La vulnerabilità climatica e le prospettive di resilienza del Pakistan

  Articoli (Articles)
  Alessia Bernardi
  23 September 2025
  7 minutes, 4 seconds

Il Pakistan si configura come uno dei principali epicentri della crisi climatica globale. Indicatori internazionali, quali l’Environmental Performance Index 2024, che colloca il Paese al 179º posto su 180, non esprimono soltanto un dato statistico, bensì delineano un quadro strutturale di profonda vulnerabilità ambientale. La concomitanza di eventi meteorologici estremi negli ultimi anni, pressione demografica crescente e governance ambientale incompleta espone il Paese a un rischio sistemico che travalica la dimensione ecologica per investire altresì quella socio-economica. Plurimi sono gli esempi analizzabili in tal senso. 

Le devastanti inondazioni del 2022 hanno segnato una cesura epocale, non solo per l’entità dei danni materiali, stimati in oltre 30 miliardi di dollari, ma anche per la portata sociale ed ecologica. Infatti, oltre 33 milioni di persone sono state colpite, con più di 8 milioni costrette ad abbandonare le proprie abitazioni. Le acque hanno sommerso circa un terzo del territorio nazionale, distruggendo infrastrutture viarie e sanitarie, scuole e sistemi irrigui. A ciò si è aggiunta la contaminazione diffusa delle risorse idriche superficiali e sotterranee, con conseguenze dirette sull’incidenza di malattie idrotrasmesse quali colera e malaria. La perdita di fertilità dei suoli agricoli, imputabile sia al ristagno prolungato delle acque sia al deposito di sedimenti inquinanti, ha aggravato la vulnerabilità delle comunità rurali. Circa il 40% delle colture di riso, cotone e grano è andato perduto, con un impatto immediato sulla sicurezza alimentare e con ripercussioni di lungo periodo sulla capacità produttiva del Paese. Tali eventi non costituiscono un’eccezione isolata. Le dinamiche idro-climatiche del bacino dell’Indo, che soddisfa quasi il 90% del fabbisogno idrico agricolo e oltre il 60% dell’acqua potabile nazionale, risultano oggi sempre più instabili. Lo scioglimento accelerato dei ghiacciai himalayani, responsabili di circa il 45% dell’apporto idrico annuale, sta ridisegnando i flussi stagionali, riducendo la prevedibilità della risorsa. A questa incertezza si somma un incremento stimato di 3°C nella temperatura media entro il 2047, con conseguente intensificazione dei fenomeni evaporativi e riduzione del volume glaciale. Ne deriva un quadro di crescente scarsità idrica, con implicazioni tanto ecologiche quanto geopolitiche: la dipendenza dal fiume Indo, regolata dall’Indus Waters Treaty del 1960, rende imprescindibile una gestione transfrontaliera equilibrata e lungimirante nei rapporti con l’India. In effetti, tale Trattato è un accordo bilaterale tra India e Pakistan firmato insieme alla mediazione della Banca Mondiale, volto a regolare l’uso delle acque del fiume Indo e dei suoi affluenti principali tra i due Paesi. Rispettivamente l'accordo prevede che i fiumi “orientali” (Sutlej, Beas, Ravi) sono attribuiti principalmente all’India, mentre i fiumi “occidentali” (Indo, Jhelum, Chenab) al Pakistan. Quest’ultimo ha diritto a usare quasi tutta l’acqua dei fiumi occidentali, mentre l’India può impiegarla solo per uso domestico, industriale e idroelettrico senza ridurre il flusso verso il Pakistan, mantenendo pieno controllo dei fiumi orientali. Il trattato stabilisce commissioni e procedure arbitrarie per risolvere eventuali conflitti, garantendo sicurezza idrica al Pakistan e permettendo all’India di sviluppare progetti idroelettrici. Nonostante tensioni politiche ricorrenti, l’IWT resta uno degli accordi internazionali più stabili e duraturi per la gestione condivisa delle acque.

