IL CASO ALMASRI

tra L’Aia, Torino, Roma e Tripoli

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  Giorgia Savoia
  31 January 2025
  3 minutes, 5 seconds

Martedì 21 gennaio è stato rilasciato Njem Osama Almasri, capo della polizia giudiziaria libica e membro delle milizie che gestiscono i flussi migratori verso l’Italia, dopo essere stato arrestato dalle autorità italiane in ottemperanza al mandato della Corte Penale Internazionale (CPI).

La Camera preliminare della Corte dell’Aia aveva emesso un mandato di arresto nei confronti di Almasri, accusato di crimini contro l'umanità e crimini di guerra, tra cui omicidi, torture, stupri e violenze sessuali, nella prigione di Mitiga, in Libia, dal febbraio 2015 in poi.

Nonostante la Libia non abbia ratificato lo Statuto di Roma, la giurisdizione della Corte si basa sulla risoluzione n. 1970 del 2011 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che ha deferito i crimini internazionali commessi in Libia dalla caduta di Gheddafi all’attenzione del Procuratore della Corte. Dal 2017 anche per crimini commessi nei confronti di migranti e rifugiati.

Arrestato il 19 gennaio a Torino dalle autorità della DIGOS, Almasri è stato successivamente rilasciato in base ad un'ordinanza della Corte di Appello di Roma e successivamente trasferito in Libia, con un aereo militare, su decisione del Governo italiano.

La Corte di Appello di Roma ha ordinato l’immediata scarcerazione del capo della polizia giudiziaria libica “in assenza di richiesta di applicazione di misura cautelare da parte del Procuratore Generale per mancata trasmissione degli atti della Corte penale internazionale di competenza ministeriale”. La motivazione della scarcerazione si lega strettamente a motivi procedurali: è stato affermato che la legge n. 237 del 2012, che disciplina i rapporti di cooperazione tra Italia e CPI, prevederebbe procedure diverse da quelle che sono state eseguite nel caso concreto. In particolare i giudici romani hanno affermato che l’arresto sarebbe dovuto essere oggetto di previo controllo del Ministro della giustizia, Carlo Nordio, non potendo la polizia agire di propria iniziativa. L’arresto è stato qualificato come “irrituale”, ossia effettuato in assenza delle forme e procedure previste dalla legge. L’“irritualità” dell’arresto poteva essere sanata da Nordio, che ha deciso di non agire in tal senso.

La CPI, in una nota ufficiale, ha espresso profondo disappunto per il rilascio del generale e per il suo trasferimento in Libia senza alcun preavviso o consultazione. Ha ribadito che tutti gli Stati sono obbligati a cooperare pienamente con la Corte per perseguire crimini internazionali, sottolineando che la mancata collaborazione mina l’integrità del sistema di giustizia internazionale.

Questo caso ha scatenato reazioni diverse. Da un lato, gli avvocati difensori del generale hanno lodato la scarcerazione come un esempio di tutela delle garanzie processuali. Dall’altro, numerosi esperti di diritto internazionale e di diritto penale hanno criticato la decisione, definendola un’applicazione discutibile delle norme italiane di cooperazione con la CPI.

La vicenda ha avuto anche ripercussioni politiche significative. L’opposizione ha accusato il Governo italiano di aver compromesso la credibilità internazionale del Paese, nonché di aver rimpatriato un criminale internazionale.

In data 28 gennaio, la Presidente del Consiglio Meloni ha comunicato sui suoi social network di aver ricevuto un avviso di garanzia per i reati di favoreggiamento e peculato, in relazione al rimpatrio di Almasri. Indagati altresì Nordio, Piantedosi e Mantovano.

Io non sono ricattabile, non mi faccio intimidire” ha dichiarato la Premier, sostenendo che l’indagine sia un tentativo di ostacolare l’azione del Governo.

Si attendono nei prossimi giorni ulteriori sviluppi della vicenda. 

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Giorgia Savoia

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