti di disinformazione a leve capaci di
condizionare i margini di manovra diplomatica degli attori internazionali, con ricadute dirette sulla
gestione dei conflitti e sulla formulazione delle politiche esterne.
In conclusione, il caso delle vittime sintetiche nel contesto iraniano mostra come i contenuti generati
dall’intelligenza artificiale non possano essere considerati soltanto falsificazioni visive o strumenti di
disinformazione. La loro rilevanza risiede soprattutto nella capacità di costruire cornici narrative
emotivamente efficaci, attraverso cui vittime, responsabili e dinamiche di conflitto vengono
selezionati, rappresentati e interpretati. In questo senso, il caso analizzato evidenzia il passaggio da
una manipolazione dell’informazione intesa come alterazione del contenuto a una manipolazione più
profonda dei processi di percezione, identificazione emotiva e attribuzione di colpa.
Le vittime sintetiche appaiono quindi come una manifestazione significativa delle trasformazioni
della guerra dell’informazione nell’era dell’IA generativa. Esse mostrano come la competizione
narrativa contemporanea si giochi sempre più sulla capacità di orientare non solo ciò che il pubblico
vede, ma anche il modo in cui interpreta ciò che vede. Questa dinamica solleva questioni centrali per
la sicurezza internazionale: la protezione dei civili nello spazio informativo, la tutela dell’affidabilità
delle evidenze visive, la difficoltà di regolare contenuti sintetici senza comprimere libertà
fondamentali e il rischio che la sofferenza, anche quando artificialmente costruita, venga utilizzata
come risorsa strategica nei conflitti contemporanei.
Contenuto dell’informazione
1. Confermata: Confermato da altre fonti indipendenti; logico in sé; coerente con altre
informazioni sull’argomento.
2. Presumibilmente vera: Non confermato; logico in sé; consistente con altre informazioni
sull’argomento.
3. Forse vera: Non confermato; ragionevolmente logico in sé; concorda con alcune altre
informazioni sull’argomento.
4. Incerta: Non confermato; possibile ma non logico in sé; non ci sono altre informazioni
sull’argomento.
5. Improbabile: Non confermato; non logico in sé; contraddetto da altre informazioni sul
soggetto.
6. Non giudicabile: Non esiste alcuna base per valutare la validità dell’informazione.
Affidabilità della fonte
1. Affidabile : Nessun dubbio di autenticità, affidabilità o competenza; ha una storia di
completa affidabilità.
2. Normalmente affidabile : Piccoli dubbi di autenticità, affidabilità o competenza; tuttavia ha
una storia di informazioni valide nella maggior parte dei casi.
3. Abbastanza affidabile : Dubbio di autenticità, affidabilità o competenza; tuttavia, in passato
ha fornito informazioni valide.
4. Normalmente non affidabile : Dubbio significativo sull’autenticità, affidabilità o
competenza; tuttavia in passato ha fornito informazioni valide.
5. Inaffidabile : Mancanza di autenticità, affidabilità e competenza; storia di informazioni non
valide.
6. Non giudicabile : Non esiste alcuna base per valutare l’affidabilità della fonte.
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