Accordo UE–Mercosur, via libera degli ambasciatori ma la Francia dice no: lo scontro politico entra nel vivo

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  Tiziano Sini
  16 January 2026
  3 minutes, 20 seconds

L’accordo di libero scambio tra Unione europea e Mercosur compie un passo decisivo, ma lo fa in un clima di forte tensione politica. Gli ambasciatori dei 27 Stati membri dell’UE hanno infatti dato il via libera al mandato per la firma dell’intesa con i Paesi Mercosur, aprendo la strada alla conclusione di uno dei più grandi accordi commerciali mai negoziati da Bruxelles.

Allo stesso tempo, però, la Francia ha annunciato ufficialmente il proprio voto contrario, mettendo in minoranza il presidente Emmanuel Macron e segnalando che la battaglia politica è tutt’altro che conclusa.

Il voto degli ambasciatori rappresenta un passaggio chiave dopo oltre venticinque anni di negoziati complessi e spesso bloccati. L’accordo UE–Mercosur mira a creare una vasta area di libero scambio che coinvolgerebbe circa 700 milioni di persone, riducendo i dazi doganali e facilitando gli scambi tra i due blocchi. Per l’Unione europea, l’intesa è considerata strategica: consentirebbe di rafforzare l’export industriale, diversificare le relazioni commerciali e ridurre la dipendenza da altri mercati in un contesto globale segnato da instabilità geopolitica e crescente protezionismo[1].

Nonostante la maggioranza favorevole, il via libera non è stato unanime. Francia, Polonia, Austria, Ungheria e Irlanda hanno espresso un voto contrario, mentre il Belgio si è astenuto. Tra questi Paesi, la posizione francese è quella che ha suscitato maggiore attenzione politica e mediatica. Parigi ha, infatti, confermato che voterà “no” all’accordo, una scelta che ha isolato la Francia rispetto alla maggioranza degli Stati membri e che ha messo in difficoltà lo stesso Emmanuel Macron, finito in minoranza su un dossier altamente sensibile[2].

Alla base dell’opposizione francese ci sono soprattutto le preoccupazioni legate all’agricoltura. Il governo e una larga parte della classe politica temono che l’accordo favorisca l’ingresso nel mercato europeo di prodotti sudamericani – in particolare carne bovina, pollame, zucchero e soia – realizzati a costi inferiori e secondo standard ambientali e sanitari considerati meno rigorosi rispetto a quelli europei. Un timore condiviso da ampie fasce del mondo agricolo, che negli ultimi mesi ha dato vita a proteste e mobilitazioni in diversi Paesi dell’UE.

Proprio queste tensioni spiegano perché numerosi eurodeputati francesi abbiano già annunciato battaglia in Parlamento europeo. Sebbene il voto degli ambasciatori consenta di procedere verso la firma dell’accordo, il passaggio decisivo sarà infatti l’approvazione dell’Eurocamera. È in quella sede che l’intesa potrebbe ancora essere bloccata o profondamente modificata, se dovesse emergere una maggioranza contraria.

La Commissione europea, dal canto suo, continua a difendere l’accordo sottolineando le garanzie introdotte per proteggere i settori più vulnerabili. Bruxelles evidenzia l’esistenza di clausole di salvaguardia che permetterebbero di intervenire rapidamente in caso di squilibri del mercato, oltre agli impegni sul rispetto dell’Accordo di Parigi e sulla tutela ambientale. Tuttavia, per molti oppositori queste misure restano insufficienti o difficili da applicare concretamente.

Il caso francese mette in luce una frattura più ampia all’interno dell’Unione europea: da un lato chi vede nel Mercosur un’opportunità economica e geopolitica, dall’altro chi teme che l’apertura dei mercati avvenga a scapito dell’agricoltura e degli standard europei. Il fatto che Parigi abbia deciso di votare contro, pur sapendo di essere in minoranza, rafforza il valore simbolico dello scontro e preannuncia un dibattito acceso nei prossimi mesi[3].

In definitiva, il via libera degli ambasciatori UE segna un progresso importante verso la conclusione dell’accordo UE–Mercosur, ma non ne garantisce l’esito finale. Con la Francia apertamente contraria e il Parlamento europeo chiamato a esprimersi, il futuro dell’intesa resta incerto. La partita, ora, si sposta sul terreno politico, dove consenso, pressioni interne e equilibri tra Stati membri potrebbero ancora riscrivere il destino di uno dei dossier commerciali più controversi dell’Unione.


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