In aggiunta, la pressione demografica, oltre 240 milioni di abitanti nel 2024 con uno dei più elevati tassi di crescita della regione, e la rapida urbanizzazione acuiscono la vulnerabilità, mentre la domanda idrica, secondo la Banca Mondiale, aumenterà del 60% entro il 2047. Sul versante urbano, l’inquinamento atmosferico raggiunge livelli emergenziali: a Multan, nella seconda metà del 2024, la concentrazione di polveri sottili ha superato di 190 volte i limiti raccomandati dall’OMS. Una crisi sanitaria che colpisce in maniera sproporzionata i più giovani e le fasce fragili della popolazione, generata da pratiche note quali la combustione dei residui agricoli, il traffico veicolare e le emissioni industriali. Nel corso del 2024 il Paese è stato nuovamente attraversato da condizioni estreme. Tra marzo e settembre, le inondazioni congiunte Afghanistan–Pakistan hanno causato centinaia di vittime e destabilizzato infrastrutture e comunità in aree come Sindh, Balochistan e Gilgit‑Baltistan. Tra maggio e luglio, l’ondata di calore in Sindh ha raggiunto picchi termici di 49°C, provocando oltre 568 vittime e numerosi ricoveri per colpi di calore, con impatti drammatici sulle comunità più vulnerabili. Più precisamente poi, nell’autunno dello stesso anno, si è verificato un gravissimo episodio di smog transfrontaliero, noto come “India–Pakistan smog”, che ha investito le regioni orientali e settentrionali del Paese, in particolare Lahore e la provincia del Punjab. A Lahore, l’indice di qualità dell’aria ha superato quota 1.200, classificandosi nella fascia “pericolosa”, mentre a Multan le PM2,5 hanno raggiunto livelli 190 volte superiori ai limiti fissati dall’OMS. Gli effetti sanitari sono stati devastanti: circa 1,8 milioni di persone hanno riportato disturbi respiratori o irritazioni agli occhi, mentre le strutture sanitarie sono state messe a dura prova. A dicembre 2024 è stato lanciato il programma Suthra Punjab, volto a migliorare la gestione dei rifiuti e l’igiene urbana in tutta la provincia, attraverso strumenti di monitoraggio moderni e una più ampia partecipazione pubblica, con l’obiettivo di raggiungere tutti i 149 tehsil entro soli tre mesi. Sempre a fine anno, il Pakistan ha aderito, insieme alle Bahamas, alla coalizione globale per un trattato internazionale che preveda la progressiva eliminazione dei combustibili fossili, chiedendo che tale processo includa assistenza tecnica e finanziaria alle comunità più vulnerabili.

Eppure, in questo scenario fortemente critico, emergono segnali di resilienza e tentativi di innovazione. In alcune regioni si sperimentano modelli di sviluppo sostenibile più aderenti alle esigenze delle comunità. Nel Gilgit-Baltistan, fragile area montuosa, l’ecoturismo rappresenta una strategia di valorizzazione del territorio che coniuga tutela ambientale e opportunità economiche: percorsi guidati nei parchi naturali, promozione delle tradizioni locali e sostegno a piccole strutture familiari sostituiscono la logica predatoria del turismo di massa. Contestualmente, si rafforzano le pratiche di conservazione delle risorse naturali, dalla protezione forestale alla gestione dei pascoli e delle acque, riconoscendo l’interconnessione degli ecosistemi montani. Nel Sindh, invece, le priorità riguardano la gestione delle inondazioni e della scarsità idrica. Tecniche agricole innovative, quali l’irrigazione a goccia e l’introduzione di sementi resistenti alla siccità e al calore, mirano ad accrescere la produttività riducendo lo spreco idrico. Parallelamente, lo sviluppo di sistemi di allerta precoce consente alle comunità di fronteggiare con maggiore tempestività piogge torrenziali e alluvioni, tutelando vite umane e mezzi di sussistenza. Centrale, in questo processo, risulta il coinvolgimento delle donne, spesso custodi della gestione domestica dell’acqua e del cibo: la loro partecipazione attiva alle decisioni comunitarie non costituisce soltanto una questione di equità, ma una condizione imprescindibile per l’efficacia delle strategie di adattamento. Il primo semestre del 2025 ha visto il manifestarsi di ulteriori eventi catastrofici. Le alluvioni eccezionali nella provincia del Punjab hanno portato all’evacuazione di circa due milioni di persone, con oltre 800 vittime e centinaia di migliaia di sfollati. Le piene dei fiumi Sutlej, Chenab e Ravi, alimentate dai monsoni e dalle aperture degli sbarramenti idrici indiani, hanno devastato intere comunità. Nella valle di Swat, nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, le vittime hanno superato le 788 unità, mentre infrastrutture e mezzi di sussistenza sono stati gravemente compromessi. Ad aggravare il quadro è sopraggiunta la sospensione dell’Indus Waters Treaty da parte dell’India, interrompendo lo scambio di dati idrici e complicando la gestione congiunta di una risorsa già sotto pressione. 

In conclusione, il Pakistan incarna in maniera paradigmatica le contraddizioni della crisi climatica contemporanea: da un lato, si tratta di un Paese profondamente vulnerabile, esposto a rischi sistemici che minano la sicurezza alimentare, la salute pubblica e la stabilità geopolitica; dall’altro, ci si trova dinanzi ad un laboratorio di resilienza e innovazione, dove pratiche locali e iniziative comunitarie aprono spiragli di sostenibilità. I punti a favore risiedono nella capacità di alcune aree di sviluppare modelli virtuosi di gestione delle risorse e di rafforzare il capitale sociale, coinvolgendo attivamente le donne e valorizzando le specificità territoriali. I contro, tuttavia, sono rappresentati dalla portata immane delle sfide: crescita demografica incontrollata, scarsità idrica crescente, urbanizzazione non pianificata e debolezza istituzionale. La traiettoria futura dipenderà dalla possibilità di conciliare visione strategica nazionale, cooperazione internazionale e resilienza locale. Solo da questa sinergia potrà emergere un percorso capace di trasformare la fragilità in opportunità e di collocare il Pakistan non soltanto come vittima, ma come attore attivo della transizione climatica globale.

Mondo Internazionale APS - Riproduzione Riservata ® 2025

Share the post

L'Autore

Alessia Bernardi

Categories

Ambiente e Sviluppo

Tag

crisi climatica ambiente e sviluppo Sicurezza idrica governance ambientale