A cura del Dott. Pierpaolo Piras
La rischiosa scommessa di Pechino contro l’Occidente
Dopo le ultime visite di Stato compiute in Cina dal presidente statunitense, Donald Trump, e dal presidente russo, Vladimir Putin, alcuni osservatori americani ed europei hanno liquidato quei vertici come eventi poveri di risultati concreti.
Dal punto di vista di Pechino, tuttavia, non pareva questo il punto più critico da considerare. Ciò che contava era la scenografia del potere: le immagini diffuse dai media ufficiali mostravano il leader cinese, Xi Jinping, al centro delle inquadrature mediatiche e della scena, intento a ricevere i leader delle grandi potenze come una sorta di imperatore circondato da delegazioni straniere.
Il messaggio era e continua a essere semplice e potente: la Cina non chiede più di essere ammessa al tavolo dei grandi del mondo; pretende piuttosto che il mondo riconosca che quel tavolo specifico ruota ormai attorno a lei.
Alla base di questa rappresentazione trionfale vi è una tesi ambiziosa ma in buona parte illusoria: dove i sovietici avrebbero irrigidito il socialismo fino a soffocarlo e gli americani avrebbero corrotto il capitalismo fino a renderlo instabile, la Cina sostiene di aver trovato una formula superiore, capace di unire autorità statale, disciplina politica e dinamismo di mercato. Il tutto diventerebbe la promessa di un ordine alternativo, più efficiente e meno liberale, presentato per deduzione come migliore rimedio verso le incertezze dell’Occidente.
Eppure, questa narrazione, nutrita di orgoglio nazionale, rischia di cancellare un dato storico decisivo: l’ascesa cinese non è avvenuta contro i sistemi costruiti dai suoi rivali, ma grazie alla capacità di Pechino di utilizzarli con straordinario pragmatismo.
Nei primi decenni della Repubblica Popolare, fondata nel 1949, la Cina dipese fortemente dall’Unione Sovietica per tecnologia, pianificazione, assistenza industriale di base e formazione dei quadri. Dopo la rottura sino-sovietica, fu l’apertura verso l’economia mondiale a offrirle il terreno della svolta.
La vera cesura arrivò nel 1978, quando il leader innovatore, Deng Xiaoping, lanciò la politica di “riforma e apertura”: una scelta che collegò grandemente la Cina ai mercati occidentali, agli investimenti stranieri, alle tecnologie avanzate e alle catene globali del valore.
In seguito, l’ingresso nell’Organizzazione mondiale del commercio nel 2001 completò il salto di scala: la fabbrica cinese divenne fabbrica del mondo, accumulando capitali, competenze e influenza strategica.
Oggi, tuttavia, Pechino sembra dimenticare quanto il proprio successo continui a dipendere dall’ordine economico guidato dagli Stati Uniti e dalla disponibilità delle economie occidentali ad assorbire beni, componenti e surplus produttivi cinesi.
Negli ultimi anni, la Cina Popolare ha rafforzato il controllo su settori cruciali dell’industria e del commercio mondiali — dalle batterie ai pannelli solari, dai veicoli elettrici ai minerali critici — e ha trasformato le catene di approvvigionamento in leve di influenza politica. Al tempo stesso, la sovraccapacità industriale cinese ha alimentato tensioni crescenti nei rapporti con i paesi europei e gli Stati Uniti.
Al Forum economico mondiale di Dalian, nel giugno 2024, il premier Li Qiang ha respinto tali accuse, attribuendo la forza cinese prevalentemente all’innovazione e competitività del sistema cinese. Ma per molti partner occidentali il problema appare in un’ottica nettamente differente: quello di un sistema produttivo sostenuto dallo Stato, capace di esportare notevoli eccedenze a ritmi che mettono sotto pressione e a rischio interi, quanto enormi, comparti industriali, specie nell’area molto popolata dell’asse geografico Canton - Shanghai.
