March 8: The Role of Women in Conflict-Affected Countries

  Domina
  Anna Pasquetto
  08 March 2026
  6 minutes, 26 seconds

Translated by Martina Marino

March 8 is International Women’s Day, known in Italy as “Festa della Donna.”

Although it is celebrated globally, in some countries the female population experiences constant violations of human rights.

Data collected at the end of 2025 show the daily reality of more than 676 million women, about 17% of the global female population—who live within 50 km of one of the conflicts currently taking place around the world.

L’8 marzo è la giornata internazionale della donna, conosciuta in Italia come ‘’festa della donna’’.

Sebbene sia celebrata globalmente, in alcuni Paesi la popolazione femminile vive una costante violazione dei diritti umani.

I dati raccolti alla fine del 2025 mostrano la realtà quotidiana di oltre 676 milioni di donne, circa il 17% della popolazione femminile globale, che vivono nel raggio di 50 km da uno dei conflitti che stanno accadendo nel mondo.

Esse sono costantemente soggette al rischio di violenza sessuale, tipicamente usata come arma di guerra, un fattore che negli ultimi anni ha subito una crescita dell’87%: basti pensare che solo nel 2024 i casi sono stati 4.600.

Attualmente, milioni di donne subiscono le conseguenze più dure negli scenari belligeranti, ma svolgono anche dei ruoli fondamentali ed attivi nella resistenza e nel mantenimento della pace.

Mentre i conflitti colpiscono tutta la popolazione, l’impatto è spesso sproporzionato tra i generi: non si parla solo della vita durante la guerra, quanto più anche della risoluzione della stessa.

Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità nel 2000 la risoluzione 1325 conosciuta come ‘’Women, Peace and Security Agenda’’, che evidenzia il vitale ruolo delle donne nel mantenimento della pace a livello globale.

Nonostante ciò, il genere femminile rimane sottorappresentato nei negoziati formali: il supporto alle peacebuilder donne, così come l’aiuto salvavita dato a donne e ragazze intrappolate nei conflitti, rimane inadeguato.

Oggi, trent’anni dopo la ratifica da parte di 189 Paesi della Dichiarazione di Beijing e della Piattaforma d’Azione, non si è ancora raggiunto l’obiettivo globale di equa partecipazione alla politica tra uomini e donne che la Dichiarazione sanciva, equità che in alcuni Paesi sembra essere lontanissima.

Tra le regioni particolarmente colpite da conflitti in cui le donne affrontano i maggiori rischi di violazione dei propri diritti spiccano Etiopia, Ucraina, Siria, Libano, Somalia, Sudan, Afghanistan, Yemen, Gaza, Repubblica Democratica del Congo e Iran. In queste aree sono soggette ad un alto rischio di sfollamento e malnutrizione, ad un accesso limitato alla sanità e all’educazione, ad abusi e violenza sessuale.

Il caso dell’Afghanistan

L’agosto 2021 ha visto il ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan, la cui presenza ha avuto conseguenze gravissime sulla libertà e la vita delle donne nel Paese.

Le molteplici restrizioni comprendono anche i servizi sanitari: le regole richiedono l’obbligatoria presenza dell’uomo che funge da guardiano della donna durante qualsiasi trattamento medico, eseguito strettamente da un medico uomo.

Richard Bennett, Special Rapporteur dell’Afghanistan, ha rilasciato una testimonianza spiegando che alle donne vengono negati i servizi medici di emergenza in mancanza della presenza di un uomo, con conseguenze che si ripercuotono anche sui bambini.

Inoltre, alle ragazze è impedito continuare il loro percorso di studi oltre la scuola primaria per limitare l’espressione e l'occupazione femminile, divieto legittimato dalla convinzione dei Talebani di rispettare i diritti delle donne in linea con la loro interpretazione della legge islamica.

Allo stesso modo gli vengono negati il diritto al lavoro, la partecipazione alla vita pubblica, la libertà di movimento senza un accompagnatore maschile e l’imposizione di abiti che coprano interamente il corpo in pubblico.

Tali restrizioni sono state applicate negli anni tramite decreti e direttive amministrative, ma con l’entrata in vigore il 7 gennaio 2026 del nuovo ‘’Regolamento di Procedura Penale’’, il diritto alla vita delle donne afghane è ulteriormente a rischio, in quanto esso rappresenta la formalizzazione a livello giuridico di regole imposte da anni in modo informale.

