Crisi energetica, disoccupazione e proteste contro il Presidente: cosa sta accadendo in Bolivia

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  Valeria Guida
  27 May 2026
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Lo scorso ottobre, in seguito alle elezioni presidenziali, è risultato vincitore l’esponente di destra Rodrigo Paz, figlio di Jaime Paz Zamora, ex Presidente della Bolivia tra il 1980 e il 1993. Con la sua vittoria, favorita dal suo cognome e dl suo presentarsi come un “nuovo” candidato, si è posto fine a vent’anni di governo socialista fino a quel momento guidato dal Movimento al Socialismo (MAS) del Presidente Evo Morales, che ha preso solo il 3% dei voti e su cui incombe un mandato di arresto per abusi sessuali su minore. La vittoria di Paz ha dato un senso di sicurezza alla popolazione, che da anni viveva in una condizione di estrema povertà provocata da una scarsità di dollari, una forte inflazione e un alto tasso di disoccupazione. A ciò si è aggiunto un profondo calo della produzione energetica e una conseguente fatica ad esportare gas, il che impedisce di ricevere i dollari che occorrono per poter effettuare investimenti strutturali importare beni dall’estero.

Il neopresidente aveva promesso di ristabilizzare la situazione attraverso riforme di mercato e tagli ai sussidi. Tuttavia, le aspettative sono andate presto deluse. Non a caso, dopo pochi mesi, la gente è scesa in piazza a manifestare contro il Presidente, richiedendone le dimissioni.

Il 6 maggio, centinaia di manifestanti hanno eretto barricate attorno alla città de La Paz, in cui ha sede il governo, forti del supporto di alcuni gruppi che hanno da sempre avuto una forte influenza sulle decisioni prese dal governo, come la Bolivian Workers’ Union.

A prendere parte alle proteste sono stati principalmente contadini, minatori, operai, insegnanti e sindacati, richiedendo un aumento dei salari, rifiutando la privatizzazione delle aziende statali, lamentando la scarsità di fornitura del carburante il quale, tra l’altro, essendo contaminato ha danneggiato numerosi veicoli. I contadini, dal canto loro, hanno protestato contro una legge che prevedeva dei cambiamenti per la classificazione delle terre, il che avrebbe favorito prevalentemente i proprietari terrieri.

Oltre a questi, alle proteste ha partecipato anche la popolazione indigena, la quale è di enorme importanza in Bolivia, dal momento che la percentuale di popolazione indigena è tra le più alte in America Latina. Questi gruppi, di cui i più numerosi sono i Quechua e gli Aymara, sono stati coinvolti nelle questioni politiche per la prima volta proprio grazie all’ex Presidente, il quale è a sua volta un indigeno. Egli fu il primo a riconoscerne i diritti anche all’interno della Costituzione, sebbene il Presidente stesso sia stato accusato di non aver avuto rispetto delle comunità locali durante le attività d estrazione del gas e delle risorse naturali.

Nonostante il governo abbia cercato di risolvere alcune delle principali criticità lamentate dalla popolazione, come il ritiro della legge sulla terra, l’offerta di bonus finanziari per gli insegnanti e un rimborso per i veicoli danneggiati, le proteste sono continuate fino a bloccare le strade per convincere il Presidente a dimettersi a causa della sua incapacità a risolvere i problemi strutturali del Paese. Data la situazione, il governo ha dichiarato lo stato di emergenza.

Un’altra questione che ha esacerbato il malcontento della popolazione è stata la decisione del Neopresidente di allinearsi agli Stati Uniti di Trump e a Israele, con cui fino a quel momento non aveva relazioni diplomatiche. Proprio per questa ragione, il Presidente Trump sta supportando la Bolivia fornendo assistenza alimentare e appoggio logistico, come dimostrazione di appoggio all’attuale Presidente Paz.

Molti studiosi sostengono che al momento non si possa prevedere quale sarà il futuro prossimo della Bolivia. Ciò che è certo è che gli eventi in corso sono destinati a lasciare un segno profondo per molti decenni.

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