Il corpo come protesta: la studentessa che ha incendiato il silenzio in Odisha

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  Rati Mugnaini Provvedi
  19 August 2025
  7 minutes, 23 seconds

“Se toccano una, toccano tutte”, si dice sempre. Ma evidentemente non tutte: non quelle con un cognome troppo difficile da pronunciare, figlie di comunità che non fanno notizia. Abbiamo fallito, come società e come movimento, nel riconoscere che le nostre sorelle indiane, quelle che vivono accanto a noi o a migliaia di chilometri, sono state lasciate sole. Una giovane di 22 anni, iscritta alla facoltà di Educazione del Fakir Mohan Autonomous, College di Balasore, in una notte di luglio, è deceduta presso l’AIIMS di Bhubaneswar, dov’era ricoverata in condizioni critiche - dopo essersi data fuoco il 12 luglio scorso all’interno dell’istituto. Secondo la ricostruzione, la studentessa aveva accusato formalmente il capo del suo dipartimento, il professor Samir Kumar Sahu, di ripetute molestie sessuali. In una dettagliata denuncia indirizzata al Comitato interno per i reclami, aveva descritto mesi di vessazioni e minacce, ma - stando a quanto riferito da persone a lei vicine - nessun provvedimento era stato intrapreso, nonostante le fosse stato assicurato un intervento entro una settimana.

I fatti:

Il giorno della tragedia, la giovane stava prendendo parte a una manifestazione di protesta davanti al cancello del college insieme ad altri studenti. All’improvviso si sarebbe allontanata verso l’ufficio del preside, cospargendosi di liquido infiammabile e dandosi fuoco. Trasportata d’urgenza in ospedale con ustioni che ricoprivano oltre il 90% del corpo, è rimasta per tre giorni in terapia intensiva, fino al decesso sopraggiunto alle 23:46 del 14 luglio. L’ospedale ha confermato che, malgrado rianimazioni ripetute e cure specialistiche - inclusa la dialisi in regime intensivo - non è stato possibile salvarle la vita. Il primo ministro Mohan Charan Majhi ha espresso cordoglio, dichiarando che “tutti i responsabili saranno perseguiti con la massima severità” e assicurando sostegno alla famiglia. Le indagini hanno già portato all’arresto del professor Sahu e del preside del college, Dilip Ghosh, accusati rispettivamente di molestie e di aver esercitato pressioni sulla studentessa e sui suoi familiari affinché ritirassero la denuncia. Il padre della giovane, intervistato da NDTV, ha raccontato di essere stato minacciato dallo stesso Comitato interno: “Ci hanno intimato di ritirare la denuncia, altrimenti avrebbero sporto querela contro di me e sarei stato arrestato”. Il fratello, disperato, ha promesso di “fare qualsiasi cosa pur di ottenere giustizia”. Una morte che riaccende i riflettori sul silenzio e le mancate tutele delle vittime di violenza negli atenei indiani, trasformando il dolore di una famiglia in un caso politico e sociale destinato a lasciare un segno profondo. I fermati sono Subhra Sambit Nayak, segretario statale congiunto dell’organizzazione, e Jyotiprakash Biswal, rimasto ferito nel tentativo di soccorrere la giovane. I due sono comparsi davanti al tribunale locale e sono stati posti in custodia cautelare di 14 giorni. Durante le settimane successive, gli investigatori hanno interrogato compagni di corso, docenti, familiari e giornalisti, oltre a visionare numerosi filmati. Gli inquirenti non escludono ulteriori arresti, anche tra i membri della National Students’ Union of India (NSUI), accusati di aver diffuso contenuti offensivi sulla ragazza tramite i social. Il drammatico gesto ha riportato in primo piano le carenze dei comitati interni contro le molestie sessuali negli istituti di istruzione superiore. A seguito della morte della studentessa, i partiti di opposizione hanno attaccato duramente il governo Majhi, accusandolo di non garantire condizioni di sicurezza alle donne nello Stato. Sotto pressione, l’esecutivo regionale ha successivamente ordinato l’istituzione di commissioni interne di reclamo in tutti gli istituti scolastici e universitari dell’Odisha.

Sexual Harassment of Women at Workplace Act, 2013.

