Il costo della lentezza

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  Victoria Pancaldi
  05 November 2026
  3 minutes, 47 seconds

Perché continuare a fare cinema in stop motion quando esistono alternative più veloci, economiche e digitali? Wildwood, il nuovo film dello studio Laika, racconta un'industria che sembra aver dimenticato il valore dell'inefficienza.

Per far volare un'aquila, alla Laika hanno prima dovuto costruirla. Il grande rapace di Wildwood ha 3.794 piume applicate una per una, e per animarlo qualcuno ha dovuto spostarle, fotogramma dopo fotogramma, con una pazienza che oggi sembrerebbe più adatta a un restauro che a un blockbuster. Il film contiene anche 728 alberi realizzati a mano e oltre 142 mila facce intercambiabili per i personaggi. 

Si potrebbe scambiare tutto questo per un'imponente forma di autolesionismo artistico. Del resto, la domanda che accompagna ogni nuova produzione in stop motion non è più come riescano a farla, ma perché continuino a provarci.

Diretto da Travis Knight, Wildwood è l'adattamento del romanzo di Colin Meloy, il cantante dei Decemberists, illustrato da Carson Ellis. La protagonista, Prue, entra in una foresta proibita ai margini di Portland per ritrovare il fratellino rapito da uno stormo di corvi. Ci sono animali che parlano, fazioni in guerra e un mondo intero che sembra esistere indipendentemente dalla storia. Laika, lo studio di Coraline e Kubo and the Two Strings, ha iniziato a immaginare il progetto circa sedici anni prima della sua uscita: Knight sosteneva di non avere ancora gli strumenti per realizzarlo. In altre parole, ha aspettato che la tecnologia fosse abbastanza avanzata da permettergli di continuare a lavorare a mano.

È questa la contraddizione più interessante di Wildwood. La stop motion è un metodo produttivo che sembra progettato per mettere in crisi qualunque piano industriale. Si muove un pupazzo di pochi millimetri, si scatta una fotografia, si ricomincia. Il movimento che sullo schermo dura un secondo, sul set può occupare ore. Non esiste un pulsante per annullare la posa di ieri. Le luci cambiano, i materiali oppongono resistenza, un dettaglio sbagliato può significare rifare tutto.

E infatti costa. Laika non ha reso pubblico il budget di Wildwood, ma i suoi lungometraggi possono richiedere investimenti nell'ordine di 60-100 milioni di dollari. È anche il primo film dello studio dopo sette anni. In un sistema che misura ogni prodotto sulla capacità di arrivare prima, costare meno e generare abbastanza contenuti da non farci cambiare piattaforma, un simile ritmo di lavoro sembra una provocazione.

Ma attribuire alla lentezza un valore morale sarebbe una scorciatoia. Non è detto che una storia diventi migliore perché un artigiano ha passato tre settimane su una zampa, né che l'animazione digitale sia meno umana: anche quella è frutto di decisioni, competenze, errori e lavoro. Wildwood stesso non rifiuta i computer. Impiega stampa 3D a colori, effetti visivi e strumenti digitali sofisticati per realizzare proprio quelle facce che poi vengono sostituite a mano. Più che una guerra fra passato e futuro, è una collaborazione piuttosto bizzarra fra il laboratorio e la macchina.

Ciò che cambia è il rapporto dell'immagine con il mondo fisico. Un personaggio Laika proietta davvero un'ombra sul pavimento. Una giacca fa pieghe perché è fatta di qualcosa. Persino quando la scena viene ritoccata digitalmente, permane quella vaga sensazione di poterla toccare. Non è realismo: è presenza. E forse in un'epoca in cui le immagini sono sempre più facili da produrre, sapere che qualcosa ha occupato uno spazio e richiesto un gesto diventa parte dell'esperienza di guardarlo.

C'è però un dettaglio meno poetico che merita di restare nell'inquadratura. Laika è sostenuta dalla famiglia Knight, legata alla fortuna di Nike. La libertà di dedicare anni a un'opera così poco efficiente non è una possibilità concessa a tutti. Anche la resistenza alla logica del mercato, a volte, ha bisogno di un patrimonio abbastanza grande da potersela permettere. È difficile trasformare questo modello in una ricetta per salvare il cinema.

Resta allora una domanda più precisa: cosa aggiunge il metodo a ciò che vediamo? La risposta non sta soltanto nello stupore per le cifre, ma nelle piccole indecisioni di un movimento, nei corpi che sembrano leggermente fuori posto, in un mondo fantastico che non vuole smettere di essere materia.

Lo sforzo di Wildwood non prova che si debba tornare a fare tutto a mano. Ricorda, più modestamente, che non ogni innovazione consiste nell'eliminare una fatica. Qualche volta consiste nello scegliere quale fatica valga ancora la pena conservare.

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Victoria Pancaldi

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