Le “sostanze chimiche eterne”: la sfida globale dei PFAS tra salute pubblica, politica e bonifiche

  Articoli (Articles)
  Elisa Parisi
  27 May 2026
  7 minutes, 57 seconds

Per decenni sono rimasti quasi invisibili al grande pubblico, nascosti dietro oggetti e prodotti di uso quotidiano: pentole antiaderenti, tessuti impermeabili, cosmetici, imballaggi alimentari, schiume antincendio. Oggi però le PFAS - sostanze per- e polifluoroalchiliche - sono diventate uno dei temi ambientali più urgenti e controversi a livello globale. Non soltanto per la loro diffusione praticamente universale, ma soprattutto perché una volta dispersi nell'ambiente riescono a permanervi per anni, se non decenni.

È proprio questa caratteristica ad aver fatto guadagnare loro il soprannome di “forever Chemicals”, sostanze chimiche eterne. Composti sviluppati per resistere all'acqua, al grasso e alle alte temperature, che oggi rappresentano però uno dei simboli più evidenti delle contraddizioni della modernità industriale: materiali progettati per durare che finiscono per non scomparire quasi mai.

Perché le PFAS sono così difficili da eliminare

I PFAS costituiscono una vasta famiglia di composti organici sintetici in cui gli atomi di idrogeno delle catene carboniose vengono sostituiti dal fluoro. È proprio il legame carbonio-fluoro, tra i più forti della chimica organica, a rendere queste sostanze straordinariamente stabili e resistenti alla degradazione chimica, biologica e termica.

Questa stabilità ha favorito il loro utilizzo industriale su larga scala per decenni. Le PFAS sono infatti idrorepellenti, oleorepellenti e resistenti alle alte temperature, qualità che le hanno rese particolarmente utili in numerosi settori produttivi e manifatturieri. Tuttavia, la stessa caratteristica che ne ha decretato il successo industriale è oggi all'origine del problema ambientale.

Una volta introdotte nell'ambiente, infatti, queste sostanze tendono ad accumularsi progressivamente nelle acque, nei terreni, negli organismi animali e nel corpo umano. A differenza di altri contaminanti, non si degradano facilmente e continuano a circolare attraverso ecosistemi e catene alimentari.

Una contaminazione ormai universale

L'uomo può essere esposto ai PFAS attraverso numerose fonti: acqua potabile contaminata, alimenti, aria, prodotti di consumo o prossimità a siti industriali e discariche. Le sostanze possono essere rilasciate da impianti produttivi, sistemi di trattamento delle acque reflue o schiume antincendio utilizzati in ambito industriale e militare.

Uno dei principali canali di contaminazione riguarda proprio gli alimenti. I PFAS tendono infatti a bioaccumularsi in pesci, crostacei, animali da allevamento e colture irrigue con acqua contaminata. Anche alcuni imballaggi alimentari possono contribuire alla diffusione, sebbene in misura minore rispetto ad altre fonti.

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha progressivamente rafforzato il collegamento tra esposizione ai PFAS e rischi per la salute. Diversi studi hanno associato queste sostanze a problemi del sistema immunitario, alterazioni endocrine, disturbi riproduttivi, aumento del colesterolo e maggiore rischio di alcuni tumori.

La United States Environmental Protection Agency (EPA), riporta infatti i risultati delle indagini condotte dai Centers for Disease Control and Prevention (CDC) che dimostrano che alcuni PFAS possono accumularsi nell'organismo nel corso del tempo provocando effetti significativi sulla salute umana, tra cui una ridotta risposta immunitaria, interferenze ormonali e un aumento del rischio di tumori al rene, ai testicoli e alla prostata.

La portata del fenomeno emerge con ancora maggiore evidenza dai dati epidemiologici più recenti. Uno studio pubblicato sul Journal of Occupational and Environmental Hygiene , basato su oltre 10.500 campioni biologici raccolti negli Stati Uniti, ha rilevato la presenza di almeno una sostanza PFAS nel 98,8% dei campioni analizzati. Ancora più significativo è il fatto che il 98,5% delle persone risultasse esposto contemporaneamente a più composti appartenenti alla famiglia PFAS.

Tra le sostanze più frequentemente individuate figura il PFOA lineare, associato a potenziali effetti su fegato, tiroide e sistema immunitario. Il dato conferma un elemento sempre più centrale nel dibattito scientifico: il problema non riguarda l'esposizione a una singola sostanza, ma combinazioni complesse di contaminanti persistenti.

La corsa globale alle tecnologie di bonifica

Se limitare l'uso delle PFAS è già complesso, eliminarle dall'ambiente lo è ancora di più. La straordinaria stabilità del legame carbonio-fluoro rende infatti estremamente difficile degradare queste sostanze.