La tragedia della studentessa di Odisha va letta anche alla luce del Sexual Harassment of Women at Workplace (Prevention, Prohibition and Redressal) Act del 2013, noto come POSH Act, che disciplina in modo puntuale la prevenzione e il contrasto delle molestie sessuali nei luoghi di lavoro e nelle istituzioni educative. La legge definisce infatti come “luogo di lavoro” anche scuole, università e college, includendo tra le persone tutelate tutte le donne che, a prescindere dall’essere formalmente lavoratrici, frequentano o partecipano alla vita dell’istituto. In questo senso la giovane rientrava pienamente nella definizione di “aggrieved woman” e le sue denunce avrebbero dovuto essere immediatamente prese in carico dal sistema di protezione previsto dalla normativa. L’articolo 4 obbliga ogni università a costituire un Internal Complaints Committee (ICC) guidato da una donna in posizione senior e composto da esperti esterni, con il compito di gestire le denunce in modo imparziale e sicuro. In questo caso, invece, il Comitato interno - che avrebbe dovuto garantire tutela - è stato accusato di avere esercitato pressioni sulla famiglia affinché ritirasse la denuncia: un comportamento che rappresenta una violazione diretta della legge. La normativa prevede regole procedurali stringenti: l’articolo 9 impone che la denuncia sia formalizzata, anche con assistenza del Comitato se necessario; l’articolo 11 obbliga a un’inchiesta entro 90 giorni; l’articolo 12 dispone che, durante l’indagine, siano adottate misure di protezione per la vittima - come il trasferimento, la concessione di congedo o altri strumenti utili a garantirne la sicurezza. Nel caso della studentessa, nonostante le fosse stato promesso un intervento entro una settimana, nessun provvedimento concreto è stato adottato. A ciò si aggiungono i doveri più generali dell’istituzione, elencati all’articolo 19: l’obbligo di fornire un ambiente sicuro, di supportare il Comitato, di trattare la molestia come “misconduct disciplinare” e di assistere la vittima anche nell’eventuale azione penale. Qui, invece, il preside stesso - figura responsabile ai sensi di legge - risulta coinvolto nelle pressioni e nel mancato rispetto delle garanzie previste. Il legislatore ha previsto anche conseguenze per le istituzioni che non rispettano la normativa: l’articolo 26 introduce sanzioni pecuniarie fino a 50.000 rupie, e nei casi di recidiva la revoca dell’accreditamento o della licenza dell’ente. La vicenda di Odisha mostra quindi un fallimento giuridico istituzionale, in cui l’inadempienza del college non è stata sanzionata in tempo, aggravando la condizione di vulnerabilità della vittima. A questo si aggiunge un ulteriore profilo: il preambolo della legge richiama la CEDAW, la Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione contro le donne, ratificata dall’India. La mancata tutela della studentessa non rappresenta dunque soltanto una violazione della normativa interna, ma anche un mancato rispetto di obblighi internazionali in materia di diritti umani.

Un grido che denuncia l’invisibilità

La morte della studentessa di Odisha non può essere letta solo come il fallimento di un apparato normativo, ma come l’ennesima dimostrazione di una frattura socioculturale. La legge del 2013, frutto delle battaglie femministe e della mobilitazione popolare seguita al caso di Nirbhaya a Delhi, ha codificato principi di tutela che, sulla carta, avrebbero dovuto costituire uno spartiacque. Eppure, la distanza tra diritto scritto e diritto vissuto resta abissale. Qui si rivela in tutta la sua crudezza la cultura dello stupro: un sistema di valori e pratiche che, pur a fronte di norme avanzate, continua a colpevolizzare le vittime, a silenziare le denunce, a legittimare i carnefici. L’istituzione universitaria, che avrebbe dovuto rappresentare un luogo di emancipazione e di protezione, diventa così teatro di molestie, minacce e intimidazioni. È un processo di diseducazione culturale, che normalizza la violenza e insegna alle donne che la loro parola non ha valore se non è conforme agli equilibri di potere maschili. In questo contesto, l’atto estremo della studentessa - darsi fuoco - si carica di un significato che travalica la dimensione individuale. L’immolazione come gesto politico, dall’auto-incendio dei monaci buddisti in Vietnam, agli attivisti tibetani, fino alle donne dell’India rurale che negli anni hanno trasformato il proprio corpo in arma di denuncia. Non è solo un suicidio: è un linguaggio estremo, un grido che denuncia l’invisibilità di chi subisce e che, proprio attraverso il corpo bruciato, costringe la società a guardare ciò che preferirebbe ignorare. Ma a differenza di altri casi che hanno acceso rivoluzioni e movimenti collettivi, la morte di questa studentessa rischia di essere dimenticata perché appartiene a una periferia - geografica, sociale, culturale - che non trova spazio nelle narrazioni mediatiche globali. Se “se toccano una, toccano tutte” è il mantra che guida le piazze, allora la solitudine di questa giovane indiana rivela quanto ancora il femminismo - anche nelle sue versioni occidentali - debba fare i conti con il rischio di etnocentrismo e con l’incapacità di riconoscere come “nostra” la vita di chi nasce dall’altra parte del mondo. L’atto di auto-immolarsi diventa così uno specchio crudele: mostra l’inadeguatezza delle leggi se lasciate senza applicazione, l’ipocrisia delle istituzioni educative, ma anche le ambivalenze di una società che commemora alcune vittime e dimentica altre. È un sacrificio che parla di un diritto tradito, di un femminismo che deve ancora imparare a essere radicalmente inclusivo, e di una società che continua a educare al silenzio, anziché alla giustizia.

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Rati Mugnaini Provvedi

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