La posizione europea nel nuovo ordine globale di Donald Trump

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  Redazione
  07 January 2026
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A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS

Se cercassimo un termine capace di cogliere appieno la portata degli effetti internazionali dei primi cento giorni del secondo mandato di Donald Trump, “disgregazione” sarebbe forse il termine più appropriato. È una parola che vibra di energia, di rottura, di un terremoto silenzioso che scuote le fondamenta delle relazioni internazionali come le abbiamo conosciute fino a oggi.

Trump, con le sue barriere tariffarie, lo smantellamento sistematico delle sovvenzioni legate alla USAID, la messa in discussione dell’alleanza transatlantica e i tentativi di un riavvicinamento — non privo di ambiguità — con la Russia, non ha ancora demolito l’ordine internazionale liberale. Tuttavia, è altrettanto evidente che nessun nuovo equilibrio sia sorto a sostituirlo, lasciando il mondo in una sorta di limbo geopolitico. Oggi, la prospettiva di una rinascita dell’internazionalismo liberale a guida statunitense sotto Trump appare come un miraggio nel deserto. Il “trumpismo”, celato dietro slogan e posture di un’America al centro del mondo, ha tutte le carte in regola per sopravvivere ben oltre il mandato del suo ideatore. Da tempo è palese che gli Stati Uniti non rappresentano più la fiaccola luminosa dell’ordine liberale internazionale. Trump, insieme ai suoi interlocutori di Mosca e Pechino — Vladimir Putin e Xi Jinping — sembra considerarsi protagonista di una nuova stagione, quella di un ordine mondiale multipolare. Resta però l’interrogativo se questa triplice intesa possa sfociare in un patto solido e duraturo o se sia destinata, come spesso accade nelle grandi narrazioni della politica, a svanire al primo mutare del vento.

L’Europa, in questo scenario, si trova in una posizione di vulnerabilità acuta.

Per ottant’anni, il Vecchio Continente ha potuto fare affidamento sulla tutela militare americana, soprattutto dopo la Seconda guerra mondiale e nel lungo inverno della Guerra Fredda. Questo ha permesso ai paesi europei di ridurre progressivamente — fino quasi a trascurare — gli investimenti nelle proprie capacità di difesa.

Sebbene negli ultimi dieci anni si sia registrata una timida risalita delle spese militari in rapporto al PIL, queste rimangono ancora insufficienti, fragili e troppo spesso incapaci di rispondere alle sfide del presente. Tuttavia, segnali di una nuova determinazione sono chiaramente visibili: oggi, investire in una base industriale della difesa europea indipendente non è più un tabù ma una necessità condivisa.

Vale la pena ricordare che queste carenze non sono nate con il ritorno di Trump alla Casa Bianca: affondano bensì le proprie radici in decenni di scelte politiche ed economiche precedenti. Colmare questi gap richiederà tempo e determinazione, e sarà realizzato solo in un futuro che va oltre il ciclo politico internazionale attuale. Eppure, paradossalmente, proprio il venir meno di alleati affidabili tra le grandi potenze potrebbe essere una benedizione travestita da calamità. L’Europa, lasciata sola, ha finalmente l’occasione storica di imparare a camminare con le proprie gambe, di emanciparsi da una tutela che, per quanto rassicurante, stava iniziando a diventare una zavorra.

I primi segnali di un’Europa più autonoma sono incoraggianti.

Nel marzo scorso, la Commissione Europea ha stilato un Libro Bianco sulla difesa, fissando l’ambizioso obiettivo di investire 800 miliardi di euro nei prossimi quattro anni. Numeri che, se trasformati in realtà, segneranno un punto di svolta epocale. Questo sforzo si poggia anche sull’attivazione della cosiddetta “clausola di salvaguardia nazionale”, che permette agli Stati membri di superare temporaneamente i limiti di deficit previsti dal Patto di stabilità, se gli sforamenti sono destinati alla difesa. Così, una dozzina di paesi ha già fatto richiesta di ricorrere a questa misura, con molti altri pronti a seguire l’esempio, determinati a non farsi cogliere impreparati in un mondo divenuto sempre più insidioso. La difesa rappresenta certamente il terreno più urgente su cui muoversi, ma l’autonomia strategica europea abbraccia anche altri ambiti cruciali, come l’energia e il commercio.

In materia di energia, l’Unione Europea ha dimostrato una notevole capacità di reazione, tagliando in tempi rapidissimi il cordone ombelicale che la legava alle forniture russe. Recentemente, Bruxelles ha lanciato un piano definitivo per azzerare ogni residua importazione di gas dalla Russia entro il 2027: uno strappo che solo pochi anni fa sarebbe parso impensabile.

Sul versante commerciale, la linea dura di Trump — quel “America First” tradotto in dazi e barriere — ha inferto colpi tanto duri quanto inaspettati all’architettura globale degli scambi. Ma come spesso può accadere, laddove si chiude una porta si apre piuttosto un portone: il nuovo scenario offre all’UE la possibilità di rafforzare i legami con altri grandi blocchi commerciali, come con la Cina, già partner economico di primo piano. In questo gioco di equilibri, l’Europa può davvero giocarsi le sue carte e forse diventare ago della bilancia nel vasto mare della globalizzazione.

