Che 25 aprile è stato? L’ottantesimo della Liberazione durante il lutto nazionale

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  Emma Zurru
  28 April 2025
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È passato l’ottantesimo Anniversario della Liberazione dal nazifascismo, caduto il 25 aprile di questo anno, e ha attraversato le usuali e ormai consolidate polemiche: è o non è una ricorrenza divisiva, rappresenta o non rappresenta l’Italia tutta, si può o non si può avvicinare la lotta partigiana a tutte le lotte del presente.

Quest’anno si è aggiunta al dibattito pubblico una condizione particolare: il 25 aprile è rientrato nei cinque giorni di lutto nazionale disposti dal Consiglio dei ministri per la morte di Papa Francesco, il cui funerale ha avuto luogo il giorno seguente, sabato 26. Il numero dei giorni di lutto aveva suscitato già di per sé forti critiche, infatti è la prima volta che il lutto nazionale per un Papa è così lungo: storicamente, è durato al massimo tre giorni, come nel 2005 per Papa Giovanni Paolo II, ma in passato ci sono stati anche lutti di un solo giorno (come per la morte di Paolo IV, nel 1978).

Il lutto nazionale non è normato da leggi precise, a differenza dei funerali di Stato che sono regolati dalla legge n. 36 del 7 febbraio 1987, ma è gestito a discrezione dei governi. La prassi vuole che “nel periodo di lutto le autorità pubbliche si astengono da impegni sociali, fatta eccezione per le manifestazioni di beneficenza”, e che si espongano bandiere a mezz’asta sugli edifici pubblici (circolare del 2002).

Inevitabilmente, poiché il giorno della Liberazione è stato incluso nei giorni di lutto, il governo ha dovuto rispondere a domande sulla sua celebrazione e su come intendesse gestirlo. Ha risposto il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, affermando che si sarebbero potute svolgere le solite manifestazioni ma tenendo conto “del contesto e quindi con la sobrietà che la circostanza impone a ciascuno”.

La parola “sobrietà” non è piaciuta a molti, e per via dei precedenti di questo governo, che ha sempre faticato a fare esplicitamente propri i valori antifascisti connaturati alla Liberazione, la circostanza è stata interpretata da alcuni come un’occasione di sminuire l’importanza della ricorrenza o, almeno, di farne abbassare forzatamente i toni – che sono invece, per natura, quelli di una celebrazione, di una festa, toni che ricordano i valori su cui si fonda lo Stato (libero) Italiano e che vogliono e devono essere ripetuti ogni anno, ad alta voce. Quando lo stesso ministro è tornato sul tema, ha aggiunto l’ulteriore “augurio” che si evitassero “balli e canti scatenati”, oltre a generiche degenerazioni come scontri o toni violenti.

Le reazioni dei politici delle opposizioni, delle persone, dei sindaci di ciascun comune sono state diverse e diametralmente opposte. Alcuni partiti, come AVS e il PD, hanno espresso disapprovazione dichiarando che sarebbero stati presenti alle manifestazioni, “accorciando” di fatto il lutto nazionale: Fratoianni e Schlein erano infatti presenti a Milano; altri partiti invece non hanno mostrato particolare disaccordo.

Rispetto alle manifestazioni, da un lato si sono visti cortei molto partecipati, come quello di Milano, cui secondo l’ANPI hanno partecipato 90mila persone, in una lunghissima sfilata che ha ospitato in Duomo, tra gli altri interventi, la testimonianza della partigiana Sandra Gilardelli: mai più sentire la parola “fascismo” è stato il suo auspicio. Dall’altro lato però, in direzione del tutto contraria, alcuni sindaci hanno esplicitamente – ma inutilmente – vietato i canti e gli accompagnamenti bandistici durante le manifestazioni, hanno cancellato alcuni concerti e, nel caso più estremo di Domodossola, hanno vietato il corteo.