Ad oggi, una donna in Afghanistan ha, secondo la legge, meno diritti e meno tutela di un animale.

Organizzare combattimenti tra animali è punibile secondo l’articolo 70 del Regolamento fino a 5 mesi di reclusione, mentre l’articolo 32 sancisce che provocare gravi lesioni fisiche, tra cui fratture ossee, alla moglie è punibile con una pena fino a 15 giorni di carcere.

Il tema della violenza domestica viene quindi trattato, ma solo come infrazione minore.

Nel diritto internazionale, il Regolamento dei Talebani è una grave violazione di molteplici fonti, tra cui la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e la Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne.

Gli studiosi internazionali definiscono la situazione afghana come ‘’apartheid di genere’’, dove la donna non solo viene discriminata, ma è soggetta ora ad una disuguaglianza sancita per legge.

Le donne in Sudan

L’esercito sudanese sta combattendo una guerra civile contro il gruppo paramilitare RSF da quasi tre anni, con un impatto catastrofico sulla popolazione civile: secondo l’Ufficio per la Coordinazione degli Affari Umanitari delle Nazioni Unite, più di 30 milioni di persone sui 46,8 che abitano il Paese necessitano assistenza umanitaria dall’inizio del conflitto.

Il Sudan sta vivendo la crisi di sfollamento più grande del mondo, con 13,6 milioni di persone costrette ad abbandonare la propria abitazione perché in zone a rischio.

Inoltre, la popolazione è soggetta a una grave crisi alimentare, soprattutto nelle regioni di Darfur e Kordofan: la carenza di scorte di cibo e l’estrema difficoltà con cui gli aiuti umanitari possono entrare nelle zone hotspot del conflitto costringono la popolazione a cercare di sopravvivere come può.

È il caso di alcune donne sudanesi che hanno infranto le regole tradizionali e le limitazioni che definiscono un determinato lavoro solamente ‘’da uomo’’.

Rasha è una madre ed è tra le persone che vivono nei campi per sfollati di Ad-Damazin nel sud-est del Paese: per sfamare se stessa e i suoi figli, ha iniziato a lavorare come taglialegna.

Come lei, altre migliaia di donne sudanesi sono diventate l’unica fonte di sostentamento della propria famiglia nelle durissime condizioni che stanno vivendo.

Nonostante ciò, con il lavoro di singola giornata spesso Rasha può comprare solo un pacco di biscotti, il suo principale acquisto insieme al sapone.

Per tutte le donne che vivono un conflitto, la scelta spesso è evidente, seppur difficile: soccombere alla fame e alle regole, o fare il possibile per sopravvivere, spesso infrangendole.

Il fondamentale ruolo delle donne in Ucraina

Febbraio ha portato con sé il quarto anniversario dell’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Federazione Russa.

Le conseguenze del conflitto si sono ripercosse in particolar modo sulle donne, le quali sono una parte considerevole delle forze armate del Paese.

Dall'inizio della guerra, 14.000 sono state le donne ferite e 5.000 quelle uccise, bilancio confermato dalle Nazioni Unite ma probabilmente più elevato.

Attualmente, l’intero Paese si regge sul lavoro costante delle donne ucraine, le quali non solo servono militarmente, ma fungono da meccanismo fondamentale per la resilienza della società.

È sorta però negli ultimi tempi un’altra emergenza: i donatori internazionali che sostentano il Paese hanno effettuato dei tagli drastici ai finanziamenti, rendendo così difficoltoso per le donne affrontare non solo la guerra, ma il sostentamento di un’intera comunità.

A subire i tagli più profondi sono stati i programmi a sostegno della lotta alla violenza di genere e dell’emancipazione economica femminile.

Delle 108 organizzazioni guidate da donne o volte alla tutela dei diritti delle stesse, almeno il 79% segnala interruzioni della propria attività nel corso del 2025.

L’8 marzo è quindi soprattutto la festa delle donne i cui diritti non sono ancora rispettati, di quelle che lottano per farli valere e di quelle che cercano ogni giorno di sopravvivere.

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Anna Pasquetto

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