Latinos e ICE, il ruolo della comunità ispanica nelle Border Patrol

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  Lucas Martin Torres
  29 January 2026
  4 minutes, 9 seconds

I latinos rappresentano circa il 50% degli agenti di frontiera statunitensi (USBP) e quasi il 30% degli agenti ICE. Numeri che a primo impatto potrebbero apparire privi di logica se, seguendo l’immaginario comune, coloro che vengono deportati sono gli stessi latini. Secondo i dati pubblicati dall’agenzia federale ICE, gli arresti avvenuti tra il 2021 e l’inizio 2025 sarebbero oltre mezzo milione, di questi, oltre il 90% coinvolgerebbe cittadini provenienti da paesi latinoamericani. Non è dunque una semplice percezione che il principale gruppo etnico soggetto a restrizioni ed espulsioni da parte della USBP (US Border Protection) sia proprio quello latino, resta dunque un grande interrogativo: per quale motivo i latinos collaborano all’espulsione di altri latinos?

Le ragioni che possiamo supporre dietro alla partecipazione della comunità latina alle politiche di rimpatrio sono varie: la storica vicinanza culturale dei latini alle politiche conservatrici, la facile integrazione ai valori americani (soprattutto nei casi di migranti di seconda o terza generazione), fino al rinnegamento e abbandono delle proprie origini culturali e assimilazione nel contesto in cui si vive. Quest’ultimo caso è correlato al fenomeno dei “no sabo kids”, giovani ispano-americani nati e cresciuti negli Stati Uniti che, oltre a integrarsi in modo totale nel tessuto sociale americano, hanno totalmente perso interesse nel mantenere un vincolo culturale con le comunità di origine dei propri genitori.

In realtà né l’omologazione né il rinnego della “latinidad” sono il reale motivo dietro all’evidente partecipazione della comunità latina all’ICE. Secondo uno studio pubblicato dal Prof. David Cortez, ricercatore presso l’University of Notre Dame, la ragione dietro il coinvolgimento della comunità ispanica nella politica dei rimpatri è puramente economica. Il range medio di retribuzione per queste categorie di lavori si aggira tra i 50 e 70 mila USD all’anno, valori più che invitanti per una comunità che, nel caso messicano, percepisce un reddito medio di 30 mila USD. I salari alti e la facilità d’ingaggio in queste agenzie federali sono altamente invitanti per una collettività che storicamente ha avuto problemi di integrazione ed emarginazione socioeconomica nella società americana. D’altronde la sicurezza di un impiego con buona retribuzione con qualifiche accessibili sono, nella maggior parte dei casi, la ragione principale che hanno spinto queste persone, o i loro genitori, a migrare negli USA.

Se il fattore economico come incentivo all’arruolamento è più che comprensibile, quali sono i fattori che inducono l’USBP e l’ICE a reclutare sempre più latinos? Prima di dare una risposta è eticamente corretto sottolineare il concetto di identità ibrida, molto comune negli Stati Uniti, sicuramente più che in Europa. Coloro che vengono reclutati sono a tutti gli effetti americani, nonostante abbiano caratteristiche etniche e culturali differenti, negli USA il concetto di appartenenza nazionale è da scindere dal concetto di appartenenza comunitaria, l’essere parte di una minoranza non distoglie il fatto di sentirsi pienamente “americani”, un esempio di questo sono le innumerevoli comunità che compongono la società americana: Black American, Italian American, Irish American, Asian American e appunto i Latinx American. Tutti gruppi con tratti culturali diversi ma accomunati dalla stessa identità nazionale, quella americana.

Acclarato quest’ultimo concetto, possiamo rispondere alla domanda sul perché gli ispanici siano così ricercati dalle stesse agenzie federali. In realtà le ragioni sono più che logiche, mettendo in secondo piano la visione ideologica che vede tali agenzie come attori positivi o negativi, le motivazioni puramente tecniche suggeriscono che gli stessi ispanoamericani siano le persone più adatte a compiere questo tipo di lavoro, ma in che senso? Ciò è dovuto ovviamente alle proprie abilità linguistiche, ma soprattutto per la loro conoscenza dei retroscena culturali delle stesse persone che vanno a porre in custodia, garantendo, o per lo meno provandoci, un approccio il più sicuro per entrambe le parti: i migranti irregolari e le forze di polizia. Ciò è sottolineato da Kelly Lytle Hernández, Prof.ssa presso la UCLA.

Una volta acclarate le motivazioni che in modo simbiotico sembrano dar senso a questa correlazione a priori insensata, è giusto porsi dei quesiti. È moralmente giusto che un compenso economico anestetizzi il rimorso di operare in modo eticamente scorretto? Arrestare lavoratori irregolari con metodi eccessivi mirati volontariamente a generare un clima di tensione e conflitto tra coloro che infrangono la legge e le forze dell’ordine, oltre che con il resto della cittadinanza, non è probabilmente il modo corretto di porre un limite a quello che in realtà è un problema reale. Cortez conclude la propria ricerca suggerendo a quegli agenti ispanoamericani di domandarsi quanto questo sia corretto, capire dove si pone il limite morale tra giusto e sbagliato, garantendo una capacità di ragionamento e non attuando in modo cieco la volontà politica dell’establishment repubblicano.

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Lucas Martin Torres

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South America

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USA #migration Migranti latino latin america America Latina #UnitedStatesOfAmerica ICE