C'è una geografia, in Le città di pianura, che nessuno può visitare. Due uomini attraversano la pianura veneta di notte, inseguendo l'ultimo bicchiere, una redenzione, una bevuta religiosa, trascinando con sé uno studente in un viaggio fatto di strade deserte e bar di provincia: la sinossi ufficiale del film di Francesco Sossai la chiama, con una formula esatta, una geografia interiore.
Il Veneto che vediamo sullo schermo non è un luogo, è un'ora della notte, luogo-tempo che non esistono o meglio vivono nella durata dei piani, nel modo in cui il montaggio di Paolo Cottignola, David di Donatello 2026, uno degli otto vinti dal film, lascia che una conversazione si spenga da sola prima di staccare. Toglietegli quella durata e restano un capannone, una rotatoria, un bar chiuso. Il cinema, da sempre, non riprende i luoghi: li inventa. Senza dover fare riferimenti aulici al cinema che fu, i set sono spesso in regioni diverse, in case diverse, in spazi diversi che in montaggio diventano un unico grande luogo, il luogo della storia.
E tuttavia, dopo l'uscita in sala il 2 ottobre 2025 e oltre quaranta settimane di programmazione, migliaia di spettatori hanno scaricato la mappa dell'itinerario percorso durante le riprese e sono andati a vedere quei posti con i propri occhi: San Vito, frazione di Altivole, un paese che nessuno avrebbe motivo di attraversare, è diventato una meta. Lo spettatore pretende di visitare un posto che è nato in sala di montaggio, e naturalmente non lo trova: trova il referente, non l'immagine.
San Vito non è un'anomalia, è solo l'esempio più recente e più nudo. La Matera in cui indaga Imma Tataranni, la Bari mediterranea di Lolita Lobosco, la Torino d'epoca de La legge di Lidia Poët sono ormai luoghi che il pubblico attraversa avendoli già visti, e che i territori riconoscono come parte del proprio capitale narrativo.
Il meccanismo, del resto, è misurabile: secondo una rilevazione di Expedia Group oltre due terzi dei viaggiatori dichiara che film e serie influenzano la scelta della destinazione, percentuale che supera l'ottanta per cento tra Millennials e Gen Z. Il cineturismo italiano vale quasi seicento milioni di euro l'anno secondo la ricerca di JFC Tourism & Management; l'ENIT ha stimato in cinque milioni e mezzo le presenze riconducibili a motivazioni legate a cinema e televisione, a fronte di oltre diciannove film commission attive sul territorio nazionale. Sono cifre che vengono citate ovunque come prova di virtù. Quello che non viene quasi mai citato è il verso opposto della transazione: non che cosa il cinema faccia ai territori, ma che cosa i territori chiedano in cambio al cinema.
Perché le regioni hanno smesso da tempo di aspettare il ritorno d'immagine, e hanno cominciato a comprarlo. Il denaro con cui lo fanno, per la parte più consistente, non è denaro per la cultura: Le città di pianura, per dire, ha ricevuto grandi somme dal Bando 2023 del PR FESR Veneto 2021-2027, cioè dal Programma Regionale del Fondo Europeo di Sviluppo Regionale, fondi di coesione destinati alla competitività delle imprese. La stessa Veneto Film Commission lo dichiara senza infingimenti: l'obiettivo è potenziare la capacità competitiva delle aziende venete del settore e favorire la diffusione della conoscenza del patrimonio culturale e paesaggistico. Un film, in quello schema, è insieme il prodotto e la campagna di marketing del luogo in cui è stato prodotto. Non stupisce che i risultati vengano rendicontati di conseguenza: solo in Veneto, tra il 2020 e il 2024, centosei produzioni per una ricaduta stimata attorno ai centodiciotto milioni.
Da qui in avanti il discorso non è più economico ma formale, perché le condizioni di accesso a quel denaro sono scritte, pubbliche e sorprendentemente precise. Il bando 2026 dell'Emilia-Romagna impone almeno sei giorni di riprese sul territorio regionale e, in aggiunta, non meno del 30% dei giorni di ripresa totali oppure il 30% dei costi di produzione spesi in regione; la percentuale scende al venti se l'autore delle musiche è residente, e i progetti che superano i diciotto giorni di riprese in loco sono esentati dagli altri criteri. La sezione riservata ai progetti più capienti richiede, come requisito di ammissibilità, un'ambientazione storica o geografica con riferimenti narrativi o biografici in Emilia-Romagna.
Ambientazione. È una parola del lessico della regia, non di quello della rendicontazione, e trovarla tra i requisiti di ammissibilità di un bando dovrebbe metterci in allarme. Significa che il luogo ha un obbligo di risultato: deve essere dichiarato, riferito, riconosciuto. Un paesaggio che resta anonimo è, tecnicamente, un paesaggio non rendicontabile. E il vincolo agisce molto prima delle riprese: si scrive già sapendo quante giornate devono cadere dentro un confine amministrativo, e questo decide la struttura di un racconto quanto una scelta di stile.
La geografia non è più il risultato di uno sguardo, è un dato di partenza.
Il posto dove il vincolo si vede meglio è la fiction seriale, che non a caso è diventata il vero motore del fenomeno. Una serie ha bisogno di un luogo stabile, ripetibile, immediatamente identificabile stagione dopo stagione: è esattamente la forma che i bandi premiano, ed è esattamente la forma che il turismo sa monetizzare. Il commissario deve avere la sua città, e la città deve essere quella e nessun'altra. Quello che si perde per strada è il luogo composito, il montaggio che unisce tre regioni in un solo paese immaginario, la provincia senza nome che il cinema italiano ha praticato per decenni. Non perché qualcuno lo abbia vietato, ma perché costa di più e non porta punteggio.
Il paradosso è che il film più premiato della stagione è quello che quel meccanismo lo incrina dall'interno: una produzione a basso budget, girata dove l'immaginario turistico non arriva — non le città d'arte, non le Dolomiti, ma la pianura tra Treviso e Belluno. Il territorio ha finanziato il proprio ritratto in perdita, il ritratto ha vinto otto David, e la vittoria è diventata argomento per rifinanziare il territorio: Sossai ricevuto a Palazzo Balbi, il pieno sostegno alla film commission annunciato nella stessa occasione. Nulla di scandaloso, ed è anzi il motivo per cui film così si fanno ancora. Ma un giornalismo culturale che si limiti a contare i pernottamenti sta guardando metà dell'operazione.
Resta quell'ora della notte. Chi arriva a San Vito con la mappa scaricata sul telefono cerca un'immagine formata alla giusta distanza, alla giusta durata, alla giusta luce, e trova una strada provinciale in pieno luglio.
Non è un fallimento del turista: è la prova più concreta che si possa avere che il luogo del film non coincide mai con il luogo. La pianura di Sossai non si visita. Si può soltanto rivederla, che è poi l'unica forma di viaggio che il cinema abbia mai offerto.
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Fonte immagine:
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Le città di pianura, regia di Francesco Sossai – © Festival de Cannes
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L'Autore
Jacopo Cantoni
Laureato in Cinema presso l'Alma mater Studiorum di Bologna, mi cimento nella scrittura di articoli inerenti a questo bellissimo campo, la Settima Arte. Attualmente frequento il corso Methods and Topics in Arts Management offerto dall'università Cattolica del Sacro Cuore.
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