La sopravvivenza a Gaza racchiude oggi una scelta tra due condanne: morire di fame o rischiare di morire alla ricerca di cibo. Privati dei bisogni fondamentali e sotto continuo assedio, milioni di palestinesi vivono in una condizione straziante e inaccettabile di fronte ad un mondo che fatica ad entrare dalla parte giusta della storia.
Con l’avvio delle operazioni della Gaza Humanitarian Foundation (Ghf), dalla fine di maggio, i punti di distribuzione di cibo e assistenza sono stati presi d’assalto da migliaia di persone, trasformando questi luoghi in bersagli. La Ghf è un’organizzazione non governativa voluta da Israele con lo scopo dichiarato di sottrarre il controllo degli aiuti umanitari ad Hamas e per rimpiazzare la rete composta da circa 200 Ong che da anni si occupavano della distribuzione del cibo nella zona. Sostituendo i precedenti 400 punti di distribuzioni con appena quattro grandi siti denominati Secure Distribution Sites, di centri di distribuzione ne rimangono tre a sud, nelle zone di Khan Ynuis e Rafah, e uno al centro della Striscia, a Netzarim.
Le forze armate israeliane, secondo numerose testimonianze e rapporti, continuano a sparare sui civili, causando vittime che si aggiungono al già drammatico bilancio di una guerra che sembra non avere pietà per i più vulnerabili. Le stime riportano 19 attacchi nei quali oltre 420 palestinesi sono stati uccisi mentre tentavano di accaparrarsi il cibo, e almeno altri 93 mentre cercavano di raggiungere i convogli degli aiuti umanitari di ONG e delle Nazioni Unite. I nuclei familiari a Gaza mancano spesso di un adulto sano e questo comporta l’invio di bambini e giovani uomini – gli unici in grado di sostenere le lunghe ore in fila durante la notte - alla ricerca di cibo nei punti di distribuzione, esponendoli ad un alto rischio di essere colpiti da un attacco delle forze israeliane.
Dal 2 marzo scorso sono stati pochissimi i camion umanitari che sono riusciti ad attraversare i confini della Striscia di Gaza. La rete di aiuti sta collassando a causa di accessi controllati, distribuzioni rese impossibili dall’esercito israeliano e da permessi negati. Mentre gli israeliani dichiarano di aver sparato in aria per tenere lontana la folla, i testimoni raccontano un’altra realtà. Gli spari ad altezza uomo insieme a cannonate provenienti dai carri armati hanno provocato solo nei primi dieci giorni di giugno 136 morti, con un picco di vittime il 17 giugno con 59 civili uccisi.
All’interno della Striscia le varie unità dell’esercito israeliano hanno una precisa zona di combattimento assegnata, dove i civili non possono entrare. Ogni unità può creare le cosiddette kill zone che hanno lo scopo di proteggere l’area assegnata loro. I soldati, all’interno di queste zone, hanno l’ordine di considerare e trattare chiunque entri come potenziale nemico, e di conseguenza, un soggetto da abbattere. Queste zone sono sparse su tutto il territorio palestinese senza che i civili ne conoscano però i confini, portandoli a rischiare la vita ogni qual volta si avvicinano ad un edificio occupato dai soldati israeliani.
Israele continua ad incorrere in violazioni del diritto internazionale umanitario. Questo nasce con lo scopo di regolare gli effetti dei conflitti armati sui civili e sui combattenti, deve assicurare il rispetto della dignità umana e la protezione dei più deboli e vulnerabili. Secondo il DIU i civili non possono essere in nessun modo obiettivi da parte dell’esercito nemico, arrivando a considerare crimini di guerra qualsiasi attacco diretto contro civili e obiettivi civili, quali scuole, case ed ospedali. Israele era già stato accusato di gravi violazioni del diritto internazionale umanitario con l’impedimento dell’accesso a Gaza dei rifornimenti umanitari essenziali, negando alla popolazione palestinese non solo cibo e acqua ma anche medicine e altri beni di prima necessità.
Il portavoce dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Thameen Al-Kheetan si è espresso sottolineando la necessità di indagare imparzialmente i responsabili di questi omicidi in quanto l’uccisione e il ferimento di civili derivanti dall’uso illegale di armi da fuoco costituisce una grave violazione del diritto internazionale, oltre ad identificarsi come un crimine di guerra. Secondo l’Alto Commissariato, la responsabilità di ciò che sta accadendo non è più solo delle parti direttamente interessate nel conflitto, quanto anche degli Stati terzi che hanno l’obbligo di adottare misure concrete al fine di garantire l’impegno israeliano nella fornitura di cibo e beni di prima necessità alla popolazione. Di fronte a questa tragedia, il mondo si trova oggi di fronte ad una vergogna collettiva, all’enorme fallimento di una comunità internazionale che, limitandosi ad espressioni di preoccupazione, si rende complice di un massacro.
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L'Autore
Chiara Giovannoni
Chiara Giovannoni, classe 2000, è laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche all’Università di Bologna. Attualmente frequenta il corso di laurea magistrale in Strategie Culturali per la Cooperazione e lo sviluppo presso l’Università Roma3.
Interessata alle relazioni internazionali, in particolare alla dimensione dei diritti umani e alla cooperazione.
E’ volontaria presso un’organizzazione no profit che si occupa dei diritti dei minori in varie aree del mondo.
In Mondo Internazionale ricopre la carica di autrice per l’area tematica Diritti Umani.
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