A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
Le nazioni autocratiche stanno cercando di oltrepassare i confini democratici per mettere a tacere i loro critici, e finora nulla sembra fermarle.
Il giornalista iraniano, Pouria Zeraati, è sopravvissuto a un tentativo di assassinio fuori casa sua a Wimbledon, nel sud di Londra, alla fine di marzo 2024. Diciotto mesi prima, il canale televisivo indipendente Iran International con sede a Londra, per il quale lavorava Zeraati, si era trasferito temporaneamente a Washington DC a causa di minacce che, secondo loro, provenivano dal Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche.
Entrambi gli incidenti sono esempi emblematici di come un governo possa prendere di mira un individuo o un'organizzazione con sede al di fuori dei propri confini, ottenendo risultati inaccettabili e terrificanti. Secondo l'ultima ricerca del V-Dem Institute presso l'Università di Gothenberg (Svezia), nel 2023 il 71% della popolazione mondiale viveva sotto regimi autocratici, mentre dieci anni fa era il 48%. Ma la novità odierna è che le autocrazie, così come fanno alcune altre nazioni, stanno sempre più estendendo i propri confini d’azione per colpire le persone che vivono all'estero, rafforzando concretamente l'idea di poter raggiungere i propri antagonisti ovunque essi si trovino.
Questa tipologia di azione da parte di uno Stato, intrapresa al di fuori dei propri confini nazionali, è nota come una repressione transnazionale e sta diventando sempre più incisiva e diffusa.
Paesi che vanno oltre i propri confini
Gli analisti ritengono che più del 20% dei governi del mondo abbia intrapreso questo tipo di azioni “punitive” al di fuori dei propri confini nazionali negli ultimi dieci anni. Secondo la ONG “Freedom House” si tratta anche di omicidi eseguiti a sangue freddo, rapimenti, aggressioni, detenzioni e deportazioni del tutto illegali. Queste azioni mirano a mettere a tacere, anche fisicamente con la forza, attivisti politici in esilio, giornalisti, ex membri del regime e membri di minoranze etniche o religiose.
Nel 2023, sono stati commessi 125 incidenti di questo tipo da parte di ben 25 paesi.
Mentre la maggior parte dei paesi che commettono tali pratiche illegali tendono ad essere configurate come intolleranti autocrazie ad impronta dittatoriale, persino un certo numero di democrazie hanno intrapreso azioni oltre confine, tra le quali Ungheria, India e Turchia. Nel 2023, per la prima volta sei paesi si sono impegnati in queste pratiche repressive, tra cui la Repubblica Democratica del Congo, El Salvador e Yemen. Freedom House ha registrato 1.034 attacchi fisici tra il 2014 e il 2023 , commessi da 44 governi in 100 paesi target. Cina, Turchia, Tagikistan, Russia ed Egitto sono i perpetratori più prolifici, con la Cina che rappresenta un quarto di tutti gli incidenti.
Questo tipo di tattica terroristica può assumere molte forme. Freedom House ha notato che i governi hanno collaborato sempre di più per aiutare a colpire i dissidenti esiliati. Nel 74% degli incidenti di repressione transnazionale avvenuti nel 2021, sia i paesi di origine che quelli ospitanti sono stati classificati come "non liberi" da Freedom House .
La consapevolezza di questo tipo di azioni transfrontaliere sta crescendo.
Sia i gruppi per i diritti umani che gli accademici stanno ora monitorando sistematicamente gli attacchi. E diversi governi, tra cui gli Stati Uniti e l'Australia, si sono impegnati ad agire per combattere e reprimere queste pratiche illegali. Nel 2023 è stata presentata al Senato degli Stati Uniti una proposta di legge per affrontare specificamente la repressione transnazionale da parte di governi stranieri all’interno degli Stati Uniti e all'estero.
Perché gli stati, che sono normalmente riluttanti a collaborare, lo fanno quando si tratta di mettere a tacere i dissidenti all'estero?
