Intervista: nel cuore delle migrazioni tra diritto, integrazione e sfide future

il punto di vista del professor Claudio Di Maio

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  Angela Sartori
  21 May 2025
  11 minutes, 40 seconds

Le migrazioni internazionali sono uno dei temi centrali in questo momento storico. Al centro del dibattito pubblico il fenomeno migratorio è uno dei discorsi più polarizzanti, spesso anche a causa di fraintendimenti e pregiudizi che ne alterano la percezione. Dal nodo più ampio dell’accoglienza e del diritto d’asilo, fino agli aspetti più capillari dell’integrazione nelle società locali, passando per nuove sfide come l’intelligenza artificiale e il cambiamento climatico, è difficile cogliere gli aspetti chiave senza cadere nei luoghi comuni. Per fare chiarezza, ne abbiamo parlato con il professor Claudio di Maio, docente di Diritto dell’Unione Europea presso l’Università della Calabria e membro dello staff del Centro Europe Direct Università degli Studi Roma Tre, le cui ricerche si concentrano sulla cittadinanza europea, sull’integrazione dei migranti e sulla salvaguardia dei diritti fondamentali. Attraverso la sua lente giuridica e interdisciplinare, esploriamo le sfide e le opportunità legate alla mobilità umana in Europa, tra normative, responsabilità istituzionali e nuovi modelli di accoglienza.

Visti i trend odierni nei governi dell’Unione Europea che stanno andando sempre più verso destra abbracciando idee nazionalistiche con scarsa apertura verso l’altro, come vede il futuro dell’Europa riguardo la ricezione dei migranti?

Ad oggi, si tende a fare una lettura politica del fenomeno migratorio. Tuttavia, secondo l’attuale assetto giuridico UE, modificato l’ultima volta nel 2009, L’UE non ha competenza esclusiva in materia migratoria: le scelte principali restano agli Stati membri, ognuno con le proprie priorità interne. Il fenomeno migratorio va analizzato anche da prospettive geografiche, economiche e sociali. L’Europa, pur essendo un continente piccolo, è altamente attrattiva grazie al mercato unico e ai diritti garantiti. Eppure, l’attenzione mediatica si concentra spesso sulla “crisi” migratoria, una terminologia che spesso distorce la percezione della realtà. Questo cozza con le agende di tutela di identità nazionale, dato che si ha la percezione che questa identità sia minata dall’avvento degli stranieri. Oltre agli sbarchi, però, esistono molteplici forme di ingresso – aeroporti, stazioni, mobilità interna – che rendono i flussi più articolati. Di conseguenza, c’è una sostanziale parte di popolazione straniera il cui unico riconoscimento è quello di natura economico-lavorativa che rischia di non essere inclusa nel dibattito. Inoltre, per avere un quadro completo sulla mobilità in Europa, bisogna anche prendere in considerazione la mobilità dei cittadini europei che scelgono di lasciare il proprio paese: per questo, una sola chiave di lettura non è sufficiente, anche se fa più breccia nelle agende populiste degli stati UE.

Cosa ne pensa del Patto sulla Migrazione e Asilo proposto dall’Unione Europea? La sua introduzione può andare a minare alcuni valori che l’Europa ha sempre considerato come suoi?

Il Patto su Migrazione e Asilo dell’Unione Europea, che entrerà in vigore nel giugno del 2026, dopo una lunghissima negoziazione iniziata nel settembre del 2020, rappresenta un tentativo di riformare e uniformare le politiche migratorie degli Stati membri. La novità principale è che per la prima volta la Commissione Europea ha adottato una “road map” comune a tutti gli Stati membri, con l’adozione di regolamenti, strumenti giuridici che dovrebbero garantire un’applicazione più omogenea rispetto al passato. Tuttavia, “tutto è cambiato perché nulla possa cambiare”: il Patto si concentra prevalentemente sul controllo delle frontiere e sulle procedure di asilo, lasciando in secondo piano l’integrazione dei migranti e la gestione della migrazione regolare, che rimane legata a logiche economiche e selettive. Sta diventando sempre più difficile, però, fare una distinzione netta tra le varie categorie di migranti. Un elemento centrale dell’UE è il principio di solidarietà, previsto dall’art. 80 del Trattato sul Funzionamento dell’UE. Questo viene applicato in modo flessibile: alcuni Stati accoglieranno i migranti, altri contribuiranno con mezzi o fondi per i rimpatri. Tale impostazione solleva dubbi sulla coerenza del sistema e sull’effettivo rispetto dell’equilibrio tra accoglienza e responsabilità condivisa. Infine, l’attuazione del Patto richiederà uno sforzo significativo da parte degli Stati membri, sia a livello centrale che locale, con particolare attenzione alla capacità degli enti territoriali di adattarsi alle nuove norme. La sfida sarà garantire un’applicazione concreta ed equilibrata che non contrasti con i valori fondamentali dell’Unione.

