La rinascita etiope e le acque contese del Nilo

L’Etiopia celebra l’inaugurazione ufficiale della Grand Ethiopian Renaissance Dam, la diga sul Nilo Azzurro che potrebbe trasformare il Paese in uno dei maggiori esportatori di elettricità del Corno d’Africa. Il successo etiope riaccende però le rivalità con i vicini Egitto e Sudan per il controllo delle acque del fiume, essenziale per l’economia della Regione.

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  Cristel Vinciguerra
  21 September 2025
  7 minutes, 55 seconds

Il nove settembre il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed ha presieduto l’inaugurazione ufficiale della Grand Ethiopian Renaissance Dam, la diga di 30 chilometri sul Nilo azzurro che permetterà il funzionamento della più grande centrale idroelettrica in Africa, che potrebbe sostenere l’Etiopia verso una nuova fase di crescita economica e sviluppo.

La costruzione della diga è iniziata nel 2011, e da allora il valore che essa ha assunto per il Governo e la popolazione etiope la hanno resa simbolo della rinascita nazionale: con la sua produzione stimata di circa 5,150 megawatt di energia elettrica, la nuova centrale permetterà di sostenere il fabbisogno energetico in un Paese nel quale il 66% delle abitazioni non ha acceso ad energia elettrica costante. La disponibilità d’acqua renderà inoltre possibile l’irrigazione di circa cinquemila chilometri quadrati di terreno aggiuntivi, aumentando notevolmente la produzione nel settore agricolo, primario per l’economia nazionale. Oltre allo sviluppo industriale interno del Paese, la diga potrebbe favorire anche il ruolo dell’Etiopia come nuovo esportatore d’energia nel Corno d’Africa, aumentando quindi la postura regionale del governo di Addis Abeba e promuovendo una nuova immagine del Paese a livello internazionale.

Il Ruolo Della Cina

Le opportunità offerte dall’imponente infrastruttura hanno giustificato gli elevati costi di costruzione: circa 5 miliardi di dollari, pari al 5% del PIL etiope, che sono stati raccolti dal Governo tramite una lunga campagna domestica di vendita di titoli di stato. Un contributo indispensabile alla realizzazione della diga e della rete elettrica ad essa collegate è stato fornito dal Governo di Beijing, che nel 2013 ha offerto all’Etiopia un prestito da 1.2 miliardi di dollari per avviare i lavori, a cui nel 2019 si sono aggiunti ulteriori 1.8 miliardi per il completamento dell’opera e l’espansione del settore delle energie rinnovabili. Il coinvolgimento della Cina nella realizzazione della diga ha portato l’Etiopia a legarsi sempre di più al Paese asiatico, dal quale provengono circa il 16% del totale delle importazioni etiopi. La Cina è inoltre la fonte della maggior parte degli investimenti stranieri in Etiopia, che nel 2020 hanno raggiunto i 2,7 miliardi di dollari. Se da una parte l’indebitamento con la Cina pone l’Etiopia, già economicamente fragile, in una posizione di ulteriore rischio, dovuto alla cresciuta presenza di interessi cinesi nel Paese, l’alleanza con Beijing ha fornito al Governo etiope non solo il supporto economico, ma anche quello politico, necessario per superare l’opposizione di Egitto e Sudan alla costruzione della diga.

Fin dall’inizio dei lavori di costruzione, Egitto e Sudan sono stati i paesi del bacino del Nilo che più apertamente si sono schierati contro la realizzazione della Great Ethiopian Renaissance Dam, richiamando più volte l’attenzione della comunità internazionale, nel tentativo di fermare gli interventi dei maggiori sostenitori stranieri del progetto, ovvero la Cina ed il gruppo italiano Webuild, vincitore dell’appalto da 4,8 miliardi di dollari per i lavori di realizzazione dell’infrastruttura. L’Egitto gode inoltre di rapporti particolarmente stretti con la Cina, dal quale il governo del Cairo ha ricevuto negli anni diversi miliardi in prestiti per finanziare la crescita economica nel Paese.

Mantenendo una posizione neutrale, e facendo leva sulla sua influenza economica, la Cina ha cercato nel corso degli anni di porsi come mediatore tra Egitto ed Etiopia, pur mantenendo saldo il suo supporto alla costruzione della diga, che per il valore degli investimenti è diventato un progetto essenziale tra quelli della Belt and Road Initiative; il supporto di Beijing ha quindi contribuito anche a rafforzare il potere negoziale dell’Etiopia per affrontare le controversie regionali legate al controllo delle acque del Nilo, che però al momento dell’inaugurazione della diga, non sono state ancora risolte.

La Diga come “minaccia esistenziale” per Egitto e Sudan

Ai benefici economici che la diga potrebbe portare in Etiopia, corrispondono dei considerevoli rischi per gli altri due Paesi che dipendono direttamente dalle acque del Nilo azzurro, ovvero l’Egitto ed il Sudan.