Lezioni storiche
Sussistono parallelismi di natura storica tra ciò che è accaduto durante l'”Operazione Condor” in Sud America e ciò che sta accadendo oggi. L'Operazione Condor era un sistema che Argentina, Bolivia, Cile, Paraguay e Uruguay hanno iniziato a utilizzare alla fine del 1975 con il sostegno degli Stati Uniti. Era mirato a perseguitare gli esuli. L'Operazione Condor è stato il piano più sofisticato, istituzionalizzato e coordinato mai istituito per perseguitare i cittadini che erano stati costretti a fuggire dalla loro patria.
Sono stati individuati due fattori principali che spiegano perché all'epoca si poté ricorrere a questa forma di repressione e perché i paesi accettarono di collaborare.
In primo luogo, i dissidenti esiliati politicamente attivi costituivano una minaccia per la reputazione e la sopravvivenza delle giunte al potere in Sud America.
Riuscirono a nominare e a umiliare con successo i regimi militari della regione, screditando la loro immagine pubblica internazionale date le costanti violazioni dei diritti umani perpetrate e portando, ad esempio, gli Stati Uniti a tagliare fortemente i finanziamenti all'Uruguay nel 1976 e all'Argentina nel 1977.
In secondo luogo, queste autocrazie, salite al potere tra il 1964 e il 1976, trassero ispirazione dalla Dottrina della sicurezza nazionale degli Stati Uniti e dalla Scuola francese di controinsurrezione. In entrambe, la sicurezza era considerata più importante di qualunque diritto umano.
La storia dell'Operazione Condor.
Infine, due paesi catalizzarono gli sforzi per cooperare in questo tipo di azione. Il Cile spinse per la creazione formale dell'Operazione Condor nel 1975. L'Argentina la espanse poi per includere Brasile, Perù ed Ecuador tra il 1976 e il 1978. Ciò allargò significativamente la portata d'azione dell'Operazione Condor alla maggior parte del Sud America.
Perché l'operazione Condor è rilevante?
L'operazione Condor è stata l'unica organizzazione regionale creata per dare la caccia agli oppositori politici oltre confine. Le lezioni di questa esperienza storica sono oggi rilevanti. La cooperazione nella repressione transnazionale negli ultimi anni avviene anche in focolai regionali, come dimostrato dalle ricerche di accademici e gruppi per i diritti umani. Questi gruppi di nazioni includono, ad esempio, Bielorussia, Russia e Tagikistan , così come Thailandia, Cambogia, Laos e Vietnam.
Secondo quanto riportato dai media, dall'ONU e dalle ONG internazionali per i diritti umani, negli ultimi anni questi paesi del sud-est asiatico hanno collaborato strettamente per perseguitare, arrestare arbitrariamente e rimpatriare forzatamente attivisti e rifugiati in esilio.
In primis, uno o più paesi, principalmente Russia e Turchia , hanno collaborato per un periodo di tempo significativo per reprimere le critiche.
In secundis, alcune organizzazioni regionali, di natura ed ispirazione autoritaria, spesso consentono la cooperazione nella repressione transnazionale o quantomeno creano ambienti insicuri per la residenza dei dissidenti migranti.
La Shanghai Cooperation Organisation (SCO) e il Gulf Cooperation Council sono esempi, poiché "hanno ampliato i loro sforzi collettivi contro gli esuli", secondo alcune fonti.
Gli stati membri della SCO, in particolare Russia, Cina e Uzbekistan, hanno ripetutamente utilizzato l'organizzazione per perseguire oppositori politici all'estero e perseguitarli come criminali. Ciò dimostra il ruolo dell'organizzazione come piattaforma per la diffusione e il consolidamento di principi autoritari.
I paesi che oggi praticano questo tipo di repressione politica spesso desiderano mettere a tacere il dissenso, ovunque esso si manifesti.
Questi paesi stanno agendo in completo disprezzo dei principi più stimati e consolidati del diritto internazionale e delle relazioni internazionali, come la sovranità e la protezione dei rifugiati, e sembrano espandere le loro operazioni.
Infine, resta da vedere se c'è qualcosa che il resto della comunità internazionale può fare per invertire questa terrificante tendenza.
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