Da anni, le relazioni attraverso lo Stretto di Taiwan sono uno degli epicentri più delicati della politica internazionale. Se a Washington si dibatte sul livello di sostegno militare da offrire a Taipei e a Pechino si moltiplicano le dichiarazioni sulla “inevitabilità” del ricongiungimento nazionale, è proprio sull’isola che si manifestano con maggiore evidenza le tensioni di questa lunga partita a scacchi. Non una guerra aperta, almeno per ora, ma una serie di mosse mirate a logorare le istituzioni taiwanesi e a convincere la popolazione che la forza della Cina continentale sia ormai schiacciante.
Secondo i dati diffusi dal Ministero della Difesa di Taiwan, nel 2025 la Cina avrebbe già effettuato 2.612 incursioni nella zona di identificazione di difesa aerea (ADIZ) dell’isola, la quale non si configura come uno spazio aereo territoriale tradizionale, ma piuttosto come una zona cuscinetto per monitorare gli aerei in arrivo. Si tratta di un aumento significativo rispetto al 2024, quando dopo otto mesi se ne contavano 1.905, poi salite a 3.075 a fine anno. Questo trend, in costante crescita negli ultimi anni, assume rilevanti implicazioni politiche, in quanto rappresenta una contestazione costante della sovranità di Taiwan e pone un significativo problema di sicurezza nazionale. Parallelamente, Pechino conduce operazioni marittime volte a simulare un blocco o una quarantena dell’isola e mette in atto sabotaggi ai cavi internet sottomarini che la connettono al resto del mondo. Nel loro insieme, tali azioni mettono in evidenza le vulnerabilità strutturali di Taiwan, che dipende dall’estero per circa il 97% delle risorse energetiche e il 70% delle derrate alimentari.
Queste azioni si inseriscono nel più ampio quadro della strategia cinese per la riunificazione con Taiwan. Da un lato, si punta alla modernizzazione delle forze armate, affinché siano pronte ed efficaci in caso di impiego durante una crisi nello Stretto; dall’altro, si fa ricorso alle cosiddette “gray zone operations”, ovvero operazioni condotte deliberatamente al di sotto della soglia del conflitto armato, finalizzate a modificare lo status quo a proprio vantaggio. Nel caso specifico l’obiettivo è erodere la sovranità di Taiwan e minare il senso di sicurezza del popolo taiwanese. In aggiunta, tali operazioni rappresentano un importante banco di prova per le difese dell’isola, permettendo a Pechino di valutare capacità di reazione e resilienza delle forze taiwanesi. Per giunta, la frequenza e l’audacia delle azioni cinesi rendono sempre più sfumato e difficilmente identificabile il confine tra operazioni “gray zone” e veri e propri atti bellici, rendendo così più difficile per gli apparati di difesa taiwanesi reagire tempestivamente nel caso in cui si verificasse un vero e proprio atto di guerra da parte della Cina continentale. Per rispondere alla modernizzazione delle forze armate cinesi, Taiwan ha puntato sullo sviluppo di capacità asimmetriche, in grado di sfruttare al massimo i vantaggi geografici dell’isola. Parallelamente, ha investito nell’espansione delle proprie forze di riserva e nella cooperazione con le guardie costiere di Filippine e Giappone.
L’orizzonte temporale per la riunificazione – di cui queste operazioni costituiscono una fase preparatoria, qualora si ricorresse alla forza – sarebbe fissato al 2049, secondo uno studio del Center for Strategic and International Studies (CSIS), in concomitanza con il completamento del grande progetto di rilancio nazionale noto come “national rejuvenation”. Negli ultimi anni, Xi Jinping ha rilasciato numerose dichiarazioni sulla riunificazione, talvolta lasciando intendere la volontà di raggiungere questo obiettivo già durante il suo mandato. Tuttavia, secondo lo studio, pur non escludendo alcuna possibilità, la leadership cinese sembra concentrata più nel voler dimostrare il proprio controllo della situazione e inviare continui moniti alla leadership taiwanese, che sul fissare una scadenza imminente. Infatti, una deadline troppo ravvicinata comprometterebbe la libertà d’azione cinese e ridurrebbe le probabilità di una riunificazione pacifica. Questo approccio rimane valido fino a quando Taiwan non dichiari l’indipendenza, condizione che, se verificata, provocherebbe il ricorso immediato alle armi da parte della Cina continentale.
Per quanto riguarda nello specifico le operazioni “gray zone”, queste si articolano principalmente in tre domini: marittimo, aereo e cyber. Nel primo, il punto di svolta è stata la visita a Taiwan della speaker della Camera statunitense Nancy Pelosi, che ha segnato l’avvio di esercitazioni sempre più complesse mirate a simulare l’accerchiamento e il blocco dell’isola da parte della marina cinese. A queste operazioni partecipa attivamente anche la guardia costiera, che non solo conduce pattugliamenti regolari intorno a Taiwan e alle isole periferiche sotto la sua giurisdizione, limitandone severamente la libertà di movimento, ma svolge anche un ruolo fondamentale in azioni di sabotaggio. Emblematico, in questo senso, il danneggiamento dei cavi sottomarini per le telecomunicazioni, che incide pesantemente sull’economia e sulla sicurezza dell’isola: ogni interruzione riduce la capacità di connettività, ostacola le transazioni finanziarie e compromette le comunicazioni civili e militari. Per quanto concerne il dominio aereo, oltre alle già menzionate incursioni nell’ADIZ taiwanese, si registra anche l’impiego di palloni aerostatici, verosimilmente destinati ad attività di sorveglianza e raccolta di informazioni sensibili. Infine, sul piano cibernetico, un rapporto del governo di Taipei ha documentato come la Cina abbia condotto una vasta campagna di compromissione delle reti informatiche governative della Repubblica di Cina, con l’obiettivo di neutralizzarle in vista di un eventuale conflitto e minare la fiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni.
In conclusione, sebbene l’ipotesi di un conflitto resti al momento remota in assenza di una dichiarazione formale d’indipendenza da parte di Taipei, tali azioni mirano a erodere la fiducia della popolazione nelle proprie istituzioni e a generare un clima di instabilità. L’obiettivo ultimo è quello di consolidare la percezione di una Cina continentale saldamente in controllo della situazione, alimentando l’idea dell’inevitabilità della riunificazione nazionale alla luce dell’innegabile superiorità militare della Repubblica Popolare.
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L'Autore
Francesco Oppia
Autore di Mondo Internazionale Post
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China Taiwan Marina Militare