Per l’economia egiziana, le acque del fiume sono fondamentali: il Nilo è la maggiore fonte d’acqua dolce del Paese, ed alimenta in maniera consistente il settore agricolo, che costituisce il 12% del PIL del Paese ed impiega il 20% della sua forza lavoro. Gli studi sulle conseguenze della diga nel territorio egiziano hanno evidenziato il rischio di una perdita del 6% totale delle acque del fiume, causate dalla maggiore evaporazione, in un momento in cui l’aumento delle temperature e la progressiva desertificazione stanno aumentando i consumi d’acqua nell’area ed hanno già causato diversi casi di carenze idriche.

Per queste ragioni il Governo del Cairo ha dichiarato che la Grand Ethiopian Reinassance Dam costituisce una “minaccia esistenziale” per la sua economia, non solo dal punto di vista della sicurezza nazionale, ma anche per quanto riguarda la sicurezza alimentare ed energetica del Paese; oltre a numerose proteste popolari tenutesi in Egitto contro la realizzazione della diga, il Governo egiziano si è anche appellato nel 2021 al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, richiedendo l’intervento della comunità internazionale per trovare un accordo con l’Etiopia sul controllo delle acque del Nilo. 

Il Sudan è l’altro paese che sarà influenzato dall’entrata in funzione della diga, che sorge a soli 15 chilometri dal confine est con l’Etiopia: il riempimento del bacino d’acqua comporterà infatti una riduzione dell’afflusso del fiume in Sudan, con conseguenze significative per il settore agricolo e la produzione di energia idroelettrica. Alcuni studi sul Sudan portati avanti dalla Nile Basin Initiative, composta dagli stati in cui scorre il fiume Nilo, hanno evidenziato che nel lungo periodo il contenimento delle acque potrebbe però permettere un incremento fino al 10% dei terreni ad uso agricolo nel Paese, mitigando inoltre l’effetto delle inondazioni stagionali, trasformando quindi il Sudan in un potenziale beneficiario della realizzazione della diga.

Egitto e Sudan hanno sostenuto la loro opposizione al progetto appellandosi ai trattati del 1929 e del 1959, che regolano le quote di consumo dell’acqua del Nilo, assegnando il 66% del totale all’Egitto ed il 22% al Sudan; inoltre, secondo questi trattati, i due Paesi godono del diritto di veto su qualsiasi progetto di costruzione sul fiume Nilo ed i suoi affluenti: veto che è stato usato nei confronti del progetto etiope. A partire dal 2010, i Paesi del bacino del Nilo hanno avviato diverse negoziazioni per redistribuire le quote idriche, che però hanno sempre trovato in disaccordo Egitto e Sudan.

In seguito all’avvio della costruzione della diga da parte dell’Etiopia, nuove trattative hanno portato al raggiungimento di un accordo tra i Paesi coinvolti, che nel 2015 hanno sottoscritto una Dichiarazione di Principi che riconosceva gli interessi etiopi sull’uso delle acque per garantire lo sviluppo del Paese, aprendo inoltre uno spazio di cooperazione per gestire l’afflusso idrico in modo da garantire il benessere di ciascuno stato. Il dialogo diplomatico si è rivelato però fallimentare, e la conflittualità tra i Paesi è rimasta accesa, nonostante rinnovati tentativi di raggiungere un accordo sul controllo delle acque.

La Cooperazione necessaria

-Il raggiungimento di un accordo di cooperazione porterebbe benefici non solo ad Egitto, Etiopia e Sudan, ma anche ai Paesi legati alla Nile Basin Initiative. Nel caso in cui la riduzione dell’afflusso d’acqua causato dalla diga avesse gli effetti ipotizzati sull’agricoltura egiziana, anche Etiopia e Sudan soffrirebbero le conseguenze della crisi, in quanto dipendenti dalle importazioni agricole dall’Egitto.

La gestione coordinata delle acque del Nilo azzurro permetterebbe di mitigare le conseguenze negative in caso di siccità o cambiamenti climatici, mentre in assenza di un accordo sulla condivisione delle risorse idriche, un’eventuale crisi potrebbe generare un’escalation tra i paesi coinvolti, aumentando i fattori di rischio in una regione già esposta a conflittualità.

La Grand Ethiopian Renaissance Dam non è soltanto un progetto nazionale etiope, ma un nodo geopolitico di interesse regionale. È nell’interesse di Etiopia, Egitto e Sudan garantire il funzionamento e la stabilità dell’opera, condizione indispensabile per la sicurezza idrica e la pace regionale. Ma anche attori esterni, come la Cina, hanno tutto da guadagnare da un esito positivo: i consistenti investimenti cinesi nella diga fanno sì che la sua stabilità rappresenti non solo una priorità africana, ma anche una questione di rilievo strategico internazionale.

Solo attraverso un accordo condiviso i Paesi del bacino del Nilo potranno garantire sicurezza idrica, stabilità regionale e crescita economica, trasformando un’infrastruttura contestata in un motore di sviluppo comune capace di valorizzare appieno il potenziale del fiume e della regione.

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L'Autore

Cristel Vinciguerra

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Sub-Saharan Africa

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Africa China Egitto