Nel breve periodo, la posizione cinese potrebbe apparire quasi inattaccabile. Pechino domina snodi essenziali della produzione globale e molti paesi europei faticano a trovare una linea comune: alcuni temono la concorrenza, altri dipendono dal mercato cinese, altri ancora sperano di attirare investimenti.
Ma proprio su tale aspetto emerge un macroscopico paradosso: più la Cina utilizza la propria potenza economica come strumento di pressione, più accelera la preoccupata reazione di chi le ha consentito di “crescere” così tanto.
Non a caso, gli Stati Uniti e l’Europa hanno già elevato le loro economie, sussidiando ad esempio le industrie strategiche e controllando sia gli investimenti che tecnologie più sensibili. La Cina, in altre parole, rischia in questo modo di sabotare lo stesso ambiente che ha reso possibile la sua ascesa.
Tradotto in termini più analitici, significa che la strada cinese verso un proprio ordine socioeconomico post-occidentale passa ancora, inevitabilmente, attraverso i filtri e le varie approvazioni da parte dell’Occidente.
La dipendenza dell’ascesa
Le ambizioni di una grande potenza si leggono nel modo in cui racconta sé stessa. Dal 1949, la Repubblica Popolare Cinese ha coltivato l’obiettivo di riportare il paese al centro dell’ordine internazionale, cancellando l’ “umiliazione” subita nell’età dell’imperialismo e recuperando quella centralità che i suoi leader ritengono naturale.
In questa visione, l’egemonia occidentale non è più soltanto un ostacolo geopolitico, ma una deviazione storica da correggere.
Pechino, però, non ha mai perseguito questo obiettivo attraverso un rifiuto totale degli ordini esistenti. Al contrario, li ha pienamente utilizzati. Ha beneficiato prima dell’assistenza sovietica, poi dell’apertura liberale garantita dagli Stati Uniti e dai suoi alleati. La sua strategia è stata selettiva: entrare nei meccanismi internazionali quando conveniva, assorbirne risorse e opportunità, limitarne gli effetti politici interni e contestarne cinicamente le regole ogniqualvolta il proprio peso lo consentiva.
Dagli anni Novanta, mentre l’integrazione nell’economia mondiale si intensificava, i dirigenti cinesi cominciarono tuttavia a vedere il primato americano come il principale vincolo al “ringiovanimento nazionale”. Il timore era che l’interdipendenza economica portasse con sé anche liberalizzazione politica, pluralismo e pressioni capaci di indebolire il monopolio e il dirigismo illiberale del Partito Comunista.
Da qui la scelta di adottare una doppia traiettoria: sfruttare economicamente l’ordine liberale e, al tempo stesso, costruire strumenti capaci di ridurne notevolmente la presa e i costi sociali. Con Xi Jinping questa strategia è diventata più visibile.
La Belt and Road Initiative (Nuova Via della Seta), lanciata nel 2013, non è solo un programma infrastrutturale: è una rete di porti, ferrovie, crediti, standard tecnici e dipendenze commerciali pensata per spostare il baricentro dell’economia internazionale verso Pechino.
Coinvolgendo paesi asiatici, africani, latinoamericani ed europei, la Cina Popolare ha cercato di costruire un ecosistema nel quale le sue imprese, le sue banche e le sue priorità strategiche occupassero una posizione dominante.
La crisi finanziaria globale, verificatasi nel 2007-2008, rafforzò ulteriormente, tra molti analisti cinesi, l’idea che il modello occidentale fosse entrato in una fase di declino strutturale. Da qui lo slogan, poi ripreso da Xi, secondo cui “l’Oriente è in ascesa e l’Occidente in declino”.
Ma una grande potenza può permettersi di credere alla propria propaganda solo fino a un certo punto: se Pechino continuerà a trattare l’apertura occidentale come una risorsa inesauribile, potrebbe scoprire che l’ordine che intende superare è anche quello che sostiene in gran parte la sua prosperità.
La sua scommessa, perciò, è brillante ma rischiosissima: vincere contro il mondo che l’ha resa vincente!
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L'Autore
Redazione
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