Dopo le fiamme e le dimissioni, il Nepal prova a ripartire

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  Maria Pol
  17 September 2025
  3 minutes, 20 seconds

Negli ultimi giorni in Nepal si è scatenata una vera e propria ondata di protesta: il Paese si ritrova oggi senza governo e immerso in una situazione di forte disordine.

Per capire come si sia arrivati a questo punto, è necessario fare un passo indietro. Da molti anni il Nepal vive una marcata instabilità politica, con governi che si susseguono a ritmo serrato. I due principali poli sono il Nepali Congress e il Partito Comunista del Nepal, contrapposti in un contesto già fragile dopo la fine della monarchia nel 2008. Solo nel 2015 è entrata in vigore una nuova Costituzione, che ha trasformato il Paese in una repubblica federale laica. Nonostante ciò, gli ultimi anni sono stati segnati da continui cambi di governo, riflesso delle difficoltà che il Nepal si trova ad affrontare: la gestione delle catastrofi naturali, la corruzione diffusa, la fuga dei giovani all’estero e la dipendenza dagli aiuti internazionali, in particolare nei rapporti con India e Cina.

La situazione è precipitata rapidamente a partire dal 4 settembre 2025, quando il governo ha ordinato la chiusura di ventisei piattaforme social. La decisione è stata giustificata con l’introduzione della cosiddetta tassa digitale, che richiedeva la registrazione delle piattaforme presso il Ministero delle Comunicazioni e della Tecnologia dell’Informazione. Poiché queste non si erano adeguate, è scattato il blocco. Tuttavia, il provvedimento è stato percepito soprattutto come un atto di censura, e ha suscitato le forti critiche della Generazione Z, la principale utilizzatrice di questi strumenti. Molti osservatori hanno letto questa scelta come un tentativo di soffocare il dibattito nato intorno al fenomeno dei cosiddetti “Nepo Kids”, figli e parenti dei politici nepalesi che ostentano ricchezza in un Paese dove la maggioranza della popolazione affronta disoccupazione, bassi salari ed emigrazione forzata.

Quella che era iniziata come una protesta contro la censura e il silenziamento dei giovani non si è quindi spenta con la successiva riapertura delle piattaforme. Al contrario, si è trasformata in una mobilitazione generale contro corruzione, nepotismo, disuguaglianza e instabilità politica, dando voce a un malcontento che covava da tempo.

Le prime manifestazioni, iniziate pacificamente a Kathmandu, si sono rapidamente estese ad altre città del Nepal. L’escalation non ha tardato ad arrivare: la risposta delle forze dell’ordine è stata dura, con l’uso di gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, proiettili di gomma e, in alcuni casi, anche munizioni vere. Nei soli primi giorni di protesta si sono registrati almeno 19 morti, un bilancio che ha acceso ulteriormente la rabbia dei manifestanti.

La folla ha quindi preso di mira luoghi simbolici del potere: l’edificio del Parlamento è stato incendiato, la residenza del Primo Ministro e quelle di altri esponenti politici sono state assediate e date alle fiamme, mentre altre sedi istituzionali hanno subito gravi danni.

Il governo ha risposto imponendo il coprifuoco e cercando di reprimere con la forza il movimento, ma di fronte alla pressione crescente il primo ministro K. P. Sharma Oli ha infine rassegnato le dimissioni. Poco dopo, il Presidente ha sciolto il Parlamento e indetto nuove elezioni per marzo 2026.

Nel frattempo, è stata nominata Sushila Karki come Primo Ministro ad interim: già leader della Corte Suprema e prima donna a ricoprire questa carica, è stata indicata proprio dalla Generazione Z come figura neutrale e credibile per guidare il Paese in questa fase di transizione.

Ad oggi, la situazione resta critica: il bilancio delle vittime è salito a 51 persone e circa 12.500 detenuti sono evasi approfittando del caos che ha travolto il Paese. Nonostante ciò, il coprifuoco è stato revocato e le strade sono tornate calme: le proteste violente si sono concluse, lasciando spazio a una fase di transizione politica segnata da incertezza e attesa delle elezioni del 2026.

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