A cura del Dott. Pierpaolo Piras, studioso di Geopolitica e componente del Comitato per lo Sviluppo di Mondo Internazionale APS
Nel 2001, il cosiddetto villaggio globale viveva ancora in un mondo di libero scambio. Godeva di non pochi dividendi derivanti da una pacificazione ancora accettabile, di varie ondate di democratizzazione e prosperità economica. La Cina si era integrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) e il presidente Bush Jr. concentrava i propri sforzi sugli obiettivi della politica interna americana. L'Europa aveva appena approvato l’importante Trattato di Nizza (2004), preludio alla riforma delle dimensioni e composizione della Commissione Europea, alla ponderazione dei voti in Consiglio e all'estensione del voto a maggioranza qualificata. Infine alla regolamentazione delle cooperazioni tra i paesi dell'Unione europea e al grande allargamento dell'Unione Europea ad altri Paesi.
Al Qaeda in ascesa
Nel 2001, l’organizzazione terroristica di Al Qaeda rende pericolosamente operativa una struttura terroristica a carattere globale, con un'ambizione più che esplicita. Gli episodi tragici si succedono e segnano un decennio di relazioni internazionali rivoluzionarie seguite all’invasione USA dell'Afghanistan.
Le novità....
Dopo i successivi attentati a Madrid (2004) e a Londra (2005), il terrorismo islamico si è trasformato nel nemico numero uno dell'ordine e serenità internazionale. Il suo marchio rappresenta la “multinazionale” del terrore. Al declino tecnico di Al Qaeda è seguito un progetto (stavolta) di Stato che ha promosso la devastante guerra di Siria. Lo Stato islamico (Daesh) si è strutturato sulla base di un modello distinto caratterizzato dalla costituzione di reti di gruppi operativi in una sorta di franchising che si collegano al mondo globale.
Dal Sahel in Africa al Sud Est asiatico, milizie armate si identificano con queste centrali, anche se la loro connessione generica risulta essere praticamente nulla. Ovvero ogni gruppo può agire in piena libertà rendendo la loro “unione” meno efficace. L'ultimo improvviso e cruento fragore della guerra in Siria apre nuovi interrogativi sulle nuove forme di terrorismo. Oggi gli attacchi non appaiono così spettacolari come in passato, ma il loro ripetersi (mordi e fuggi, attentati ai mercati del popolo, accoltellamenti selvaggi, ecc.) persegue lo stesso obiettivo: rendendo la paura come sentimento sovrano. Le strutture operative ed esecutive non sono rigide, ma sono costituite da piccole cellule collegate tra loro attraverso reti e supporti di natura digitale.
La grande trasformazione del terrorismo globale.
Nel 2001, la propaganda proposta sulla rete di Internet fioriva mentre i terroristi si prestavano a lunghe e serene interviste programmate nei media internazionali. Alcune volte si è visto persino il capo di Al Qaeda, Osama Bin Laden, comparire nelle più frequentate trasmissioni televisive concedere lunghe interviste dal profondo della propria grotta in Afghanistan. Oggi, la trasformazione digitale ha influenzato le modalità e gli usi del terrorismo. In materia di propaganda, questo viene creato e consumato su reti, videogiochi, canali di streaming o forum. È una comunicazione digitale nativa che si connette con le nuove generazioni e salta totalmente la propria narrazione col tramite di periodici, canali televisivi e/o comunicati vari.
La nuova propaganda ha effetti positivi sul reclutamento di nuovi aderenti, poiché i giovani si sono intrappolati nelle reti di connessione, accesso e formazione espressa per la commissione di tentati. Allo stesso modo, la finanza è mutata. Il denaro digitale è oltremodo dinamico e non lascia quasi traccia. I pagamenti in criptomonete sono diventati un peso maggiore per la lotta al terrorismo.
Nuovi obiettivi e nuove soddisfazioni
Oltre agli attacchi ricorrenti, il terrorismo ha incorporato nuovi obiettivi. Le infrastrutture critiche, le reti di trasporto dell'energia, appaiono come elementi destabilizzanti. E il caos, in democrazia, finisce per alimentare le solite teorie cospirative. La minaccia, così, è mutata, ma non è emersa una risposta politica solida e unificata dal mondo libero. Né è sufficientemente chiarito quanto l’Occidente abbia imparato dai propri errori. Nel 2001, la risposta unanime, specie dall’Occidente, fu una guerra globale contro il terrore con un risultato, considerato ancora dubbio da alcuni, di generare circa 900.000 morti, 38 milioni di sfollati nelle aree più critiche e un enorme costo finanziario stimato intorno agli otto miliardi di dollari.