Le principali tecnologie oggi utilizzate si dividono in due categorie: separazione e distruzione. I metodi di separazione comprendono sistemi come carbone attivo, resina a scambio ionico, nanofiltrazione e osmosi inversa. Questi processi consentono di rimuovere le PFAS dall'acqua contaminata, ma non eliminano realmente il problema, poiché le sostanze vengono semplicemente concentrate in altri materiali che richiedono trattamenti successivi.

Le tecniche di distruzione cercano invece di rompere il legame carbonio-fluoro attraverso processi avanzati come ossidazione elettrochimica, trattamenti fotochimici, ultrasuoni o alte temperature. Tuttavia, molte di queste tecnologie presentano ancora limiti importanti, tra cui costi elevati, consumi energetici significativi e difficoltà di applicazione su larga scala.

Proprio per superare questi limiti, diversi gruppi di ricerca stanno sviluppando approcci alternativi. Tra i più promettenti vi è quello elaborato da un team del Collège de France, basato sulla catalisi al silicio.

L'obiettivo non è semplicemente distruggere i PFAS, ma trasformarli in composti meno pericolosi e potenzialmente riutilizzabili. In termini chimici, il processo punta a rimuovere gli atomi di fluoro responsabili della straordinaria persistenza di queste sostanze.

Si tratta di un cambio di paradigma importante: non più soltanto eliminare l'inquinante, ma inserirlo in una logica di economia circolare e riciclo chimico. Questo approccio riflette anche una trasformazione più ampia della chimica contemporanea, sempre più orientata non solo alla produzione, ma anche alla riparazione e alla sostenibilità dei processi industriali.

L'Europa accelera sulle restrizioni, mentre gli Stati Uniti fanno marcia indietro

Negli ultimi anni l'Unione Europea ha assunto una posizione sempre più rigida nei confronti delle PFAS, collaborando con gli Stati membri per limitarne progressivamente l'utilizzo e approvando alcune delle regolamentazioni più severe al mondo. Alla base di questa strategia vi è anche una valutazione economica sempre più chiara dei costi dell'inazione: secondo un rapporto del Direttorato Generale per l'Ambiente dell'UE, senza interventi efficaci il costo dell'inquinamento da PFAS potrebbe raggiungere circa 440 miliardi di euro entro il 2050. Parallelamente, Bruxelles ha già vietato diverse sostanze PFAS considerate particolarmente pericolose, mentre l'Agenzia europea per le sostanze chimiche sta valutando una proposta di restrizione universale.

Negli Stati Uniti, invece, il dibattito sta prendendo una direzione opposta. Nonostante gli stessi dati diffusi dall'United States Environmental Protection Agency confermino i rischi sanitari legati all'esposizione ai PFAS, l'amministrazione guidata da Donald Trump ha avviato una revisione delle restrizioni introdotte durante la presidenza Biden.

Sotto la guida del nuovo amministratore Lee Zeldin, l'EPA ha infatti annunciato l'intenzione di revocare o rinviare alcuni limiti nazionali sulle PFAS nell'acqua potabile, in particolare per sostanze come PFNA, PFHxS e GenX. La decisione rappresenta una netta inversione di rotta rispetto alla linea adottata dall'amministrazione Biden, che aveva fissato limiti estremamente bassi sostenendo che non esistesse un livello di esposizione completamente privo di rischi.

Secondo le organizzazioni ambientaliste, questa scelta riflette la crescente influenza delle lobby ambientali chimiche e industriali sulle politiche statunitensi. Il confronto tra Bruxelles e Washington mostra così due approcci sempre più divergenti: da un lato una strategia fondata sul principio di precauzione, dall'altro una linea orientata alla riduzione degli oneri normativi per industria e sistemi idrici.

Una sfida che riguarda il futuro della chimica

Il caso PFAS mostra come la crisi ambientale contemporanea non riguardi soltanto le emissioni di CO₂ o il cambiamento climatico, ma anche il rapporto più profondo tra innovazione industriale e sostenibilità.

Da decenni queste sostanze sono considerate un simbolo di progresso tecnologico. Oggi, invece, rappresentano uno degli esempi più evidenti dei limiti di un modello produttivo che ha privilegiato performance e resistenza senza valutarne pienamente gli effetti a lungo termine.

La sfida non sarà soltanto bonificare territori e acque contaminate, ma ripensare il modo stesso in cui vengono progettate e autorizzate le sostanze chimiche. In questo senso, le PFAS stanno diventando un banco ambientale di prova decisiva per le politiche del XXI secolo: un equilibrio complesso tra innovazione, salute pubblica, sostenibilità economica e responsabilità industriale.

Share the post

L'Autore

Elisa Parisi

Categories

Ambiente e Sviluppo

Tag

PFAS Sostanze chimiche eterne USA EU innovazione inquinemento Forever Chemicals green transition