Cina: la repressione senza fine degli Uiguri

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  Angela Sartori
  20 September 2026
  4 minutes, 27 seconds

La Cina è un territorio molto vasto e, come tale, racchiude in sé moltissimi gruppi etnici, alcuni estremamente diversi dagli altri. È il caso degli Uiguri, un gruppo di etnia turca, storicamente di fede islamica, che vive nella regione nordoccidentale dello Xinjiang. Gli Uiguri sono stati presi di mira da Pechino, attirando l’attenzione della comunità internazionale. L’accanimento del governo cinese nei confronti degli Uiguri, però, non è casuale, dato che il territorio da loro abitato è diventato centrale per le politiche attuate da Xi Jinping.

Dalle discriminazioni alla repressione: la storia degli Uiguri

Gli Uiguri presentano maggiori affinità con i Paesi centroasiatici confinanti, come il Kirghizistan. Anche a livello storico, la loro memoria è legata al popolo mongolo e alle conquiste kirghise, elementi che li pongono quindi in contrasto con il passato della Cina. Questo si riflette anche nella lingua da loro parlata, di origine turca.

Le discriminazioni contro questo gruppo etnico non sono recenti, ma risalgono alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949.

Nonostante l’istituzione della “Regione autonoma uigura dello Xinjiang” nel 1955 presto risultò evidente alla popolazione locale il comportamento preferenziale del governo nei confronti della popolazione di etnia Han, la più diffusa in Cina, a discapito di quella uigura. La libertà di culto fu limitata e molti dei territori storicamente appartenuti al popolo uiguro furono dati in mano agli Han. Inoltre, gli Uiguri furono gradualmente esclusi dai lavori statali, per esempio nel settore edilizio, nella costruzione di strade, gasdotti e oleodotti, in favore dell’integrazione degli Han.

Secondo uno studio del 2013, gli Uiguri guadagnavano in media il 59% di quanto guadagnavano i lavoratori di etnia Han. Inoltre, Pechino continua a porre in cattiva luce la minoranza turca nei confronti del resto della Cina: negli anni ‘90, diversi attacchi contro obiettivi civili e governativi nello Xinjiang e a Pechino erano stati attribuiti a “gruppi di terroristi uiguri”.

Di conseguenza, le condizioni di svantaggio in cui il popolo uiguro è stato ed è ancora costretto a vivere hanno portato, nel corso dei decenni, a insurrezioni in diverse parti dello Xinjiang, che però sono state sempre represse, anche con l’uso della violenza.

Campi di detenzione, lavoro forzato e controllo: la repressione oggi

La situazione è però degenerata a partire dal 2014, quando le discriminazioni e le violenze nei confronti degli Uiguri nel Paese si sono seriamente aggravate.

Nel 2016, in particolare, circa un milione di Uiguri e altre minoranze di etnia turca sono stati rinchiusi nei cosiddetti campi di “rieducazione politica”, in realtà veri e propri centri di detenzione, dove le condizioni in cui versano le persone imprigionate sono drammatiche. Molte delle persone incarcerate sono figure pubbliche di rilievo. Uno dei motivi utilizzati dal governo per giustificare queste misure è la prevenzione della “radicalizzazione religiosa”.

Da allora, anche se sembra che alcuni di questi campi siano stati chiusi, centinaia di migliaia di Uiguri si trovano in prigione. È significativo il fatto che, secondo un’analisi svolta dal Financial Times nel 2026, lo Xinjiang sembri avere la più alta capacità carceraria al mondo in relazione alla popolazione effettiva.

La repressione, però, non colpisce solamente gli adulti, ma anche i bambini. Tra il 2017 e il 2018, secondo una stima pubblicata nel 2026 dallo Xinjiang Victims Database, più di 140.000 bambini sarebbero stati separati dai propri genitori, in molti casi a causa della detenzione di questi ultimi. I minori verrebbero poi trasferiti in istituti statali, rendendo difficile per le famiglie mantenere i contatti.

La Cina limita anche i contatti degli Uiguri che si trovano all’estero, rendendo difficile la comunicazione con i familiari rimasti in Cina.

Un altro aspetto che emerge è il lavoro forzato. Organizzazioni internazionali e per i diritti umani hanno documentato o segnalato programmi di trasferimento lavorativo che coinvolgono Uiguri e altre minoranze e che, secondo alcuni esperti ONU, possono presentare elementi coercitivi. Spesso, i prodotti realizzati attraverso questi programmi sono destinati al mercato internazionale, in particolare nei settori automobilistico, dei pannelli solari, dell’abbigliamento, dell’agricoltura e dei minerali.

Lo Xinjiang è infatti una regione ricchissima di risorse naturali. Produce oltre il 90% del cotone cinese ed è uno dei principali produttori mondiali. La Cina prende dalla regione queste materie prime e le assembla in prodotti finiti in altre parti del Paese, rendendo difficile farne risalire l’origine. Questo mette in difficoltà l’efficacia di alcune misure internazionali, come la Uyghur Forced Labor Prevention Act, una legge degli Stati Uniti che vieta l’importazione di prodotti provenienti dallo Xinjiang o collegati al lavoro forzato, se ciò non può essere verificato.

Nel 2022, l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha affermato che le violazioni commesse nella regione “potrebbero costituire crimini contro l’umanità”, citando, tra le altre cose, detenzioni arbitrarie, maltrattamenti e restrizioni molto pesanti delle libertà fondamentali.

Nel 2026, anche se alcuni dei vecchi campi di “rieducazione” sembrano essere stati chiusi, centinaia di migliaia di Uiguri e di altre minoranze turco-musulmane rimangono in carcere, mentre le politiche di controllo e repressione continuano. Per questo, nonostante l’attenzione internazionale e le diverse sanzioni adottate negli ultimi anni, la questione uigura rimane ancora lontana dall’essere risolta.

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L'Autore

Angela Sartori

Angela Sartori si è laureata in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES) presso l'Università di Bologna. Le tematiche che ha affrontato durante il suo corso di studi si sono concentrate principalmente sui fenomeni migratori e sulle problematiche legate alle minoranze etniche, nonché sulle relazioni lasciate dall'eredità sovietica in particolare in Ucraina, nella Federazione Russa e negli stati del Caucaso meridionale.

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Diritti Umani

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