La prima cosa che viene da chiedersi, dopo Naza, è quanto di noi stessi siamo disposti a lasciare in mano agli altri. Non è una domanda astratta. È una domanda che ha a che fare con il corpo, con la vergogna, con il desiderio di essere visti e con la paura, altrettanto forte, di esserlo davvero. Perché esporsi non significa semplicemente mostrarsi. Significa perdere il controllo su ciò che accadrà dopo: sul modo in cui verremo letti, giudicati, ricordati.
Naza è un film che comincia esattamente lì: nel momento in cui qualcuno decide che il silenzio è diventato più insopportabile del rischio di parlare.
Yuval Abraham e Rachel Szor, già tra gli autori di No Other Land, scelgono una forma che dice molto prima ancora che inizi il racconto. Ventiquattro tra soldati e membri dell'intelligence israeliana vengono intervistati anonimamente, di notte, sui tetti di Tel Aviv. I loro volti sono nascosti, le voci alterate. Non vediamo la guerra come siamo ormai abituati a vederla: non ci sono immagini spettacolari del bombardamento, corpi mostrati per produrre shock, rovine utilizzate come prova immediata dell'orrore. Ci sono persone che parlano. E il buio.
È una scelta cinematografica, ma anche una scelta morale.
Perché parlare, in Naza, significa esporsi senza poter essere davvero riconosciuti. È una forma paradossale di testimonianza: per dire la verità bisogna, contemporaneamente, nascondersi.
Viviamo in una cultura che ci ha convinti che essere visibili equivalga a esistere. Ci fotografiamo, raccontiamo, commentiamo, prendiamo posizione. La nostra identità passa continuamente attraverso ciò che rendiamo pubblico. Ma Naza ci ricorda che esiste un'altra faccia della visibilità: quella in cui essere visti significa diventare vulnerabili e i testimoni del film lo sanno molto bene.
Le loro parole riguardano sistemi di sorveglianza, intelligenza artificiale, procedure militari e criteri con cui vengono individuati gli obiettivi. Il film entra così dentro un linguaggio tecnico che ha una funzione precisa: rendere astratta la morte. Una delle questioni centrali di Naza è proprio il modo in cui una parola come “danno collaterale” può trasformare una persona in una variabile, un morto in un numero, una responsabilità in una procedura. Il titolo stesso rimanda al termine militare nezek agavi, utilizzato per indicare il danno collaterale.
Perchè la guerra comincia anche dalle parole che rendono la guerra sopportabile. E qui Naza diventa qualcosa di più di un documentario sull'attualità. Diventa un film sulla distanza. La distanza tra chi decide e chi muore. Tra chi pronuncia una parola tecnica e chi quella parola la subisce. Tra il corpo reale di una persona e la cifra attraverso cui quel corpo viene registrato.
È una distanza che riguarda anche noi. Perché guardare Naza significa assumere una posizione. Non necessariamente una posizione politica, quella il film la prende già, in maniera inequivocabile, ma una posizione umana: decidere se continuare a guardare oppure voltarsi.
Per Abraham e Szor il problema dell'esposizione è particolarmente significativo: sono israeliani che scelgono di raccontare criticamente ciò che accade attraverso testimonianze provenienti dall'interno dell'apparato militare israeliano. Il film non arriva dunque da uno sguardo esterno, ma da una frattura interna.
E forse è proprio questo che rende Naza così difficile da archiviare.
Non è un film che chiede soltanto “da che parte stai?”. Chiede qualcosa di più scomodo: che cosa sei disposto a rischiare per non smettere di vedere?
Perché esporsi non è sempre un gesto eroico. A volte è semplicemente il gesto di chi non riesce più a restare zitto. E parlare può avere un prezzo. Può significare perdere protezione, reputazione, appartenenza, ma anche il silenzio ha un prezzo.
È questo il paradosso da cui Naza non ci lascia uscire: tacere può proteggerci, ma può anche renderci complici della nostra stessa rimozione.
Forse è per questo che il film è necessario adesso. Non perché il cinema abbia il potere di fermare una guerra, né perché novanta minuti possano risolvere una questione politica che dura da decenni. È necessario perché in un'epoca satura di immagini ci ricorda che vedere non basta.
Bisogna ascoltare.
E dopo aver ascoltato bisogna decidere cosa fare di ciò che abbiamo sentito.
Alla fine rimane una sensazione precisa: quella di essere stati messi davanti a qualcosa che non possiamo più fingere di non sapere.
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L'Autore
Victoria Pancaldi
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Cinema documentario Medio Oriente Palestina