Si è concluso in data 31 marzo 2025 il processo a Marine Le Pen e ad altri esponenti del partito francese del Rassemblement National.
Il processo era iniziato lo scorso settembre, quando la Corte di giustizia di Parigi aveva aperto un procedimento per frode e appropriazione indebita ai danni del Parlamento europeo. L’incriminazione, a seguito di un’indagine interna al Parlamento, è risalente al 2017, poi posticipata a causa del rifiuto della stessa Le Pen di presentarsi di fronte alle autorità giudiziarie, protetta da immunità parlamentare.
Stando alle notizie, Le Pen e compagni avrebbero usato fondi europei per pagare finti assistenti parlamentari, che erano invece impiegati in Francia, facendo così "risparmiare" alle casse del partito quasi 3 milioni di euro, tra il 2004 e il 2016.
Assieme all’ex candidata per l’Eliseo, figurano sul banco degli imputati anche una serie di dirigenti del RN, tra cui anche la nipote e l’ex compagno di Le Pen (tutto in famiglia, direbbe qualcuno).
La condanna, arrivata dal tribunale di Parigi, è di appropriazione indebita e prevede 4 anni di reclusione - di cui due ai domiciliari - e 5 di ineleggibilità con effetto immediato, accanto a una multa di 100.000 euro, per la ex-leader del partito, e un obbligo di risarcimento di 2 milioni per il Rassemblement National.
Grande solidarietà dal mondo politico - soprattutto quello di destra - con molti capi di governo ed europarlamentari che hanno gridato allo scandalo, dubitando della legittimità della sentenza. I sostenitori della causa Le Pen prendono a pretesto anche presunte zone d’ombra della legislazione UE che regola il lavoro degli assistenti parlamentari. Ogni eurodeputato dispone di una somma per sostenere il lavoro dei propri collaboratori, i quali possono essere fissi nelle sedi europee (Bruxelles e Strasburgo) o di stanza nelle circoscrizioni nazionali, purché svolgano attività legate al mandato politico del parlamentare. Sarebbe proprio su quest'ultimo punto che la legislazione mancherebbe di chiarezza, senza ben tracciare una linea tra quello che può considerarsi collegato alle “Euro-attività” e ciò che invece non lo è.
Nel caso di Le Pen è stato l’Ufficio Europeo Antifrode (OLAF), seguendo indicazioni anonime, a segnalare il caso alle autorità europee, le quali non avendo il potere di proseguire, hanno delegato il caso alla corte nazionale francese - come da procedura ordinaria. Già nel 2019, la Corte Europea aveva imposto a Le Pen un risarcimento amministrativo per un altro caso di uso improprio di fondi, disponendo trattenute direttamente dal suo stipendio.
Il caso ha sollevato, però, seri dubbi sull’impegno delle stesse istituzioni europee nel garantire la massima trasparenza nei loro affari. Numerose le inchieste giornalistiche e di ONG che hanno negli anni fatto emergere quanto siano ricorrenti le pratiche irregolari nell’uso di fondi europei per assistenti, nelle istituzioni di Bruxelles. Il PE, infatti, può avvalersi dell’OLAF per approfondire segnalazioni di tali anomalie e obbligare gli stessi parlamentari al risarcimento delle somme allocate o spese impropriamente. Dati rivelano che tra il 2019 e il 2022 le autorità abbiano recuperato fondi per un totale di 2 milioni di euro - solo per casi relativi alla retribuzione di presunti assistenti - da 108 parlamentari diversi, ma la somma finale potrebbe aggirarsi addirittura attorno ai 4 milioni.
A fare scalpore non è solo la quantità esorbitante di risorse sprecate, ma quanto raramente questi illeciti diano seguito a procedimenti penali.
Non esiste, infatti, alcun obbligo (e apparentemente, neanche la volontà) per il Parlamento europeo o le sue autorità competenti di segnalare e trasmettere i casi alle autorità giudiziarie nazionali, le uniche con il potere di vagliare la presenza o meno di responsabilità penali da parte degli eurodeputati e, nel caso, emettere sentenze di condanna.
Il caso di Marine Le Pen fa dunque emergere degli interrogativi sulla gestione dei casi illeciti all’interno delle istituzioni comunitarie, e ancora di più sul perché solo alcuni di questi raggiungano le orecchie del pubblico e le pagine dei giornali - come il caso di Farage o quello della eurodeputata coinvolta anche nel Qatargate, Eva Kaili.
Il timore (o meglio l’accusa) dei sostenitori di Le Pen - con l’hashtag creato dal presidente ungherese Orbán #jesuisMarine - è quello che le motivazioni dietro lo scoppio del caso mediatico e la condanna di ineleggibilità siano innanzitutto un modo per eliminare una volta per tutte la leader del RN dalla scena politica. Il verdetto infatti, eliminerebbe le aspirazioni dell'ex leader del Rassemblement National di partecipare alle prossime elezioni presidenziali 2027, che avrebbero visto un Macron fuori di scena - avendo ormai raggiunto il limite dei due mandati - un consenso popolare alto per l’RN e dunque possibilità più ampie per lei.
Nonostante le prove attestino la colpevolezza di madame Le Pen, e le sue azioni non possano essere in alcun modo condonate, l’apparente tendenza del PE (Parlamento europeo) ad insabbiare comportamenti illeciti fa involontariamente sembrare i provvedimenti adottati quasi spropositati, ottenendo un effetto pericoloso. Di fronte alla larga quantità di eurodeputati che mettono in pratica comportamenti analoghi e che spesso se la cavano con molto meno, la “casa della democrazia” (ie. l’Unione Europea) farebbe forse meglio ad interrogarsi, in primis, sulla propria trasparenza e legalità, per scongiurare il rischio di perdere ulteriore legittimità agli occhi dei suoi cittadini, già tragicamente sfiduciati.
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L'Autore
Francesca Rosti
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