Il conflitto russo-ucraino è davvero in stallo?
Certe guerre finiscono perché la componente politica realizza che i costi reali si dimostrano nettamente superiori rispetto a quelli stimati, altre continuano per la ragione opposta: il sacrificio materiale e umano ha raggiunto livelli non preventivati; quindi, sorge la necessità di giustificarlo con il raggiungimento di un concreto obiettivo politico. Dopo oltre quattro anni di guerra russo-ucraina i dati discrepanti e contraddittori di entrambi i fronti non hanno permesso di delineare con chiarezza il quadro reale della situazione. Le narrative sono molteplici. Tra le più diffuse vi è quella secondo cui la Russia avrebbe subito una sconfitta militare e politica per non aver conquistato Kyiv in 72 ore, ma condurre una guerra lampo e ottenere una vittoria decisiva diventa complesso in un contesto di confronto multidimensionale. Nonostante i richiami alla guerra convenzionale per il logoramento sul campo, il conflitto russo-ucraino non può essere analizzato rigidamente mediante la lente di superate categorie dicotomiche.
Desiderio di rinascita
Ogni impero è destinato, nel lungo periodo, a confrontarsi con i limiti della propria espansione. L’overstretching dell’esercizio autoritario tende, infatti, a produrre una progressiva sclerosi del potere e un’erosione del consenso, risorsa imprescindibile per la stabilità di qualsiasi governo. Consapevole di tali dinamiche, Vladimir Putin ha orientato la propria azione politica verso la rilegittimazione del proprio potere, sia sul piano interno sia su quello internazionale, perseguendo al contempo il riposizionamento della Russia come attore centrale del sistema internazionale. Sin dagli inizi degli anni Duemila, il consenso nei confronti di Putin si è fondato sulla promessa di una rinascita nazionale, alimentata dal recupero del prestigio all’interno del sistema internazionale del Paese. In questo contesto, l’avvio di un’operazione militare rappresenta storicamente una delle più evidenti manifestazioni della grandezza e della potenza di uno Stato, nonché uno strumento attraverso cui consolidare il consenso interno e riaffermare la propria rilevanza sul piano internazionale. Data l’importanza assunta da promesse di rinascita e di grandiosità, gli stessi attacchi di droni a San Pietroburgo durante il Forum Economico Internazionale, trasmettendo vulnerabilità e inadeguatezza ad accogliere investimenti esteri.
Il punto sulla dimensione tattica del conflitto
Per quanto l’attuale conflitto apparentemente presenti tutte le caratteristiche del logoramento convenzionale, è nelle operazioni informative che bisogna ricercare il fulcro strategico. Isolare gli esiti tattici del campo di battaglia darebbe una visione distorta e non completa del conflitto. Rilevante a questo proposito è il riferimento alle roccaforti della regione del Donbass, dove la contrapposizione tra le fonti informative russe ed ucraine, attraverso la diffusione di dati divergenti e spesso inconciliabili, ha reso estremamente difficile accertare la reale portata delle avanzate militari. Ultimo ed evidente caso riguarda il bastione settentrionale di Kostyantynivka nell’oblast del Donestk. Nei giorni precedenti, fonti russe avevano annunciato la caduta della roccaforte, in seguito alla presunta ricezione di documenti nei quali veniva descritta la presa di specifici punti della città, tra cui fabbriche, chiese e quartieri, mentre fonti ucraine ne avevano smentito la conquista. Istituti di analisi indipendenti mantengono prudenza documentando solo infiltrazioni e progressivi avanzamenti delle forze russe, un quadro successivamente confermato anche da ricostruzioni cartografiche interattive di orientamento filo-ucraino.
Quanto conta la conquista territoriale?
La questione territoriale diventa mero strumento propagandistico e non obiettivo predefinito, questo significa che qualsiasi porzione territoriale acquisita o difesa è strumentale al rafforzamento di una specifica narrativa che diviene il vero fulcro strategico. In una guerra di logoramento, la competizione si gioca ormai anche sul piano della comunicazione. Le parti tendono a selezionare e valorizzare gli elementi narrativi più coerenti con i propri obiettivi comunicativi, contribuendo a rafforzare il morale della popolazione e a consolidare il sostegno allo sforzo bellico. Tale dinamica assume un ruolo particolarmente rilevante quando il conflitto incide direttamente sulla quotidianità della popolazione, poiché il controllo della narrazione diventa uno strumento essenziale per preservare il consenso interno.
Anche la selezione delle direttrici di attacco ucraine contribuisce alla costruzione di una precisa narrativa strategica. Data l’importanza assunta da promesse di rinascita e di grandiosità, gli attacchi di droni a San Pietroburgo durante il Forum Economico Internazionale dello scorso giugno miravano a diffondere percezioni di vulnerabilità e inadeguatezza ad accogliere investimenti esteri. I più recenti attacchi attacchi alle infrastrutture energetiche russe non mirano esclusivamente a ridurre la capacità di prouzione e raffinazione, ma soprattutto a dimostrare la vulnerabilità del territorio russo. In questo contesto, la necessità di ricorrere all’importazione di carburante, confermata dal portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, rappresenta un elemento di forte impatto simbolico oltre che operativo. La misura è stata adottata per stabilizzare il mercato interno e limitare gli effetti della crisi energetica sulla popolazione. D’altronde, la diffusione social di testimonianze di malcontento non poteva essere ignorata in un contesto di rafforzamento di percezioni e narrative. Gli attacchi ucraini avrebbero messo fuori servizio quasi un terzo della capacità di raffinazione russa., di conseguenza, Mosca ha iniziato a importare benzina per compensare il calo della produzione interna e garantire l’approvvigionamento del mercato domestico. Non si può dire che si tratti di una carenza assoluta, perché nonostante gli attacchi abbiano compromesso il fabbisogno interno, non ci sono evidenze che tali carenze abbiano compromesso le capacità belliche russe. La chiusura temporanea dei distributori per il contenimento dei consumi ha diminuito i consumi privati a beneficio di esigenze militari, osservando così la conversione in un’economia di guerra, dunque quasi totalmente orientata allo sforzo bellico.
Minaccia alla Polonia:
Il portavoce del Cremlino, Dmitrij Peskov, ha dichiarato che in Polonia sarebbero operativi impianti destinati alla produzione di droni per l’Ucraina e che il Ministero della Difesa russo ne avrebbe già reso nota l’ubicazione, invitando Varsavia a riflettere sulle implicazioni per la propria sicurezza. Dichiarazioni di questo tipo testimoniano come il dibattito politico sia ormai caratterizzato da una crescente radicalizzazione del linguaggio e dal ricorso a una retorica di natura intimidatoria. Tuttavia, l’evetualità di un attacco nei confronti di un Paese membro NATO non risponderebbe esclusivamente ad una logica operativa/convenienza militare, ma dovrebbe risultare coerente con la narrativa costruita e con gli obiettivi comunicativi perseguiti dal Cremlino. In una valutazione scenaristica, un’azione contro ad un Paese dell’Alleanza servirebbe a dimostrare come la deterrenza collettiva alla base degli artt. 4 e 5 sia debole e limitata, rilanciando la tesi della morte cerebrale della NATO. Nella prospettiva contraria, un confronto diretto di questo di tipo potrebbe condurre ad una dispersione della forza militare russa che si troverebbe con ben due fronti aperti e necessità di ridistribuire le risorse. Non è da escludere che tali minacce abbiano l’effetto diretto di rafforzare il fianco est della NATO, l’adozione di nuove misure sanzionatorie e un incremento del sostegno politico e militare all’Ucraina.
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L'Autore
Beatrice Parisi
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