Le relazioni tra Cina ed Europa, tuttavia, restano caratterizzate da una complessità quasi romanzesca. Da una parte, entrambi hanno interesse a mantenere in piedi un sistema commerciale globale da cui hanno lungamente tratto vantaggi; dall’altra, gli interessi geopolitici divergono e spesso si intersecano in modo ambiguo. Pechino ha lanciato segnali contraddittori, tra aperture diplomatiche come la proposta di revocare sanzioni contro alcuni stati membri del Parlamento europeo e il continuo appoggio, neanche troppo velato, alla Russia. La visita di Xi Jinping a Mosca per la parata del Giorno della Vittoria ne è un simbolo eloquente, anche se ultimamente emerge un certo raffreddamento nei rapporti tra Mosca e Pechino.

Rimanere allineati con Mosca potrebbe rafforzare la posizione di Pechino nella disputa globale con Washington, ma di certo non contribuisce a convincere l’Europa a scegliere la Cina come partner privilegiato nella difesa di un ordine internazionale aperto, proprio mentre Trump sembra fare di tutto per impedirlo. Anzi, ribadendo il suo legame con la Russia, Xi rischia di allontanare l’Europa, rendendo sempre più improbabile un suo riavvicinamento strutturale a Pechino. Questa intricata rete di relazioni, dove l’UE si trova a fare da mediatore tra Washington e Pechino, riflette la sua natura di centro di gravità di ciò che resta dell’Occidente tradizionale. Lo si vede nella rapidità e nella determinazione con cui è nata la cosiddetta “coalizione dei volenterosi” a sostegno dell’Ucraina: trenta paesi, tra membri UE e NATO, guidati da Francia e Regno Unito, si sono compattati per sostenere Kiev — un segnale di quanto l’Europa sappia ancora giocare un ruolo di primo piano.

L’effetto boomerang dei dazi

Fuori dall’Europa, la politica dei dazi di Trump ha avuto un effetto boomerang, rilanciando l’idea di un partenariato strategico tra UE e CPTPP, il Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership. Questo accordo, che riunisce ben undici nazioni dell’area Indo-Pacifico e il Regno Unito (membro da dicembre), è tra le più grandi zone di libero scambio al mondo e incide su oltre il 15% del PIL globale. Anche senza la Cina e gli Stati Uniti tra i suoi membri, un’alleanza UE-CPTPP avrebbe la forza sufficiente di influenzare le dinamiche economiche globali e potrebbe offrire una barriera di protezione ai suoi membri dalle turbolenze di una guerra commerciale sempre più aspra tra Washington e Pechino.

Tuttavia, nessuna delle iniziative adottate da Bruxelles e dai suoi partner punta a rompere i rapporti transatlantici che la Casa Bianca, con l’amministrazione Trump, sembra invece voler logorare. I discorsi pubblici di J.D. Vance, vicepresidente, e del segretario di Stato Marco Rubio, sono stati inequivocabili: il rapporto America-Europa sta cambiando e non sarà più quello di prima. Washington, spinta dalla sua nuova leadership politica, tende infatti a sostenere le forze più scettiche rispetto ai principi che hanno guidato il Vecchio Continente dal 1945 in poi. Di fronte a questo scenario, agli europei non resta che una strada: costruire una maggiore autonomia rispetto agli Stati Uniti. Certo, nessuno si illude che un’Europa più indipendente si trasformi dall’oggi al domani in una superpotenza globale, capace di rivaleggiare con Stati Uniti o Cina. Ma questo non significa che il Continente sia destinato a coprire solo un ruolo marginale: la sua storia millenaria, le sue istituzioni — spesso date per scontate — e la capacità di promuovere valori condivisi, restano risorse preziose in un mondo che si fa sempre più policentrico e competitivo, dove le regole vengono ridiscusse e il potere, nella sua accezione più nuda, torna a essere la moneta di scambio più richiesta.

In questo contesto fluido e denso di incognite, l’UE può mettere a frutto il suo peso economico, diplomatico e culturale per costruire alleanze, favorire la stabilità e tutelare gli interessi dei suoi cittadini. Non va poi trascurato un dato importante: oggi l’Unione Europea gode di un insperato consenso interno mai visto prima. Anche di fronte a crisi e cambiamenti epocali, i cittadini europei chiedono sempre più unità e reclamano un’Europa che li protegga, sia sul fronte economico che su quello della sicurezza. Questo vento favorevole rappresenta attualmente la vera forza dell’Unione e offre ai suoi leader una responsabilità storica: creare un’Europa autonoma, sicura e resiliente, capace di affrontare le tempeste di un mondo in costante mutamento. In definitiva, questa è la stagione in cui il Vecchio Continente è chiamato a osare, ad avere il coraggio di credere nelle proprie potenzialità. Solo così potrà smettere di essere spettatrice della storia e tornare a essere protagonista, forgiando un destino all’altezza delle sue aspirazioni e delle sfide che il futuro, senza dubbio, continuerà a riservare.

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