A cura dell'Amb. Giuseppe Mistretta
A distanza di circa sei mesi dal controverso riconoscimento internazionale da parte di Israele della sovranità e indipendenza del Somaliland, il suo Presidente Abdirahman Mohammed Abdillahi si è recato per la sua prima visita ufficiale a Gerusalemme il 14 giugno scorso. Accolto con tutti gli onori dal suo omologo israeliano Herzog, egli ha altresì incontrato il Premier Netanyahu, ha parlato alla Knesset, ha firmato accordi economici bilaterali, ed ha inaugurato la nuova Ambasciata del Somaliland nella capitale israeliana, la cui apertura riveste per il piccolo territorio africano, non riconosciuto da alcun altro Paese al mondo, un elevato valore simbolico.
Poiché sono in corso vicende internazionali di portata ben superiore, l’incontro di Abdillahi con le massime cariche israeliane è passato quasi inosservato nei media internazionali, se si escludono alcuni articoli della stampa dei due Paesi direttamente coinvolti, che ne hanno enfatizzato il significato “storico” e “strategico”. Molto maggiore era stato invece il rumore provocato dal riconoscimento israeliano del Somaliland, annunciato nel dicembre dello scorso anno.
Ma agli osservatori più attenti e negli ambienti diplomatici non sfugge il veloce rafforzamento delle relazioni fra Hargeisa e Gerusalemme, suggellato adesso dall’incontro dei due Capi di Stato in terra israeliana.
Entrambe le capitali hanno rilevanti motivi geo-politici che spingono in tale direzione: Israele mira al Porto di Berbera, al fine di controllare i traffici, anche in chiave militare, nel Golfo di Aden e nello Stretto di Bab El Mandeb, in un momento in cui nella regione medio-orientale si moltiplicano le tensioni, e i transiti navali nello Stretto di Hormuz restano molto problematici; il Somaliland auspica che il “primo” riconoscimento formale israeliano della sua sovranità internazionale sia seguito al più presto da altri Paesi tendenzialmente sulla stessa lunghezza d’onda di Gerusalemme, come gli Stati Uniti e gli Emirati Arabi, fra gli altri.
Ulteriori obiettivi riguardano la penetrazione economica e di intelligence di Israele in Africa orientale; il riassestamento complessivo delle alleanze nella regione, sempre alquanto litigiosa, del Corno d’Africa; e l’affaccio sulla sponda africana del Mar Rosso, dove Israele intende contrastare gli attacchi alle navi in transito nello Stretto di Bab El Mandeb provenienti dalla costa yemenita ad opera dei ribelli Houthi filo-iraniani.
Finora nessun altro Stato, dopo Israele, ha riconosciuto il Somaliland, innanzitutto per rispetto nei confronti della posizione internazionale della Repubblica Federale di Somalia, che considera da sempre quel territorio come propria parte integrante (anche se Hargeisa ha proclamato la sua autonomia dalla Somalia nel lontano 1991); si vuole evitare inoltre di incoraggiare altri secessionismi da parte di regioni autonomiste, in Africa ed altrove, ed innestare processi di revisione massiccia dei confini accettati dalla Comunità Internazionale. Il Somaliland non è infatti l’unico territorio autonomo in Africa che ambisce alla propria indipendenza e sovranità; altre situazioni simili, con diverse sfumature, riguardano il Sahara Occidentale, che rivendica la separazione dal Marocco; l’Ambazonia, cioè la parte anglofona del Camerun, distinta da quella dominante francofona; la Casamance in Senegal; le regioni del Kordofan e del Darfur, in connessione con la cruenta guerra civile in Sudan; il territorio dell’Azawad, nella parte settentrionale del Sahel, rivendicato storicamente dai guerriglieri Touareg
In effetti, a supporto delle loro ambizioni, le Autorità del Somaliland hanno saputo garantire ai propri abitanti circa trenta anni di pace e stabilità, soddisfacente sviluppo e buona amministrazione, ciò che contrasta con lo stato di perenne turbolenza in Repubblica Federale di Somalia, dove ancora imperversa pericolosamente il terrorismo delle formazioni di Al Shabaab. Non a caso un diplomatico turco, l’ex Ambasciatore a Mogadiscio Kani Torun, ha recentemente affermato che il miglior alleato della causa del Somaliland, paradossalmente, è proprio la Somalia, per l’incapacità del suo Governo di riportare sul tutto il territorio federale condizioni di sicurezza e progresso.
Al contempo, invece, il miglior alleato per lo status quo voluto dalla Somalia appare la tensione crescente in Corno d’Africa, dove i principali Stati protagonisti (tranne Gibuti), sembrano addirittura sull’orlo di un conflitto generalizzato, innestato dalle velleità dell’Etiopia, Paese senza coste marine, volte ad ottenere rapidamente un accesso strategico sul Mar Rosso. In contesto così bellicoso, anche la causa di un piccolo attore come il Somaliland può diventare potenzialmente esplosiva.
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Redazione
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