Cosa ne pensa delle politiche di alcuni stati dell’Europa di demandare le procedure di richiesta d’asilo a stati terzi? Pensa che più stati possano prenderne esempio?

L’esternalizzazione delle procedure di richiesta d’asilo verso Paesi terzi non è un fenomeno nuovo nell’Unione Europea. Esempi come l’accordo UE-Turchia, il memorandum con la Tunisia o il recente caso dell’Albania lo dimostrano. Tuttavia, non va considerata automaticamente come una pratica negativa, purché avvenga nel rispetto del diritto dell’UE e dei diritti fondamentali riconosciuti a ogni individuo, indipendentemente dal suo status giuridico. Il quadro giuridico europeo – dai Trattati alla Carta dei diritti fondamentali, fino al Patto su Migrazione e Asilo che entrerà in vigore dal 2026 – fornisce strumenti per garantire che queste pratiche siano compatibili con i valori europei. In particolare, i diritti fondamentali non devono essere solo enunciati, ma applicati concretamente. I giudici svolgono un ruolo essenziale in questo processo, assicurando che il diritto europeo sia “vivente” e adattato alle specifiche situazioni migratorie. Il vero punto critico non è quindi l’esternalizzazione in sé, ma la sua coerenza con i principi del diritto europeo. Molto dipenderà dalle pronunce future della Corte di giustizia dell’UE, soprattutto su temi come il concetto di “paese sicuro”. In prospettiva, è possibile che altri Stati europei seguano questo modello, ma ogni iniziativa dovrà essere valutata caso per caso, alla luce dei diritti fondamentali e del rispetto delle garanzie giuridiche previste.

Visto che lei ha fatto parte del progetto europeo GLIMER, quali sono stati i risultati che non si aspettava di trovare e che hanno avuto più impatto?

Il progetto GLIMER (Governance and Local Integration of Migrants and Europe’s Refugees) è stato un’iniziativa di ricerca multisettoriale e internazionale, capitanata dall’Università di Edimburgo con il contributo attivo dell’Università della Calabria, il cui punto di partenza è stato una riflessione critica sul concetto di integrazione degli stranieri. In particolare, la mia ricerca si è occupata di tre aspetti che riguardano il progetto. Il primo punto trattava le politiche di genere. Si è osservato, infatti, come il genere, incluso quello delle persone LGBTQ+, influenzi l’esito dei percorsi migratori e la stessa definizione di protezione internazionale. Le donne, in particolare, giocano un ruolo cruciale ma spesso invisibile nei processi di integrazione familiare e comunitaria. Il secondo aspetto ha riguardato l’inserimento lavorativo, che ha fatto emergere un dato inatteso sull’imprenditoria straniera. I migranti, spesso ignorati in questo ruolo, si dimostrano resilienti e capaci di integrarsi attraverso attività autonome: il fatto di essere più esposti al rischio è infatti più un incentivo che un deterrente. Tuttavia, queste attività restano in gran parte rivolte ad altre comunità migranti, limitando l'integrazione con la società ospitante. Il terzo invece verteva sulla rigenerazione urbana, un fenomeno già visto in Calabria. Il compito del progetto GLIMER è stato di replicare questa realtà anche in altri contesti europei: si è visto come la presenza di migranti abbia contribuito alla riattivazione di servizi, spazi pubblici e dinamiche locali. I rifugiati sono diventati così popolazione stanziale, portatori di nuove esigenze e spingendo le amministrazioni locali a rinnovare le politiche pubbliche.

