Il Perù dice addio all'ex-dittatore Alberto Fujimori

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  Alessia Boni
  17 September 2024
  3 minutes, 47 seconds

Morto l’11 settembre 2024 all’età di 86 anni, Alberto Fujimori ha portato avanti un governo autoritario dal 1990 agli anni 2000 rappresentando una figura controversa che ha provocato una scissione all’interno dell’opinione pubblica peruviana. 

Ricordato per aver risollevato l'economia del Paese, era stato condannato al carcere per crimini contro l'umanità per i massacri di Barrios Altos e La Cantuta, abuso di potere e corruzione.

Ma chi era Alberto Fujimori?

Di origini giapponesi, presidente dal 1990 fino agli anni 2000, Fujimori ha incarnato il volto di un autoritarismo feroce, condannato per corruzione, abuso di potere e gravi violazioni dei diritti umani. Ma chi era davvero quest'uomo che ha lasciato un'impronta indelebile sul destino del suo Paese?

Nato a Lima nel 1938 e di origini giapponesi, Fujimori ha trascorso diversi anni della sua vita come insegnante universitario di matematica. Nel 1990 si affaccia alla politica all’interno del partito Cambio 90. Nel tumultuoso contesto politico ed economico degli anni ‘90, Alberto Fujimori emerse come un leader in grado di risollevare un paese afflitto dall’iperinflazione e dal terrorismo, cause del collasso economico del Perù fino a quel momento governato da Alan García. La sua ascesa politica, favorita dalla reputazione positiva all’interno della comunità giapponese in Perù (e dopo aver denunciato una campagna razzista orchestrata contro di lui), lo vide proporsi come il "salvatore" della nazione, capace di riportare ordine e stabilità. Eletto con oltre il 62% dei voti nel 1990, Fujimori iniziò a governare con il pugno di ferro, promettendo un rinnovamento radicale.
Dopo aver perso il sostegno del Congresso, prese il potere fino ad aprile 1992, quando con l’aiuto delle forze armate mise in atto un autogolpe di Stato, sciogliendo il parlamento e riformando la Costituzione per assicurarsi una futura rielezione.

Una figura controversa
Il Perù era una nazione in ginocchio, con un'inflazione al 7.000 per cento e minacciata da gruppi armati come Sendero Luminoso e il Movimento Rivoluzionario Tupac Amaru. Fujimori mise in atto una politica spietata di repressione, detta il “fujishock”, giustificando i propri atti con la necessità di sconfiggere il terrorismo. Tuttavia, l’eco delle sue azioni causò un bagno di sangue tra le fila della società civile: quasi 70.000 persone persero la vita negli anni del suo regime.

Durante il secondo mandato nel 1995, Fujimori consolidò ulteriormente il legame con le forze armate, mentre aumentano le denunce da parte di settori della società civile contro il suo crescente autoritarismo. Lo squadrone Grupo Colina, un'unità speciale dell'esercito peruviano istituita dal governo Fujimori per combattere Sendero Luminoso, si rese responsabile di numerosi massacri. Invece di limitarsi a colpire i guerriglieri, uccise brutalmente circa sessanta persone, tra cui minori e oppositori politici. Tra i crimini più noti vi furono il massacro del 1991 a Barrios Altos a Lima, e l’assassinio e tortura, l’anno successivo, di nove studenti e un professore dell’università La Cantuta, sempre nella capitale.

Nel 2000, dopo aver schedato migliaia di cittadini, comprato la stampa, fatto sparire nel nulla o rinchiuso in carcere centinaia di oppositori politici e dopo essersi ricandidato per la terza volta di fila, Fujimori fu nuovamente al centro dello sconcerto pubblico, dopo lo scoppio di uno scandalo tramite la sua ex-consorte Susana Higuchi, che vedeva protagonista di atti corruttivi il capo dell’intelligence peruviana sotto l’egida del presidente, costretto in seguito a lasciare il paese rifugiandosi nel suo paese d’origine, ovvero il Giappone, per poi fuggire nuovamente in Cile.

Con l’estradizione, nel 2009 venne condannato a 25 anni di carcere, con l’accusa di corruzione e gravi violazioni dei diritti umani avvenute durante i suoi mandati presidenziali. Lunghissima è infatti la lista dei suoi crimini, dalla partecipazione ai sequestri del giornalista Gustavo Gorriti e dell’imprenditore Samuel Dyer, nel 1992, alla sterilizzazione forzata di centinaia di migliaia di donne, in maggioranza native.

Per i suoi sostenitori, Fujimori è stato visto come il salvatore del Perù, capace di liberare il paese dalla minaccia dei gruppi estremisti di sinistra come il Tupac Amaru e Sendero Luminoso. Governando con il pugno di ferro e macchiandosi di massacri sanguinosi, Fujimori aveva risollevato l’economia del paese, ma senza mostrare rammarico per i crimini commessi, nemmeno nei confronti delle famiglie delle vittime. Il Perù, ancora oggi e dopo anni dalla fine del mandato presidenziale di Fujimori, continua a fare i conti con il proprio sanguinoso passato.

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L'Autore

Alessia Boni

Alessia Boni è originaria di Modena, Emilia-Romagna ed è nata il 13 giugno 1998. Ha una profonda passione per la politica internazionale, l'economia, la diplomazia, le questioni ambientali e i diritti umani.

Alessia ha conseguito una laurea in Relazioni internazionali e Lingue straniere, con un semestre trascorso come studentessa di scambio per il programma Overseas in Argentina presso l'Universidad Austral de Buenos Aires, dove ha sviluppato il suo profondo interesse per l'America Latina.

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