Un tema complesso
L’accesso all’aborto nei paesi colpiti da conflitti armati è un argomento delicato, perché unisce questioni legali, culturali e sanitarie. In Sudan, un paese oggi travolto da una guerra devastante, la situazione è particolarmente difficile: le donne si trovano a dover affrontare non solo le barriere poste dalla legge, ma anche lo stigma sociale e la quasi totale assenza di servizi medici funzionanti. Dal punto di vista normativo, l’aborto in Sudan è generalmente proibito. Il Codice Penale del 1991 stabilisce che interrompere una gravidanza è un reato. Tuttavia, esistono alcune eccezioni. L’aborto è consentito quando serve a salvare la vita della donna, quando il feto è già morto in utero e in caso di gravidanza conseguente a stupro, purché non siano passati più di 90 giorni dal concepimento. Questa eccezione per lo stupro rappresenta un riconoscimento importante, ma non basta a garantire un reale accesso. Infatti, per poter interrompere la gravidanza, una donna deve presentare una denuncia ufficiale e ottenere un’autorizzazione del procuratore pubblico, oltre ad un referto medico, ma specialmente in tempo di guerra, quando le istituzioni funzionano poco o nulla, questi passaggi diventano quasi impossibili.
La legge, già di per sé restrittiva, si somma ad ostacoli di tipo sociale e culturale. In Sudan, infatti, parlare di aborto è ancora un tabù. La gravidanza fuori dal matrimonio è spesso considerata una colpa grave, e può portare all’accusa di “zina”, cioè rapporti sessuali illegittimi. Le conseguenze non sono solo morali: in alcuni casi ci possono essere anche ripercussioni legali, motivo per cui molte donne temono di rivolgersi agli ospedali, anche quando rischiano la vita. Alcuni studi hanno documentato che negli ospedali pubblici, la polizia controlla i reparti di maternità e che i medici sono costretti a segnalare i casi sospetti. In questo clima, chiedere aiuto diventa un atto rischioso, e spesso le pazienti arrivano tardi alle cure, quando la loro salute è già gravemente compromessa. Lo stigma sociale colpisce in particolare le ragazze giovani e le donne non sposate. Per loro, una gravidanza indesiderata può significare l’esclusione dalla famiglia, dalla comunità o addirittura violenze domestiche. Così, la pressione sociale si aggiunge alle difficoltà pratiche, moltiplicando le paure e riducendo la possibilità di accesso a cure sicure.
La guerra e il crollo della sanità
Dal 2023, il Sudan è travolto da un conflitto interno che ha provocato milioni di sfollati e la distruzione di intere città. Gli ospedali sono stati colpiti, occupati o abbandonati, e meno di un quarto delle strutture sanitarie rimane operativo nelle aree più colpite. Mancano medici, infermieri, farmaci essenziali e perfino l’elettricità o l’acqua potabile. Per le donne, questo significa che anche i servizi di base, come assistenza al parto, cure prenatali o accesso a contraccettivi, sono diventati difficilissimi da ottenere. In un simile contesto, l’idea di accedere in modo sicuro a un’interruzione di gravidanza, anche nei casi consentiti dalla legge, appare quasi irrealistica.
Un altro aspetto che aggrava la situazione è la diffusione della violenza sessuale durante il conflitto. Organizzazioni come Human Rights Watch hanno documentato stupri, rapimenti e violenze sistematiche contro donne e ragazze. Molte di queste gravidanze indesiderate rientrerebbero, almeno formalmente, tra le eccezioni previste dalla legge. Tuttavia, i percorsi burocratici e l’assenza di strutture funzionanti rendono di fatto impossibile accedere all’aborto legale. In queste condizioni, le donne si trovano davanti ad una scelta crudele: portare avanti una gravidanza non voluta o cercare soluzioni clandestine e spesso pericolose.
Le conseguenze degli aborti non sicuri
L’Organizzazione mondiale della sanità ricorda che gli aborti non sicuri sono una delle principali cause di mortalità materna nei paesi a basso reddito. In Sudan, dove i servizi ospedalieri sono al collasso, il rischio aumenta enormemente. Le donne che ricorrono a metodi clandestini spesso non hanno poi accesso a cure tempestive in caso di complicazioni, come emorragie o infezioni. Alcune ricorrono a pratiche tradizionali o a farmaci presi senza controllo medico, con conseguenze gravi per la loro salute. Gli operatori sanitari, quando possono, cercano almeno di garantire cure post-aborto e di registrare i casi come aborti spontanei per proteggere le pazienti. Tuttavia, le risorse sono scarse e il sistema sanitario non riesce a rispondere a tutti i bisogni. Il risultato è che il numero di complicanze aumenta, con un peso enorme sia per le donne che per un sistema sanitario già messo in ginocchio.
L’impegno delle organizzazioni umanitarie
Nonostante le difficoltà, alcune organizzazioni internazionali cercano di colmare i vuoti. L’UNFPA, agenzia delle Nazioni Unite per la salute riproduttiva, distribuisce kit di emergenza, sostiene cliniche mobili e forma il personale sanitario locale. L’obiettivo è almeno garantire contraccezione d’emergenza, cure post-stupro e assistenza nelle complicanze da aborto.Altre ONG forniscono supporto psicologico e legale alle donne sopravvissute a violenza sessuale, cercando di accompagnarle nei pochi percorsi sanitari ancora disponibili. Tuttavia, senza sicurezza, trasporti e catene di approvvigionamento stabili, anche questi interventi restano limitati. Le necessità della popolazione femminile sono molto più grandi delle risorse disponibili.
In conclusione la legge sudanese consente l’aborto in tre casi specifici: per salvare la vita della donna, in caso di feto morto o a seguito di stupro entro 90 giorni. Tuttavia, le barriere burocratiche, lo stigma sociale e il collasso del sistema sanitario fanno sì che queste possibilità rimangano spesso solo teoriche. Le donne e le ragazze si trovano così costrette a scegliere tra rischiare la vita con un aborto clandestino o portare avanti una gravidanza indesiderata in condizioni di estrema precarietà. Garantire almeno i servizi minimi previsti dalla legge e l’accesso a cure sicure non è solo una questione di diritti, ma un’urgenza umanitaria.
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