A seguito di ciò, c’è qualcosa che l’Italia potrebbe fare per migliorare l’integrazione?

L’Italia può migliorare l’integrazione dei migranti attraverso percorsi nazionali chiari e strutturati. Spesso, infatti, l’integrazione viene lasciata interamente sulle spalle dello straniero, ma non dovrebbe essere così. Le esperienze del Nord Europa, come quella di Malmö, dimostrano che accompagnare i migranti con orientamento e supporto lungo percorsi ben definiti favorisce l’inserimento e riduce il rischio di emarginazione. Offrire strumenti concreti e un’accoglienza guidata li aiuta a sentirsi parte attiva della comunità e più consapevoli del contesto in cui vivono.

Nelle sue ricerche, ha anche avuto modo di trattare il sistema di accoglienza e di integrazione spagnolo. In che cosa l’Italia potrebbe prendere esempio?

L’Italia potrebbe ispirarsi alla Spagna per quanto riguarda la partecipazione politica degli stranieri, un ambito in cui il nostro Paese è carente. In Spagna, la partecipazione va oltre il diritto di voto e include diritti come lo sciopero, l’associazionismo e la partecipazione attiva ai partiti politici, elementi fondamentali per l’inclusione civica.

Per alcuni versi, l’Italia ha dei punti di forza che non sono presenti in Spagna?

La Spagna potrebbe prendere esempio dal modello italiano decentralizzato di integrazione (ex SPRAR, ora SAI – Sistema di Accoglienza e Integrazione), in particolare per l’efficace collaborazione tra governo centrale e gli enti locali. A questo binomio l’Italia ha inserito un terzo attore, il terzo settore. Quest’ultimo si è rivelato fondamentale nel rendere il sistema italiano più capillare e flessibile sul territorio.

Quali sono le sfide per un’integrazione di successo nella società italiana e quali sono le maggiori difficoltà a cui si va incontro?

La principale difficoltà è l’integrazione. C’è una differenza tra integrazione e inclusione: l’integrazione implica uno sforzo attivo da parte dello straniero per adattarsi, mentre l’inclusione comporta un’azione della società nel renderlo partecipe. In Italia, il peso dell’integrazione ricade quasi interamente sullo straniero, che deve dimostrare autonomia linguistica, lavorativa e abitativa. Questo approccio è problematico, specie in un contesto di inverno demografico, dove sarebbe auspicabile un atteggiamento più proattivo da parte dello Stato. Un altro ostacolo è la complessità giuridico-amministrativa del processo: l’integrazione è fortemente burocratizzata e frammentata. Per un’effettiva inclusione servirebbero percorsi chiari, accessibili e uguali per tutti, che non richiedano rinunce culturali ma accompagnino il migrante nell’inserimento, anche attraverso una migliore educazione ai diritti e doveri. L’inclusione è vantaggiosa per tutti: se lo straniero si integra e rimane, ne beneficia l’intera società.

Il digitale e l’intelligenza artificiale stanno entrando anche nelle pratiche migratorie per la gestione dei flussi. Il digitale può portare a nuove forme di discriminazione oppure può essere considerato uno strumento che favorisce l’integrazione?

La tecnologia, se non gestita correttamente, può discriminare, soprattutto nel caso dei migranti. Le difficoltà riguardano l’accesso e l’uso di strumenti digitali avanzati, aggravate da barriere linguistiche e culturali. Inoltre, l’intelligenza artificiale può amplificare bias esistenti, come dimostra un caso in Germania in cui un algoritmo penalizzava sistematicamente i quartieri abitati da migranti. Tuttavia, l’AI non va demonizzata: se accompagnata da supervisione umana, può diventare uno strumento utile all’integrazione. Progetti europei come Welcome Platform o Rebuild, che fanno parte del programma europeo per la ricerca e l’innovazione, sono esempi virtuosi: usano AI ibrida, con un costante intervento umano e offrono un supporto linguistico e di orientamento. È fondamentale anche promuovere l’alfabetizzazione digitale, non solo tra i migranti ma anche tra gli operatori, per evitare distorsioni dovute alla non conoscenza degli strumenti. In sintesi: l’AI può aiutare, purché resti al servizio dell’uomo e dei diritti fondamentali, come previsto dal nuovo Regolamento europeo sull’intelligenza artificiale.