Quest’ultimo divieto è stato particolarmente sentito, perché il comune ha una storia di Resistenza molto forte: qui si era costituita la Repubblica dell’Ossola, piccola repubblica partigiana che fu autonoma per qualche mese nel ‘44, durante l’occupazione. ANPI Domodossola ha protestato contro il divieto, e la cittadinanza ha condiviso l’invito al dissenso partecipando comunque ad una marcia antifascista: “il lutto proclamato per la scomparsa di Papa Francesco ed il carattere di sobrietà raccomandato dal ministro Musumeci non può comportare limitazioni alle iniziative già programmate per una solenne e rigorosa celebrazione del 25 Aprile”, ha dichiarato l’ANPI.

Simili episodi di dissenso hanno punteggiato tutti i comuni coinvolti: con le parole dei dirigenti dell’ANPI di Romano del Lambro, “si potrà impedire alla banda di suonare Bella Ciao, ma non ai cittadini di cantarla”.

Proprio la parola “sobrietà” ha prestato il fianco a moltissimi slogan ironici sventolati sui cartelloni dei manifestanti, offrendo un esempio forte di riappropriazione delle parole.

Non sono mancati casi di scontri e tensioni, scaturiti dalla presenza contemporanea di gruppi diversi in frizione tra loro: uno su tutti, a Torino si è creata tensione all’arrivo di una delegazione dei Radicali, accolta con protesta da alcuni attivisti per via delle bandiere dell’Europa che portavano con sé, e sfociata poi in un breve scontro fisico tra il gruppo politico e alcuni appartenenti del servizio d’ordine. Il risultato, deciso dall’ANPI, è stato l’esclusione dal corteo del gruppo, che si è detto indignato per la decisione.

La Liberazione, l’Antifascismo, la Resistenza sono valori che, idealmente, uniscono l’Italia perché fondativi e fondamentali, soggiacenti la Costituzione, perché motivo dell’esistenza stessa della Repubblica; la Storia e i suoi insegnamenti però sono oggetti culturali e, in quanto tali, vengono recepiti dalle comunità e interpretati, rielaborati, attualizzati perché possano continuare ad avere senso e utilità.

Non a caso si parla di “esempi della storia”: da exemplum, derivato di eximĕre cioè “trarre fuori”, la parola indica appunto un’esperienza da cui prendere qualcosa, cioè un modello (positivo o negativo), un significato, una indicazione operativa per il presente.

La ricezione degli eventi è un processo inevitabile che non segue regole precise, che viene influenzato dal modo in cui quelli sono raccontati, ma che in ultimo è nelle mani delle comunità. E le comunità, quando c’è libertà di pensiero – ma, nel sottosuolo, anche quando è negata – pensano ed esprimono opinioni, prendono dalla storia e restituiscono attualizzazioni: i risultati possono essere variegati, perché le comunità sono complesse e la cultura rimbalza su superfici tutt’altro che levigate, diventando interpretazioni diverse, anche contraddittorie, ma che di fatto convivono.

Oggi si esprime portando in un luogo come la Festa della Liberazione più cause al contempo: la Palestina, il riarmo, l’Ucraina, le contraddizioni dell’Europa, i sindacati, la cittadinanza. Più lotte moderne cui quella antifascista fa da esempio.

Non era diverso da questo il nucleo stesso della Resistenza, quel Comitato di Liberazione Nazionale costruito da parti politiche anche lontane, consapevolmente lontane, per l’antifascismo.

Che il senso del 25 Aprile possa essere nei diversi gruppi di giovani che celebrano tutti ballando la libertà che conoscono e al contempo negli adulti ai bordi delle strade che li guardano sfilare dicendo loro “siete bellissimi”, o ancora nel vecchio che sgrida una ragazza distratta: “ridi! È una festa!”

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L'Autore

Emma Zurru

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Società

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Liberazione Antifascismo 25 aprile Papa francesco Lutto nazionale