L’ attualità
Nel 2025, il terrorismo si presenta come una minaccia poliedrica, sempre più radicata nelle dinamiche globali e, al tempo stesso, intimamente legata ad alcune fragilità delle società contemporanee. Non si tratta più di un fenomeno distante dalla sensibilità occidentale, confinato a teatri di guerra remoti o a cellule del tutto isolate, ma di una realtà che bussa alle porte delle nostre case, insinuandosi nei tessuti più profondi del vivere civile. In questo scenario, la prevenzione della radicalizzazione ideologica, il controllo delle frontiere, la cooperazione investigativo-giudiziaria e la lotta diretta al terrorismo continuano a rappresentare le colonne portanti delle principali strategie di contrasto, ma pongono anche interrogativi di grande complessità e di non meno delicatezza per tutte le democrazie occidentali.
Le prospettive
La prevenzione del terrorismo radicale costituisce oggi un banco di prova di importanza cruciale per tutto l’Occidente. La radicalizzazione armata, infatti, non avviene più soltanto nei luoghi fisici di aggregazione, ma si propaga nelle pieghe più occulte del WEB, tra forum, social network e piattaforme di streaming, dove la propaganda terroristica trova terreno notoriamente fertile specie tra giovani più disillusi oppure in cerca di un senso di identità ed appartenenza.
Le istituzioni si trovano così nella difficile posizione di dover intervenire tempestivamente senza scivolare nella tentazione di una sorveglianza di massa che rischierebbe di compromettere diritti fondamentali e alimentare proprio quel senso di insicurezza e nociva alienazione sulle quali invece fa efficace leva la narrativa estremista.
Le novità...
Il controllo delle frontiere, tradizionalmente considerato un pilastro della sicurezza nazionale, assume oggi nuove e più insidiose sfumature. L’intensificarsi dei flussi migratori, le crisi geopolitiche e la facilità di movimento offerta dai processi legati alla globalizzazione impongono ai governi di potenziare e ancora di più affinare adeguati strumenti di monitoraggio, ma anche di distinguere con maggiore competenza e lucidità tra coloro che cercano rifugio da persecuzioni e chi potrebbe rappresentare una minaccia.
Il rischio, da considerare sempre in agguato, è che la paura alimenti chiusure indiscriminate, compromettendo valori di accoglienza e solidarietà che sono il cuore pulsante delle democrazie occidentali. La cooperazione giudiziaria internazionale si configura come una necessità imprescindibile in un contesto in cui il terrorismo non conosce confini. La condivisione di informazioni, l’armonizzazione delle normative e la creazione di task force sovranazionali sono strumenti indispensabili per la prevenzione degli attacchi terroristici ed assicurare i responsabili alla giustizia. Tuttavia, questa cooperazione può scontrarsi con la difesa degli Stati della propria sovranità, per la nota frammentazione dei sistemi giuridici e con le differenti competenze e sensibilità in materia di tutela dei diritti individuali.
Proprio qui si manifesta la grande contraddizione delle democrazie: quale livello di sicurezza siamo disposti a raggiungere a detrimento della nostra libertà? La ricerca di un equilibrio tra la protezione della collettività e la salvaguardia delle libertà individuali è, oggi più che mai, una partita delicata. L’adozione di tecnologie di sorveglianza sempre più sofisticate e indiscrete, il controllo esperto dei flussi finanziari attraverso strumenti digitali, la raccolta e l’analisi invasiva dei dati personali pongono interrogativi etici e giuridici di enorme portata. Ogni misura adottata per rafforzare la sicurezza rischia di intaccare, anche involontariamente, quella sfera di intimità e di autonomia che rappresenta il fondamento delle società aperte.