Con le conseguenze del surriscaldamento globale che ogni anno diventano sempre più tangibili, come pensa verranno considerati i “migranti climatici”? Verrà istituito un termine giuridico che li protegga a livello internazionale e in Italia, dato che non vengono nemmeno considerati “rifugiati” dalla convenzione di Ginevra?

Attualmente, la normativa internazionale non riconosce i migranti climatici come rifugiati, e la difficoltà principale sta nel provare il legame tra il cambiamento climatico e la necessità di protezione internazionale. Sebbene non esista una codifica giuridica precisa per il "rifugiato ambientale", alcune corti nazionali, come quella italiana e tedesca, hanno aperto la strada al riconoscimento di protezione speciale per chi proviene da paesi con disastri ambientali gravi. Ad esempio, la Corte di cassazione italiana ha esteso la protezione anche a chi fugge da situazioni di deterioramento ambientale. Tuttavia, la questione è ancora in fase evolutiva. Alcuni giudici nazionali riconoscono che rimpatriare una persona da un territorio gravemente danneggiato potrebbe violare i suoi diritti fondamentali. Nonostante queste iniziative, la normativa internazionale e dell'UE è ancora lontana dal prevedere una protezione formale per i migranti climatici, ma l'ambiente potrebbe diventare un motivo valido per concedere la protezione internazionale in futuro, come si è visto nei casi di Haiti, Repubblica Dominicana e Cuba.

Vorrebbe aggiungere qualcosa in più, non necessariamente legato ai temi trattati, ma che, secondo lei, è importante per comprendere in modo più approfondito le tematiche legate alle migrazioni?

È importante avere una lettura attuale del fenomeno migratorio, anche quando ci si rapporta con l'Unione Europea. Molti pensano che l'UE non faccia abbastanza in materia di immigrazione, ma spesso non si è consapevoli di quanto l'UE contribuisca, ad esempio attraverso il progetto FAMI (Fondo Asilo Migrazione e Integrazione), che ha finanziato molti programmi di supporto agli Stati membri. Tuttavia, questi aiuti non sono sempre percepiti e gli Stati membri spesso affermano che l'UE non fornisce sufficiente assistenza nella gestione dei flussi migratori. Inoltre, l'UE ha un deficit di competenze, che limita la sua capacità di agire in modo efficace, soprattutto in ambiti come l'integrazione e la migrazione per motivi di lavoro. È essenziale imparare a distinguere i vari tipi di migrazione: non tutte provengono da viaggi pericolosi via mare. Esistono anche ricongiungimenti familiari, migrazioni economiche e la tratta di esseri umani, quest'ultima particolarmente difficile da individuare e contrastare. Molti migranti legali sono, infatti, vittime di tratta e il fenomeno è difficile da rilevare, rendendo il lavoro delle autorità ancora più complesso.

E per concludere, una domanda più personale: c’è stato qualcosa in particolare che l’ha fatta appassionare a questa tematica tanto da essere trattata nei suoi studi?

Nel 2008, grazie a un Erasmus Traineeship, ho partecipato a un esperimento sociale riguardo i centri di partecipazione degli immigrati. In quell’occasione, uno dei mediatori culturali, che considero tuttora un mentore, scherzando mi disse: “Se avessi la tua dialettica e capacità di analisi, diventerei un ricercatore”. Ho preso quelle parole sul serio, e da lì è iniziato il mio percorso.

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L'Autore

Angela Sartori

Angela Sartori si è laureata in Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe (MIREES) presso l'Università di Bologna. Le tematiche che ha affrontato durante il suo corso di studi si sono concentrate principalmente sui fenomeni migratori e sulle problematiche legate alle minoranze etniche, nonché sulle relazioni lasciate dall'eredità sovietica in particolare in Ucraina, nella Federazione Russa e negli stati del Caucaso meridionale.

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Diritti Umani

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Patto Migrazione e Asilo rifugiati Immigrazione