Non esiste, dunque, una soluzione standard e universale
Ogni scelta in materia di sicurezza e libertà richiede una riflessione profonda, capace di tenere insieme la complessità del reale, senza cedere alla tentazione di risposte facili o di scorciatoie autoritarie. Come recita un antico proverbio, “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”: il cammino verso una società sicura e, al tempo stesso, rispettosa della dignità e dei diritti della persona è disseminato di sfide, contraddizioni e dilemmi che esigono prudenza, trasparenza e partecipazione democratica. Solo così sarà possibile affrontare il terrorismo senza rinunciare a ciò che ci rende, in ultima istanza, davvero liberi. L’unica certezza che possiamo oggi avanzare è che il terrorismo globale rappresenta, a pieno titolo, una delle cosiddette “minacce asimmetriche”, ovvero forme di violenza e destabilizzazione che sfuggono alle logiche tradizionali del confronto militare tra Stati. La loro asimmetria risiede nella capacità di colpire in modo imprevedibile, sfruttando la variabilità e quindi la maggiore vulnerabilità delle società complesse, spesso più attraverso l’effetto psicologico e mediatico che mediante la distruzione materiale. In questo scenario, la sensazione di essere costantemente esposti, addirittura “pronti a scomparire”, si insinua nelle coscienze collettive, alimentando un senso diffuso di insicurezza e precarietà esistenziale.
L’evoluzione del fenomeno
Il terrorismo, un tempo circoscritto a gruppi organizzati con rivendicazioni politiche o religiose, si è evoluto e frammentato, dando origine a una galassia di minacce nuove e mutevoli. Negli ultimi anni, il lessico della sicurezza si è arricchito di neologismi che riflettono questa trasformazione: estremismo di destra, suprematismo, cospirazionismo, e altre forme di radicalizzazione che si sviluppano parallelamente o intrecciandosi con il terrorismo tradizionale. Questi fenomeni, pur diversi per motivazioni e contesti, condividono la capacità di mobilitare individui o piccoli gruppi al di fuori degli schemi convenzionali, spesso grazie alla diffusione virale di idee radicali attraverso canali digitali e social network. L’emergere dell’estrema destra violenta, del suprematismo e delle teorie cospirative rappresenta una sfida particolarmente insidiosa per le società democratiche.
Da un lato, questi movimenti si alimentano di narrazioni identitarie, di rivendicazioni di purezza etnica o culturale, e di una retorica anti-sistema che fa leva sulle paure più profonde: la perdita di status, il senso di esclusione, la percezione di minacce esistenziali spesso amplificate ad arte. Dall’altro, la loro azione si sviluppa in modo reticolare, sfruttando la decentralizzazione e la fluidità dei nuovi mezzi di comunicazione, rendendo estremamente difficile l’individuazione e la prevenzione degli atti violenti.
Il cospirazionismo, in particolare, si pone come terreno fertile per la radicalizzazione trasversale.
In tempi di crisi – economiche, sanitarie o geopolitiche – le teorie del complotto trovano nuova linfa, fornendo spiegazioni semplicistiche a fenomeni complessi e rafforzando la sfiducia verso le istituzioni. Questo humus favorisce la nascita di “lupi solitari” o microgruppi pronti a passare all’azione, spesso in modo imprevedibile e con motivazioni che sfuggono alle categorie tradizionali dell’antiterrorismo.
L’impatto sociale e politico di queste nuove minacce è profondo.
Esse minano la coesione sociale, polarizzano il dibattito pubblico e mettono a dura prova la tenuta delle istituzioni democratiche, costringendole a bilanciare la sicurezza dello Stato con la tutela delle libertà fondamentali. In un contesto nel quale il terrorismo globale si fonde con nuovi estremismi e forme di sempre pericolose e varie radicalizzazioni, la risposta delle democrazie non può esaurirsi in misure repressive o di controllo, ma deve fondarsi anche sulla comprensione articolata delle dinamiche sottostanti, sulla promozione del dialogo, dell’inclusione degli emarginati e sulla difesa dei valori che costituiscono il cuore della società democratica aperta. Solo così sarà possibile affrontare la minaccia asimmetrica senza dover rinunciare alla bontà della propria identità e ai principi fondanti della (così invidiata) convivenza civile tipica delle democrazie occidentali.
La democrazia è la peggiore forma di governo, eccetto tutte le altre.
Wiston Churchill
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